La nostalgia bella e “balorda”, quella di Olly, che ha vinto la kermesse e stravolto l’Ariston; ma anche quella all’insegna di una fretta e un classicismo stantio firmata Carlo Conti
A Sanremo quest’anno ha vinto la nostalgia: quella “balorda”, cantata dal giovane genovese 23enne che ha stravolto l’Ariston e lo ha conquistato, Federico Oliveri in arte Olly; e quella stantia che sa di politicamente corretto e strizza l’occhio a un passato fatto di classicismi, smoking e puntualità messa in atto dal direttore artistico Carlo Conti. Dopo cinque anni di eccentricità, colori e balletti – finanche di quel nonsense che non smette di far ridere (dal “Bugo-gate” al “ballo del qua qua” con un indignato John Travolta) – magistralmente condotti da Amadeus, Conti prende in mano le redini – e l’orologio! – e tenta di riportare il carrozzone agli antichi fasti alla Pippo Baudo, con un risultato che appare perlopiù vecchio, quando non noioso. Con l’eccezione di alcuni momenti, (su tutti la co-conduzione di Geppi Cucciari – che ha portato una ventata di freschezza e divertimento intelligente sul palco – e di Mahmood – che ha fatto un medley di cui si continuerà a parlare negli anni a venire e che è stato così spontaneo e teso alla conduzione da risultare adorabile -, ma anche l’apertura di Gabry Ponte con il tormentone Tutta l’Italia, jingle peraltro dell’edizione) difficilmente questo Festival passerà alla storia come uno dei più riusciti o dei più divertenti.
A salvarlo, diciamolo chiaramente, è stato il podio finale: Olly che, dopo esser rimasto senza fiato e parole all’annuncio della vittoria, ha alzato la statuetta rivolgendo un saluto incredulo ai genitori (“Ciao a casa, ciao Ma’ ciao Pa’. È successo. È assurdo ma è successo”) e poi ha cantato Balorda Nostalgia con tanto pathos andandosi a prendere il pubblico in platea da non lasciar dubbio alcuno sui motivi per cui abbia vinto; Lucio Corsi, altra grande rivelazione di questa edizione, che si è piazzato al secondo posto con la sua Volevo essere un duro e che andrà all’Eurovision in Svizzera, dopo la rinuncia di Olly che ha preferito “non bruciare le tappe”, mantenere l’impegno preso con i fan e non cancellare le date dei concerti già fissati; e Brunori Sas, che ha portato sul palco tutta l’intensità dell’emozione del diventare padre con L’albero delle noci dedicato alla figlia Fiammetta. Un podio sì tutto al maschile, ma che dà uno scorcio d’Italia estremamente diverso da quello che emergeva fino a qualche anno fa: un podio giovane, fresco, culla del cantautorato, che racconta storie semplici quanto profonde e che traccia un’immagine del “maschio” che finalmente si distacca da quell’idea di uomo patriarcale così ben radicata nello spettacolo italiano. Un podio nuovo sotto tutti i punti di vista che dimostra come i giovani si siano ripresi il Festival e se lo siano conquistati e tenuti fino alla finalissima. Ed è un po’ questo il punto fondamentale: il target, il pubblico, trainato dalla scelta dei cantanti in gara ma anche dal nuovo “modello” che la kermesse ligure ha applicato negli ultimi anni. Secondo i dati Auditel la copertura di Sanremo 2025 è stata eccezionale: una media di 21.512.547 telespettatori con una permanenza del 56,3% e un’ora e 8 minuti visti. Spiccano i dati relativi a Gen Z e Millennial: ascolti dell’83,87% nella fascia 15-24 anni e sopra il 70% nelle fasce 25-34 e 35-44. Si scende al 64% e al 59% delle fasce 55-64 e over 65. Nell’analizzare questi dati però – soprattutto quelli relativi allo share complessivo delle cinque serate – bisogna fare le dovute precisazioni: le puntate dell’edizione di quest’anno sono durate meno rispetto a quelle del quinquennio precedente. Questo ha due conseguenze, come specificato da Francesco Siliato, media analyst dello Studio Frasi che ha analizzato i dati Auditel: l’aumento dell’audience media sulla singola serata e la diminuzione complessiva di Rai1 sulla fascia coperta dalle precedenti edizioni. Basandosi su questo si evince quindi che l’edizione di quest’anno ha prodotto un ascolto inferiore alla precedente sia da un punto di vista pubblicitario (cioè nella fascia oraria dedicata alla pubblicità) sia da un punto di vista editoriale (mettendo a confronto i minuti comuni alle due passate edizioni).

