L’aviatrice Amelia Earhart è scomparsa nel luglio del 1937 mentre cercava di fare il giro del mondo. Oggi, un team di esploratori pensa di averla ritrovata
Il nome di Amelia Earhart è diventato una leggenda nel campo dell’aviazione. Considerata a tutti gli effetti una “pioniera dell’aria”, Earhart è stata la prima donna a cercare di compiere il giro del mondo a bordo del suo bimotore, il Lockheed Electra, nel luglio del 1937. Insieme a lei viaggiava il navigatore Fred Noonan. La missione non andò a buon fine: l’aviatrice e il suo compagno scomparvero dai radar mentre sorvolavano l’Oceano Pacifico e sparirono nel nulla per 87 anni. Oggi, un team di esploratori statunitensi crede di aver trovato il relitto del Lockheed Electra, sul fondale sabbioso dell’Oceano a quasi 5mila chilometri di profondità. Dopo quasi un secolo, Amelia potrebbe finalmente far ritorno a casa.
La leggenda di Earhart
Nata nel 1897 ad Atchinson, nel Kansas, Amelia Earhart mise piede per la prima volta su un aereo, da passeggera, nel 1920 a Long Beach. Quell’esperienza la segnò al punto da farle decidere che il volo sarebbe stato il suo futuro. Nonostante possa sembrare curioso, all’epoca c’erano molte pioniere donne nel mondo dell’aeronautica: scorrendo le cronache saltano all’occhio, benché il loro contributo sia stato poi oscurato dalla storia tanto che le “nipoti” hanno dovuto ricominciare dall’inizio per poter diventare piloti di aerei civili e militari. Ma già all’epoca di Earhart c’era una donna che aveva, per così dire, anticipato i tempi. Si chiamava Neta Stook, era l’istruttrice professionale che insegnò ad Amelia a volare e che, in seguito, raccontò: «non mi ha dato molto da fare. Si alzava da terra e volava. Tutto qui», regalando l’immagine di una ragazza con un talento naturale che a volte la rendeva anche troppo sicura di sé. Nonostante tutto, però, per quanto brave, le donne non avevano accesso all’addestramento militare che forniva agli uomini l’accesso diretto agli aerei più aggiornati. Se una ragazza voleva pilotare doveva pagarsi da sola la pratica su piccoli velivoli negli aeroclub. Earhart non si scoraggiò: lavorò come segretaria, fotografa, assistente sociale, finanche camionista, dopodiché ricevette un’eredità dalla madre che le permise di comprare un piccolo aereo. Amelia lo ridipinse di giallo e divenne celebre nel volo in pochissimo tempo. La sua biografa, Cristina de Stefano, racconta che era “disinvolta” e famosa per i suoi “atterraggi al limite dell’incidente“. Inoltre le piaceva fare “lo slalom con l’aereo fra gli alberi, passare bassa sotto i fili del telefono, e usava la radio quasi solo per ascoltare la musica“. Una caparbietà ammirevole, unitamente a una certa dose di sconsideratezza che forse ebbe un peso nell’incidente del luglio ’37.

Era inarrestabile: osannata da stampa e cinegiornali, si unì alla trasvolata dell’Atlantico organizzata dal pilota Charles Lindbergh nel 1928 e nel ’32 volle riaffrontare la tratta da sola. Ci riuscì: fu la prima donna ad attraversare l’Atlantico in solitaria a bordo di un velivolo. Sulla scia di questo successo, il culmine della sua carriera, nel 1973 Amelia decise che sarebbe partita per affrontare il giro del mondo a bordo del suo bimotore.
Il suo viaggio programmato prevedeva 47mila chilometri. Partì insieme a Fred Noonan, un esperto navigatore 44enne, da Oakland, in California. Insieme percorsero 35mila chilometri, poi si trovarono davanti l’immensa distesa dell’Oceano Pacifico. Il 2 luglio di quell’anno Earhart e Noonan decollarono per affrontare i loro “ultimi balzi” sull’oceano da Lae, in Papua Nuova Guinea. Erano diretti a Howland, una remota striscia di terra tra l’Australia e le Hawaii, un atollo lungo due chilometri e largo 500 metri, che distava 4mila chilometri da Lae. Ma mentre erano in volo accadde qualcosa: poco prima dell’ora prevista di atterraggio, Amelia comunicò tramite la radio di essere rimasta a corto di carburante e di non riuscire a vedere la nave militare da cui avrebbe dovuto ricevere rifornimento. Le comunicazioni successive fecero capire che era fuori rotta, benché frammentarie; in seguito, si sarebbe scoperto che anche le mappe della zona consultate da Amelia erano sbagliate: un’isola era stata disegnata con una forma diversa e avrebbe tratto in inganno chi l’avesse osservata dall’alto. Inoltre, non esistevano i radar: perciò quando Earhart e Noonan smisero di trasmettere alla radio sparirono letteralmente dal mondo.

