Gli imprenditori ammettono di aver chiesto di ritardare l’istituzione della zona rossa mentre il presidente nega
È un incessante susseguirsi di dichiarazioni e smentite quello innescato dalla chiusura delle indagini preliminari sulla gestione della pandemia da Covid in Val Seriana, che tenta di accertare le responsabilità della mancata istituzione tempestiva della zona rossa nei comuni del bergamasco e della non attuazione del piano pandemico nelle prime settimane. Fra le posizioni divergenti anche quelle del presidente della Lombardia Attilio Fontana e dell’ex presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti.
Ieri era emerso che Bonometti avrebbe chiesto a Fontana di “farsi parte attiva a non far istituire zone rosse ma solo di limitare le chiusure alle attività non essenziali“. Una richiesta con cui Regione Lombardia “era d’accordo con noi“, come ha spiegato l’imprenditore ai pm.
Bonometti ha anche precisato che secondo lui “la zona rossa nella bergamasca non risolveva il problema, perché a mio parere andava chiusa l’intera Lombardia“.
Di diversi avviso Fontana, che si è invece detto “stupito che dopo l’arrivo dei soldati e Carabinieri non si è più fatta la zona rossa“, dato che “il blocco di Codogno aveva funzionato, noi credevamo nella realizzazione della zona rossa“. Il presidente ha dichiarato di aver proposto la soluzione della zona rossa al Cts il 3 marzo, paventando l’idea di chiudere “l’intera Regione” già dal “21-22 febbraio” sulla base delle informazioni arrivate dalla Cina.
Un altro imprenditore a capo di un grande gruppo della zona, Pierino Persico, ha ribadito ai pm di “non aver esercitato alcuna pressione per non far istituire la zona rossa“, ma di aver “espresso le mie preoccupazioni” da imprenditore: «se non consegnavo i materiali sarei stato soggetto a danni milionari» spiega, con conseguenze “negative sui livelli occupazionali“.
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/ FILIPPO VENEZIA