Un contributo della prof. Angela Gadducci sul Giorno della Memoria: una riflessione sul concetto di diversità al giorno d’oggi e l’interrogativo l’apertura dei cancelli di Auschwitz abbia effettivamente precluso ad una nuova concezione di umanità
Istituito dal Parlamento italiano con la Legge 211/2000, il Giorno della Memoria, che viene celebrato il 27 gennaio di ogni anno in ricordo dello sterminio del popolo ebraico e dei deportati italiani nei campi nazisti, ha assunto rilevanza mondiale a decorrere dal 1° novembre 2005, in seguito alla risoluzione israeliana, approvata dall’Assemblea Generale dell’Onu, che rifiutava e condannava senza riserve qualsiasi forma di negazione dell’Olocausto come evento storico. Simboleggiando la fine del totalitarismo nazista, la Shoah, come ricorrenza civile comune, si eleva a patrimonio di tutti, ebrei e non ebrei, contribuendo a solennizzarne la memoria.
L’odio nei confronti degli ebrei, sviluppato nel corso di due lunghissimi millenni, è affiorato ad intervalli irregolari nel corso della storia concretizzandosi in persecuzioni occasionali, in cruenti pogrom e nella terrificante Shoah: non ebbe origine dal nazismo, ma fu una realtà che parve scomparire nel 19° secolo, per poi riaffacciarsi negli anni ’30 del secolo scorso con una nuova fisionomia, quella di un odio implacabile che acquisì il carattere dell’antisemitismo genetico.
Il fenomeno dell’antisemitismo ha assunto, dunque, volti diversi nel corso del tempo: nato come odio religioso (l’ebreo assassino di Cristo), si è poi evoluto come fanatismo nazionalista (l’ebreo dedito a difendere i propri confini e perseguire scopi e inclinazioni individuali) e come pregiudizio economico (l’ebreo avido di denaro ed usuraio) fino alla sua ultima spietata manifestazione rappresentata dall’odio razziale (l’ebreo come appartenente ad una razza inferiore).
Dopo la prima guerra mondiale la morte, la distruzione e la miseria dilaganti alimentarono nella collettività un sentimento di rabbia che, germinando in un unanime desiderio di vendetta, aveva bisogno di un colpevole sul quale scaricare il peso delle colpe. La forza della disperazione ha “un prezzo che non si paga, ma viene fatto pagare” asseriva Escobar[1]: è la teoria del capro espiatorio, un primitivo meccanismo antropologico che nelle società greche arcaiche consentiva di scaricare la rabbia accumulata su di un unico martire riparatore, destinato ad immolarsi per gli altri -“il capro espiatorio” appunto, di girardiana memoria[2]– come risposta al pericolo esistenziale che si sviluppava, non sulla base di indizi di colpevolezza ma di connotazioni fisiche, situazionali o pregiudiziali. E il popolo ebraico si prestava perfettamente ad interpretare questo ruolo, quello di cancro dell’umanità che andava tristemente estirpato per salvaguardare la razza umana: visione apocalittica che venne perseguita in modo totalizzante soprattutto dal regime nazista, arrivando al paradosso della Soluzione Finale come terapia salvifica[3].
Sono trascorsi quasi ottant’anni dalla Shoah, ma le ferite inferte alla storia dell’umanità dal genocidio nazista stentano a rimarginarsi. Dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto in forza dei documenti fotografici dei lager di sterminio evidenziati dal processo di Norimberga, si pensava che non vi fosse più spazio per l’antisemitismo e che quella folle ideologia fosse definitivamente superata. In realtà, i dati raccolti da diverse agenzie mostrano come nell’ultimo ventennio, a seguito di un’inaspettata ondata antisemita -la più intensa e pervasiva dall’epoca della furia nazista- si registri in Europa un forte incremento di episodi di intollenza nei confronti degli ebrei: smentendo le previsioni di coloro che la consideravano un fenomeno ineluttabilmente destinato a scomparire, una nuova giudeofobia ha preso forza e vigore esplicitandosi in episodi intrisi di disprezzo e odio razziale di una gravità inaudita e inaccettabile.
Vero è che, data la natura ciclica del tempo e la ritualità della storia scandita dall’incessante ripetersi degli eventi, appartiene alla natura delle cose che fatti significativi nella storia del mondo si ripresentino anche in futuro, ma negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un’escalation di condotte di prepotenza e ostilità, anche per mano di individui banalmente comuni per poter compiere il male[4] a testimonianza che l’antisemitismo non è morto con le camere a gas e i forni crematori, ma si è rafforzato creando una solida corteccia di diffidenza e paura verso il popolo ebraico.
