Un contributo della professoressa Angela Gadducci
Il fenomeno dei suicidi e delle condotte autodistruttive, di cui si registra un’incidenza particolarmente significativa tra i più giovani, ha assunto negli ultimi tempi proporzioni veramente preoccupanti.
Ogni anno in Italia assistiamo a circa 4.000 suicidi: un suicidio ogni 16 ore e un tentativo di suicidio ogni 14. Dati allarmanti che sono emersi dall’indagine condotta dall’Osservatorio Permanente Suicidi della Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze, istituito in modalità permanente dopochè nel gennaio 2021, durante la prima ondata pandemica, era stato intrapreso uno studio-pilota a carattere puramente indicativo denominato l’Osservatorio Suicidi Covid-19, teso a monitorare gli atti suicidari in base alle notizie di cronaca.
Particolarmente apprezzate dalle Istituzioni e in particolar modo dal Ministero della Salute, queste rilevazioni hanno continuato da allora ad essere intraprese in maniera sistematica perchè, trattandosi di numeri preoccupanti, la situazione doveva essere tenuta quotidianamente sotto controllo. I dati raccolti dal 1° gennaio 2023 fino alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alla prevenzione del suicidio che -istituita nel 2003 dall’OMS e dalla Federazione mondiale per la salute mentale- ricorre il 10 settembre di ogni anno, hanno fatto registrare 608 suicidi e 541 tentativi di suicidio, senza considerare che esiste un sommerso che sfugge ai media.
Dal report della Fondazione BRF sono emersi anche ulteriori spunti di riflessione: la categoria più a rischio è rappresentata, per il 90%, da ragazze intorno ai 15 anni, tra le quali i tentati suicidi sono circa tre volte più frequenti di quelli dei maschi, per quanto questi ultimi riescano a portare a compimento il loro intento due volte di più delle femmine. Questo divario, che vede i ragazzi ben più a rischio delle ragazze, può forse essere ricondotto ai ben noti e codificati modelli sociali, secondo cui i maschi sarebbero più orientati all’aggressività, alla competizione e al successo, mentre le femmine, capaci di esprimere le proprie emozioni, sarebbero più inclini a chiedere aiuto anche mediante l’atto dimostrativo del tentato suicidio. Altro dato allarmante è rappresentato dalle richieste di aiuto (circa 6.000 all’anno) ricevute nel primo semestre del 2023 da Telefono Amico Italia -attivato nel 1967 per sensibilizzare la società circa questo fenomeno oltrechè per gestire difficoltà e propositi di suicidio- confermano la particolare fragilità dei giovani: rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno le telefonate sono aumentate del 37% e il 28% di chi ha contattato l’associazione aveva meno di 26 anni.
Evidenze, queste, che non rispecchiano semplicemente l’esito di indagini statistiche, ma sono da interpretare come i sintomi più tragici di una profonda sofferenza esistenziale. Il disagio, fisiologica tappa nel percorso adolescenziale verso l’autonomia e l’identità compiuta, comporta nel giovane una condizione di vita segnata da frustrazione e conflittualità: la sensazione di sentirsi travolti dagli eventi esterni tanto da percepire la dilatazione del tempo come un irraggiungibile traguardo, può determinare, nei più vulnerabili, reazioni anche paradossali.
Alcuni giovani rivelano il proprio disagio mediante comportamenti estremi caratterizzati da soluzioni di autodistruzione della propria persona; altri si accingono alla decisione ultima utilizzando l’agìto suicidario per lanciare un appello di aiuto, che nel biennio 2020-22 è stato amplificato dalla traumatica esperienza della diffusione del Covid-19: il confinamento forzato da pandemia ha marcato con cicatrici indelebili il tessuto sanitario e sociale del nostro Paese incrementando drammaticamente il tasso di incidenza dei casi di suicidio e di tentato suicidio tra i giovani.
Studi scientifici hanno dimostrato che ogni qualvolta ci troviamo a vivere in condizione di stato di guerra, di depressione economica, di crisi da infezioni e contagio o da cataclismi l’impatto con i disturbi di natura psichica può accrescere o contrarsi in concomitanza con il variare delle situazioni. E le circostanze che stiamo vivendo negli ultimi anni non fanno che confermare tale assunto: sentendosi incapaci di gestire, nella complessità del presente, le contraddizioni della vita quotidiana e non prefigurandosi, per questo motivo, un’apertura verso il futuro, i giovani psichicamente più deboli subiscono lacerazioni interiori così profonde che, nei casi più estremi, possono condurre a idee di volontaria autosoppressione.
Ne danno conferma i dati desunti dai Pronto Soccorso. Le circostanze che portano i ragazzi in ospedale in regime di emergenza sono sempre più legate a fenomeni di autolesionismo: il 70% dei ricoveri è imputabile a impulsi autopunitivi (procurarsi ferite) e a casi di ideazione suicidaria o tentato suicidio, e il suicidio portato a compimento figura come la causa di morte più comune tra i giovani, seconda dopo gli incidenti stradali e a pari merito con l’overdose da eroina o da farmaci.
