La finale della NFL è molto di più di un evento sportivo, è il culmine della rappresentazione della storia degli Stati Uniti. E tutti, immigrati inclusi, partecipano
Il Super Bowl è molto più di una semplice partita di football americano. È una rappresentazione della società e della cultura americana attraverso lo sport, il patriottismo, l’intrattenimento e la pubblicità.
Per comprenderne la portata oggettiva, la partita dell’11 febbraio scorso è stata vista da 114 milioni di spettatori, generando introiti pubblicitari per oltre 600 milioni di dollari, circa 7 milioni per 30 secondi di spot, che sono, a loro volta, i più costosi mai prodotti. Non solo: gli spettatori hanno speso 17,3 miliardi, 86 dollari a testa, per cibo e bevande, televisori, abbigliamento della squadra, decorazioni. Le scommesse piazzate sulla partita hanno superato i 153 milioni di dollari.
Di fronte a questi numeri, quelli del risultato passano in secondo piano: per la cronaca i Kansas Chiefs hanno battuto ai supplementari i 49ers di San Francisco per 25 a 22. L’attenzione mondiale è stata catturata dalla fidanzata del tight end – letteralmente “estremo stretto”, ruolo d’attacco nel football – della squadra vincitrice, Travis Kelce, che si chiama Taylor Swift. Sì, quella Taylor Swift, che, anche nel ruolo di WAG (così vengono chiamate le mogli, “wives”, e le fidanzate, “girlfriends”, che guardano i compagni dalla tribuna), ha monopolizzato i media: la foto del bacio della regina del pop al neo campione è immediatamente diventata l’icona del Superbowl LVIII.
Per il Super Bowl si sono fermati anche gli eserciti, come confermato da una nota del Comando USA in Italia, in cui si autorizzava l’apertura delle attività nel primo pomeriggio, dopo la lunga notte della partita. E anche gli expat italiani per una domenica hanno abbandonato il calcio e si sono tuffati nella frenesia collettiva della finalissima.
Per comprendere il perché di questo coinvolgimento totale, che va dalla sfera più intima e familiare alle vette di Wall Street, è utile conoscere le origini e le caratteristiche base del gioco.
Nel 1870, uno studente di Yale, Walter Camp, decide di variare il britannico rugby e inventa il football. Già nei primi anni nascono i concetti di “possesso palla” e di “primo down”, cioè quando un giocatore fa toccare terra alla palla in un’area del campo avversario, aggiudicandosela. Secondo il giornalista Sal Paolantonio, storico corrispondente di football americano della ESPN, il controllo fisico della palla ricrea l’eredità storica dell’America di conquista e controllo del territorio, non senza violenza, mentre il “primo down” è legato alla rivendicazione del terreno: la squadra porta avanti la palla, mantiene il territorio e difende quel territorio. I concetti di “possesso” e di “primo down” rispecchiano i primigeni valori culturali della nascente America e questa similitudine fu subito talmente evidente da portare il football a diffondersi rapidamente e a entrare nell’identità stessa americana.
La popolarità del nuovo sport varcò ben presto le università e le capitali, arrivando fino alle periferie più remote e radicandosi profondamente. «La natura competitiva e di controllo del football rafforza i valori occidentali di individualismo, fiducia in se stessi, praticità, ottimismo e spirito democratico, mettendo in atto anche la convinzione americana del “destino manifesto”», conferma il professore di Storia delle Culture Brian Dippie.
Sebbene la competizione per le risorse e lo spazio non sia un’esclusiva della storia americana, la convinzione dei coloni americani di essere destinati ad espandersi in tutto il Nord America era unicamente americana. E il football è una rappresentazione del “destino manifesto”, celata, ma non troppo, dietro la facciata di intrattenimento. Nei primi articoli di stampa, le partite non venivano descritte come “giocate”, ma “combattute”. Alla fine dell’incontro i giornalisti decretavano i “conquistatori” e i “vinti”. Queste parole, anziché “vincitori” e “sconfitti”, evocavano la storia del West, in cui i colonizzatori bianchi, che allontanarono gli indiani nativi dalle loro terre, “considerarono l’acquisizione della proprietà come un imperativo culturale, evidentemente il modo giusto di affrontare le cose”, ha rimarcato la storica del West Patricia Limerick. E anche il football è stato vissuto come un imperativo culturale: l’acquisizione della palla era l’obiettivo finale che valeva ogni sforzo.
Le cronache non tralasciavano di annotare che gli sconfitti godevano comunque di prestigio e ammirazione: anche l’acquisizione del territorio nel football era considerata una battaglia nobile e degna di essere combattuta, anche se poteva costare molte vittime.
Un’altra importante analogia è che la conquista del “selvaggio West” è avvenuta tutta all’interno di uno spazio definito, conquistato metro dopo metro, o, meglio, yarda dopo yarda. Il gioco del football imita questo sforzo e racconta una storia antica quanto l’umanità: un violento confronto tra uomini in lotta per il territorio.
In quest’ottica, il Super Bowl, ovvero la finalissima del campionato, rappresenta il culmine di questa lotta di conquista e come tale va celebrato: gli uomini che calcheranno il campo hanno lottato duramente per essere lì, in rappresentazione dei valori fondanti della società americana. Per questo i tifosi delle squadre che hanno “ceduto le armi” nelle fasi precedenti, si coalizzano per supportare la più forte del loro girone. Per questo anche tra le opposte fazioni non c’è conflitto, ma rispetto. E per questo il bacio tra la regina del pop e il re del campo è l’icona perfetta della grande epopea americana che si è appena conclusa, con il popolo che si stringe attorno ai suoi figli migliori, godendone la bellezza, la forza e il potere. In attesa della prossima rappresentazione.