Le motivazioni potrebbero ricondursi al risorgere di ideologie neonaziste o all’insofferenza verso le politiche dello Stato d’Israele, ma l’ipotesi più accreditata sembra essere la persistenza in occidente di radicati stereotipi attribuiti agli ebrei a dimostrazione di un rinverdito sentimento di disprezzo e intolleranza. E’ vero, sugli ebrei giace da sempre un’avversione sedimentata che scaturisce da un coacervo di pregiudizi millenari, ma è soprattutto l’insofferenza nei confronti del diverso, sentimento intrinsecamente radicato nella mente dell’uomo, a condurlo ad atteggiamenti di ostilità ed esclusione del diverso. E l’ebraismo ha da sempre rappresentato per l’Occidente la diversità per antonomasia.
L’avversione nei confronti del diverso, termine che incarna una connotazione implicitamente ed archetipicamente negativa, affonda le sue radici nell’atavica paura dell’uomo nei confronti di ciò che non conosce e che, sfuggendo alla sua comprensione, viene percepito come una minaccia alle rassicuranti consuetudini della propria esistenza. Diverso, per l’uomo, è semplicemente chi la pensa in altro modo, chi ha tradizioni etniche, culturali o religiose non affini alle proprie, chi presenta peculiarità o differenze antropologiche che si discostano dalla realtà umana conosciuta. Intimorito da tutto quanto possa mettere a rischio la propria ordinaria quotidianità esistenziale, l’uomo è istintivamente orientato a rifuggire il diverso come via d’uscita dal disagio e dalla paura. Esplorare l’universo dell’altro da sé -il diverso per antonomasia- incute paura, perchè obbliga ad un confronto con ciò che è ignoto: tutto ciò che non si conosce, sfuggendo al nostro controllo, rappresenta una minaccia alle proprie sicurezze e ai fondamenti della propria identità.
Ecco allora che lo stereotipo (su cui si innesca il pregiudizio) interviene in soccorso con una funzione di tipo difensivo: una scorciatoia strategicamente e inconsciamente utilizzata dalla nostra mente nel tentativo di proteggerci da ciò che viene percepito come pericoloso. Contribuendo al mantenimento e alla salvaguardia delle proprie posizioni, questa rigidità di giudizio può sfociare in una serie di atteggiamenti discriminatori nei riguardi del diverso, verso il quale l’uomo attiva meccanismi di difesa simili a quelli che, a livello biologico, il sistema immunitario mette in moto a seguito dell’incontro con agenti patogeni: di fronte ad un soggetto percepito come diverso, si diffonde il timore derivante dalla minaccia che qualcosa di esterno e dissimile da noi possa mutare il nostro equilibrio interno. Pertanto, trovare riparo nella confortante uniformità di pensiero e nell’ordinarietà di comportamento, lontana da forme di destabilizzante sconvolgimento, funge come espressione di una straordinaria e irrinunciabile confort zone.
Viene, quindi, da pensare che, in fin dei conti, pur proclamandosi come civile e cristiano, il nostro Paese non si rivela poi così tollerante come professa di essere, perchè la tolleranza autentica, traguardo e condizione imprescindibile per la realizzazione di una condivisa responsabilità relazionale, è sinonimo di convivenza pacifica, inclusione, appartenenza, fraternità e solidarietà. Mentre, invece, si registra ancora una diffusa mentalità xenofoba che riflette l’immagine di una società pervasa da forti tendenze all’esclusione del diverso. Ingiurie e lesioni indotte da pregiudizi a danno di ebrei, gay, gente di colore o disabili sono senza dubbio inaccettabili, ma ciò che suscita sgomento e seria preoccupazione è soprattutto il comportamento di sfida, protervia e aggressività che viene ostentato da un’arrogante moltitudine di uomini che si credono onnipotenti nei confronti di chi appare diverso da loro per confessione religiosa, etnia, orientamento sessuale.
Sarà forse il disorientamento culturale e valoriale tipico della fase storica che stiamo attraversando, saranno forse le emozioni generate dalla simultanea e collettiva emergenza bellica, climatica, economica, sanitaria, sociale e indentitaria a trovare sfogo in questa radicalizzazione dell’intolleranza che si concretizza nell’attacco diretto a persone percepite come diverse?
L’umanità può diventare veramente una sola grande famiglia, la famiglia di tutti, purchè umilmente ci si disponga ad essere uniti nella diversità e ad accettare il diverso, l’altro da sé, come meritevole di rispetto e protezione da ogni forma di umiliazione, infamia e persecuzione.
NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
[1] R.Escobar, Metamorfosi della paura, 1997;
[2]R.Girard, Il capro espiatorio, 1982;
[3]Al nazismo tedesco fece eco l’Italia fascista che espresse l’antisemitismo di Stato con la pubblicazione del “Manifesto della Razza”, divulgato per la prima volta in forma anonima nel 1938 sul Giornale d’Italia con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza;[4]H.Arendt, La banalità del male,1963;
di: Angela GADDUCCI
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