Un mistero irrisolto
Nei giorni successivi la scomparsa del velivolo su cui viaggiava Earhart, ci fu qualche crepitio radio che diede la speranza ai soccorritori che l’aviatrice e il suo navigatore fossero riusciti a compiere un atterraggio di fortuna su qualche atollo e venne organizzata una massiccia campagna di ricerca. Vennero impiegate 9 navi, nei cieli si alzarono 66 aerei, ma il velivolo di Amelia non fu mai ritrovato. Divenne un vero e proprio cold case, con tanto di colpi di scena; nel 1940 l’attenzione si era concentrata sull’atollo disabitato di Gardner (oggi si chiama Nikymaroro) dove erano state trovate alcune ossa. Si pensava che potessero essere di Earhart: la perizia all’epoca le attribuì a un uomo, nel 2018 invece nuovi esami fecero pensare che appartenessero a una donna della corporatura di Amelia; il problema in questo caso fu che la contro-perizia fu realizzata unicamente su carta. Il mistero nel mistero, infatti, vuole che le ossa nel frattempo furono fatte sparire. Scomparse nel nulla come la sua – ipotetica – proprietaria.

La scoperta del team di Tony Romeo
Nelle ultime ore si è riaccesa la speranza di poter finalmente mettere un punto alla storia di Amelia Earhart e del suo navigatore. Un team di esploratori guidato dall’ex ufficiale dell’intelligence dell’Air Force Tony Romeo ritiene di aver individuato il relitto dell’aereo su un fondale sabbioso dell’Oceano Pacifico, a quasi 5mila metri di profondità, dove, secondo la Deep Sea Vision, si sarebbe inabissato quasi un secolo fa.
Romeo ha spiegato che l’equipaggio di “archeologi subacquei ed esperti di robotica marina” della DSV ha condotto una missione di tre mesi lungo la rotta dell’ultimo volo di Earheart, ripercorrendone i passi dalla Papua Nuova Guinea fino all’isola di Howland. Sono state analizzate alla luce delle nuove tecnologie la traiettoria percorsa del velivolo, le ultime comunicazioni radio, e i venti, ed è stato applicato un “approccio matematico e probabilistico” all'”enigma perfetto” come definito da Romeo.
Romeo e il suo team non hanno comunicato l’esatta ubicazione del velivolo ma l’ex militare ha dichiarato che si trova a circa 160 chilometri a ovest di Howland Island, dove la pilota sperava di far rifornimento, appunto. Gli esperti hanno usato un sommergibile all’avanguardia e hanno esplorato un’area di circa 13.500 chilometri quadrati di fondale usando un sonar per mappare 1.600 metri alla volta. Hanno così individuato un oggetto in rilievo simile per forma e dimensioni all’aereo di Amelia.
La teoria da cui il team della DSV è partito per le nuove analisi si basa su un errore che potrebbe aver commesso Fred Noonan: il navigatore potrebbe aver dimenticato di riportare indietro il calendario quando hanno attraversato la Linea internazionale del cambio di data, provocando così errori di navigazione.
In un’intervista rilasciata alla Reuters, Romeo ha dichiarato che l’obiettivo è tornare “al più presto” sul posto per ottenere immagini migliori, con un veicolo a comando remoto, così da poter “riportare finalmente Amelia Earhart a casa“.

di: Micaela FERRARO
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