Carney risponde alle provocazioni di Trump, forte di un mandato politico a rimettere in sesto i conti del Paese. Come si vince il braccio di ferro diplomatico col tycoon?
Secondo il presidente degli Stati Uniti, ha vinto “quello che odiava meno Trump”. Non ha torto il tycoon, commentando l’elezione di Mark Carney a nuovo premier del Canada, se pensiamo agli attriti, per così dire, intercorsi con il predecessore e comunque compagno di Partito Justin Trudeau. La speranza dei canadesi è che il pragmatismo pacato dell’esperto economista possa disarmare le manipolazioni psicologiche della diplomazia trumpiana e riportare il dibattito a un più civile e convenzionale negoziato, avendo compreso, almeno lui, che “bisogna distinguere tra ciò che il presidente vuole e ciò che invece si aspetta”.
Il pedigree di Carney ha spinto parte della stampa italiana a ribattezzarlo il “Mario Draghi del Canada”: Harvard, Oxford, Goldman Sachs, e poi ancora governatore centrale della Banca del Canada, durante la crisi del 2008, e Banca Centrale Britannica, durante la Brexit e fino alla pandemia (è stato il primo non-britannico della storia a guida dell’Istituto, oltre al primo a guidare due Banche centrali). È così che Carney brucia agilmente le tappe nell’ottenere, come suo primo incarico pubblico, lo scranno più alto del suo Paese. Come Draghi, Carney lascia che siano le sue competenze a parlare per lui, mantenendo un basso profilo e un pragmatismo scevro di dogmi ideologici. A differenza di Draghi, però, l’economista canadese passa il vaglio del suo Liberal Party e trova una seconda conferma anche nelle urne, a testimonianza di un mandato forte e politico, anziché emergenziale o meramente tecnico – e non sarebbe potuto essere diversamente, se la prima sfida all’orizzonte è ottenere il rispetto di Trump. A proposito di rispetto, anche il dato sull’affluenza al 69%, il picco massimo dal 1993, ci racconta qualcosa di queste elezioni. È ciò che ormai rientra nei dizionari come “effetto Trump”, nonché una netta (se ce ne fosse stato bisogno) risposta all’ingenerosa offerta di diventare “il 51esimo Stato” degli USA. Anche in Canada, Trump fa il Trump, talmente divisivo che finisce per fare da collante nazionale. Tanto che Carney non viene danneggiato nemmeno dal suo francese claudicante, una cosa su cui gli elettori del Quebec solitamente non transigono.
Per capire l’imprevista rimonta del Partito Liberale però l’effetto Trump non è sufficiente. Per i Liberals infatti si tratta del quarto mandato consecutivo; sopravvivendo anche al passo indietro dell’ormai ex golden boy Trudeau, il Partito ha recuperato uno svantaggio a due cifre con i conservatori e, con 168 seggi su 343, ha mantenuto il comando seppur nuovamente con un Governo di minoranza. I quattro voti necessari per la maggioranza (172 seggi) saranno facilmente reperibili tra i progressisti del Nuovo Partito Democratico, terza forza del Paese già supporter di esecutivi a guida liberal – del resto Trudeau governava senza maggioranza dal 2019. Quanto ai conservatori, che speravano di invertire la rotta approfittando della parabola di Trudeau, non sono bastate le prese di distanza dell’ultimo minuto di Pierre Poilievre e del suo Canada First, reo di evocare facili antipatie. Leader conservatore carismatico e spesso populista, Poilievre ha infatti costruito il suo successo da feroce oppositore di Trudeau, supportando i Convogli della libertà che nel 2022 hanno bloccato la Capitale, abbracciando il negazionismo climatico, incassando gli endorsement di Musk. Una retorica forte e riconoscibile che però gli si ritorce talmente contro da fargli persino perdere il seggio (rispondendo con fair play al difficile momento, Carney ha acconsentito ad elezioni suppletive per permettere al rivale di tornare in Parlamento al posto di un suo deputato dimissionario). Gli elettori, invece, hanno giudicato che l’entità delle sfide all’orizzonte fosse principalmente e innanzitutto economica, così che la candidatura di un esperto di finanza e mercati ha subito lustrato la facciata ammaccata dei liberali.
Insomma, non è solo “effetto Trump”: le preoccupazioni economiche dei canadesi non nascono dalla guerra di dazi del tycoon, né dalle sue sparate imperialiste, ma sono all’origine della crisi politica esplosa in seno al Partito di Trudeau. L’inflazione, in particolare quella immobiliare, galoppa e il debito delle famiglie è schizzato (è il più alto di tutto il G7), così come pesano dinamiche già note ad altri Paesi, dal calo della produttività al famigerato rapporto deficit/PIL. A far traboccare il vaso Trudeau sono state le dimissioni della sua collega di Partito Chrystia Freeland; la ministra delle Finanze aveva promesso di mantenere il deficit del Paese non oltre i 40 miliardi di dollari, ma è stata costretta ad approvare un bilancio con 61,9 miliardi in rosso.
Quando Carney, il 6 maggio, incontra per la prima volta Trump alla Casa Bianca, i rapporti sono ai minimi storici. Dopo aver minacciato l’annessione di Groenlandia e Canada, il tycoon aveva perlomeno ridimensionato un intervento militare contro Ottawa (“fortemente improbabile”), senza invece smentire le intenzioni sul territorio danese («abbiamo fortemente bisogno della Groenlandia»). L’incontro seguiva anche le dichiarazioni del segretario al Commercio USA Howard Lutnick sul Canada, un “regime socialista” che a lungo si è “nutrito” dell’America, così come ribadiva lo stesso Trump, per cui “non abbiamo bisogno di nulla di ciò che hanno, a parte la loro amicizia, che speriamo di mantenere sempre” mentre loro “hanno bisogno di tutto da noi”. Non è scontato quindi che l’incontro si sia svolto con toni cordiali e pacati, pur senza risparmiare frecciatine, con Carney pronto a ribadire che “non siamo in vendita e non lo saremo mai” e Trump pronto a replicare: «mai dire mai», perché sarebbe “un matrimonio meraviglioso, un enorme vantaggio essere parte degli Stati Uniti”. Senza perdere tempo nel muro contro muro, Carney sa già che il suo Paese ha bisogno di aprire nuove rotte (commerciali e non) verso altri Paesi alleati.
Non è un caso quindi che proprio quest’anno si riprenda una vecchia tradizione che vuole che il sovrano della Corona britannica pronunci un discorso programmatico al Parlamento in quanto capo di Stato del Canada, membro del Commonwealth – non che i canadesi abbiano mostrato affezione alla monarchia: secondo un sondaggio del 2024 di Research Co., solo il 23% di loro vorrebbe mantenerla, contro un 46% che preferirebbe eleggere democraticamente il proprio capo di Stato. La strategia di Carney, mediatica e politica, punta a rispondere al “tradimento” USA senza cedere al suo intento di “dividerci per permettere all’America di possederci” ma rafforzando una nuova alleanza globale che coinvolga Europa e Messico. Un piano confermato dai pronti inviti di Keir Starmer ed Emmanuel Macron, che hanno subito colto l’occasione di avviare conversazioni privilegiate con Ottawa, e dal dialogo già intrapreso con la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum. Il primo banco di prova per Carney è la presidenza di turno del G7, che casca a fagiolo: dopo il meeting con gli Esteri a marzo, a giugno Kananaskis, nell’Alberta, ospiterà il vertice dei leader, Zelensky compreso. Il prezzo del Canada lo stabilirà la sua leadership.