Il termine suicidio (dal latino sui e caedere = percuotersi, uccidersi) rappresenta quella condotta autodistruttiva, determinata dall’intrecciarsi di influenze sociali e psicologiche, che si sostanzia nell’atto di togliersi deliberatamente la vita; il tentativo di suicidio, invece, è un suicidio mancato. Ma la differenza tra le due condotte è piuttosto labile, perchè sono molti i tentativi di suicidio che non vengono portati a compimento, sia per il subentro di certe casualità, sia per l’attuale perfezionamento dei mezzi di rianimazione. In entrambi i casi, comunque, non si tratta di un vero e proprio desiderio di morte, ma come la conclusione più giusta da mettere in atto contro l’insostenibilità di una vita percepita come inaccettabile.
Tra le metodiche di condotta suicidaria si registrano soprattutto l’overdose da eroina, l’impiccagione, il gettarsi nel vuoto e il suicidio per asfissia mediante sacchetti di plastica.
Ma cosa porta un giovane, nel fiore della vita, ad assumere una così tragica decisione circa la sua esistenza?
I fattori scatenanti la volontà di togliersi la vita potrebbero ricondursi ad eventi contestuali connessi a difficili relazioni interpersonali, a delusioni, rotture o perdite sul piano affettivo-relazionale, a incomprensioni o litigi in ambito familiare, ma anche a insuccessi scolastici. Motivi che, a tutta prima, potrebbero risultare banali: chi non ha mai sofferto per delusioni affettive, per disarmonie in famiglia, per punizioni scaturite da scarsi risultati nel profitto? Si tratta di situazioni socio-relazionali e psicologiche del tutto comuni, capitate a chiunque e, apparentemente, facili da gestire, ma di cui l’adolescente vive l’evoluzione in maniera potenzialmente drammatica, perchè per lui ogni fallimento viene vissuto come una catastrofe irrimediabile.
Oltre ai fattori di rischio ambientali, a supporto di momenti predisponenti e scatenanti il deterministico tentativo di suicidio giocano un ruolo significativo anche fattori individuali e psicologici.
Tra i fattori di rischio individuali merita di essere ricordata l’incidenza di alcune variabili: la pregressa storia personale del potenziale suicida costellata, magari, di comportamenti suicidali o parasuicidali, la storia della propria famiglia, marcata forse di disturbi psichiatrici gravi o di suicidio, e la presenza di disturbi psichici non riconosciuti o non trattati.
Per ciò riguarda i disturbi psichici, la depressione risulta centrale nelle condotte suicidarie in adolescenza: la scarsa considerazione di sé, la sensazione di vuoto interiore e la perdita di speranza in un tempo a venire, inducono il giovane a credere di non avere più alcuna via d’uscita da quella che percepisce come un’oppressione emotiva insostenibile. Da qui, la convinzione che un mondo riconosciuto come inospitale e minaccioso, non valga più la pena di essere vissuto.
Ma non tutti gli adolescenti che attualizzano tentativi di suicidio sono depressi o presentano disturbi psichici conclamati. Esistono anche organizzazioni di personalità con bassi livelli di mentalizzazione, tendenza all’istintività e all’irruenza, disregolazione affettiva, inefficaci strategie di coping, elevati livelli di rabbia. Così come esiste una significativa correlazione tra suicidio e abuso di sostanze psicotrope: gli adolescenti che intentano un’azione suicidaria dichiarano un elevato utilizzo di alcol, droghe o un mix di entrambi che, distorcendo la percezione della realtà, possono aumentare l’impulsività e l’aggressività.
Che la morte coincida con la fine della vita è una nozione ancora lontana nell’immaginario di questi adolescenti. Anzi, essi nutrono un certo interesse per la morte che, vissuta come assenza, come opportunità di non esistere -quasi fosse un atto reversibile- suscita curiosità. Si pensi alle bravate di certi giovani alla guida o allo sballo provocato dall’assunzione di alcol e sostanze stupefacenti. Essi amano la trasgressione, la sfida e la sperimentazione di comportamenti inediti e rischiosi al solo scopo di provare emozioni intense che li facciano sentire vivi. E’ per questo che provano piacere nel giocare con la morte: consegnando nelle mani della fortuna o della sorte la propria vita, che essi percepiscono come un coacervo di esperienze sensoriali, mettono alla prova il destino per scoprire se sta dalla loro parte o se è un nemico.
Il fatto è che, a prescindere dai fattori scatenanti, disagio, devianza e condotte suicidarie acquistano sempre maggiore rilievo nel dibattito pedagogico contemporaneo svelando condizioni di emergenza esistenziale che affondano le loro radici nella difficoltà di vivere in uno scenario sociale sempre più fluido e rutilante, che risente dei rapidi e profondi mutamenti in atto come fonti di quell’instabilità che affligge la sfera delle relazioni interpersonali conferendo all’adolescente un profilo identitario che non riesce a crescere sui binari della progettualità e dell’autodeterminazione.