A vincere sembra essere stato quindi di nuovo Amadeus: Conti ha potuto fare affidamento su un pubblico affezionato (balordo e nostalgico, tanto per rimanere in tema), sfruttando l’onda del successo del suo predecessore che, in cinque anni, ha saputo ridare centralità al Festival riportandolo ad essere un appuntamento immancabile nell’agenda televisiva italiana. Conti si è accontentato di sfruttare questa eredità, celandosi dietro gag stantie ma confortanti, e puntando tutto sulla scelta dei cantanti: nomi come Olly, appunto, cresciuto esponenzialmente sui social, o lo stesso Fedez arrivato a sorpresa nella cinquina finalista, persone in grado di smuovere i voti del pubblico e tenere i giovani davanti alla televisione fino all’una del mattino. A parere di chi scrive è stato un Festival di “passaggio”: verso cosa non lo sappiamo, probabilmente verso Alessandro Cattelan (che ha comunque convinto di più con il suo Dopo Festival di quanto abbia fatto Conti con il suo prime time).
Non sono mancate le critiche, a partire da quelle relative al podio: al momento della rivelazione dei cinque finalisti la platea è esplosa in fischi ed esclamazioni di dissenso per l’esclusione di Giorgia e Achille Lauro (lui stesso ha poi detto durante un’intervista che già questa è una grossa vittoria, considerando che quando ha partecipato per la prima volta “la gente era arrivata con i forconi” protestando per la sua presenza sul palco dell’Ariston), ed è stato contestato il voto delle giurie, puntando come sempre il dito contro il televoto. Se l’anno scorso il sistema fosse stato come quest’anno avrebbe senz’altro vinto Geolier, con la somma dei voti di tutte le serate (ad eccezione di quella delle cover che ha fatto campionato a sé) e il voto da casa più “pesante” rispetto a quello di sala stampa e radio; per questa edizione invece i voti si sono sommati, e in più il televoto ha rappresentato un voto “complessivo”, totale (magari anche tre, essendo che ogni persona poteva votare tre volte il suo beniamino), mentre le giurie hanno dovuto votare tutti gli artisti dando loro un voto da 1 a 5. Quindi in sostanza, una persona che vota da casa pone una differenza del 100% tra il proprio beniamino e gli avversari; una persona che vota dalla sala stampa ha una differenza massima del 44,4% se ipotizziamo che abbia dato 5 al suo preferito e 1 a tutti gli altri. Vero è anche che sala stampa e radio hanno “pesato” per il 66% contro il 34% del voto da casa, la differenza è netta: perciò la sensazione è che in qualunque modo la si faccia si sbagli, perché chi perde ha sempre la tendenza ad andare a cercare un colpevole di quella sconfitta. La verità è probabilmente solo quella delle classifiche successive al Festival: su Spotify Olly trionfa, lo seguono Lucio Corsi e Fedez (e Giorgia rimane al quinto posto peraltro sotto Achille Lauro). Su Apple Music Olly è di nuovo primo, seguito da Fedez, e Giorgia si piazza terza. Anche come video musicali su Youtube vince Olly: a una settimana dal Festival Balorda Nostalgia ha 7,8 milioni di visualizzazioni e stacca in modo netto i Coma_Cose (5 milioni), Giorgia (4,7 milioni) e Achille Lauro e Fedez, entrambi con 4,6 milioni di visualizzazioni.

In qualunque modo sia andato, quando Sanremo finisce ci sentiamo tutti un po’ nostalgici. Le canzoni di quella settimana continuano ad accompagnarci per buona parte dell’anno (lo dimostrano le date dei concerti dei protagonisti che volano sold out in 30 minuti): ci traghetteranno fino al 2026, quando scopriremo cosa ne sarà della kermesse che abbiamo re-imparato ad amare finito l’effetto-Amadeus in questa Rai che piace tanto all’attuale Governo.
In copertina: Crediti: ANSA/ETTORE FERRARI