Possedere un’arma, in America, è un diritto inalienabile, parte della storia del Paese. Ma i tanti casi di cronaca rimettono tutto in discussione

«Gli Stati Uniti d’America non sono l’unico Paese sulla Terra con persone violente o pericolose. Non siamo intrinsecamente più inclini alla violenza, ma siamo l’unico Paese sviluppato in cui questo tipo di violenza di massa si verifica con una tale frequenza. In qualche modo siamo diventati insensibili e abbiamo iniziato a pensare che ciò sia normale. La maggioranza delle persone di questo Paese è più ragionevole della politica di Washington, troppo legata a lobby, interessi e denaro. Dobbiamo unirci per intraprendere azioni per impedire che cose del genere si ripetano, a prescindere dalla politica. Reagisco non da Presidente, ma da genitore».

È così che Barack Obama, ex presidente degli Stati Uniti d’America, si espresse in merito alle frequentissime stragi che attanagliano ancora oggi un Paese che continua ad essere un dado nelle mani delle lobby, le quali dettano le regole di un gioco di profitti e di scopi meramente economici. Il suo discorso, però, risulta ad oggi un po’ contraddittorio, dato che durante i primi quattro anni del suo mandato il settore delle armi da fuoco conobbe un boom senza precedenti nella storia: alla fine del 2012 il giro d’affari toccò quota 11,7 miliardi di dollari, tanto che Jim Barrett, analista di C.L. King & Associates Inc, dichiarò: «Obama è la miglior cosa che sia mai accaduta all’industria delle armi».

Ma la domanda che oggi dobbiamo necessariamente porci, al di là delle responsabilità delle varie figure politico-istituzionali, è la seguente: a che prezzo? Che cosa e chi c’è dietro a questa situazione?

Da molti anni, troppi, i Presidenti della White House hanno tentato di abbattere questo circolo vizioso, con l’obiettivo di contenere un fenomeno che si espande a macchia d’olio ogni giorno sempre più. Ma il fatto è che, come al solito, lo schema è tragedia su tragedia: si svuotano i cuori delle persone, ma si riempiono le tasche di altri.

Un mercato, quello delle armi, che causa un altissimo numero di vittime e che raggiunge cifre spaventose: circa 40.000 morti e 80.000 feriti l’anno. La liberalizzazione nella compravendita è un fattore incisivo che permette ai cittadini la possibilità di reperire con estrema facilità armi da fuoco. In America le armi non sono solo motivo di autodifesa, ma sono una cultura, un vero e proprio credo, al punto che, grazie alle condizioni sociali che lo permettono, assassini, criminali e terroristi si sentono incoraggiati: il tasso di omicidi è 25 volte più alto rispetto agli altri Paesi, soprattutto negli stati del Sud e tra la popolazione afroamericana di giovane età.

Sembra banale affermarlo, eppure, spesso è una questione di soldi: il giro d’affari annuale delle armi vale circa 240 miliardi di dollari e i numeri sono in costante aumento. Basti pensare che, dal 2000 ad oggi, la produzione delle armi è più che triplicata. Il fatturato del primo trimestre del 2022 è praticamente pari alla media triennale, che con 780,15 milioni di dollari cresce significativamente rispetto al 2019. Pensare che, nel 2021, l’anno si è chiuso con 980,96 milioni di dollari incassati. Inoltre, bisogna prendere in considerazione un aspetto secondario fortemente legato al mercato: lo smercio delle munizioni che, probabilmente, è più sostanzioso. Rispetto all’anno precedente è in aumento del 53,76% sulla media triennale per un valore di 74,74 milioni. Questo vuol dire che non solo le armi si comprano, ma si usano spesso.

La legislazione e il Secondo Emendamento della Costituzione americana, in riferimento alla vendita di armi da fuoco, ne rende troppo facile l’acquisto: «Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto». Ed è proprio su questo che si legalizza e si fonda l’esercizio della National Rifle Association, NRA, l’organizzazione che tutela e favorisce i detentori delle armi, ostacolando da oltre 30 anni l’emanazione di leggi severe che permetterebbero di mettere un freno sulla vendita e il possesso delle armi.

Dichiaratasi apartitica, ma “velatamente” schierata, la NRA ha sostenuto politici sia del Partito Democratico che Repubblicano, anche se, statisticamente, la maggior parte appartengono a quest’ultima fazione. A conferma di questa constatazione, durante le elezioni presidenziali del 2016, l’organizzazione ha realizzato delle spese indipendenti del valore di 53,4 milioni di dollari per sostenere candidati favorevoli alle armi. E verso quale partito erano indirizzati? Repubblicano, a maggior ragione per la motivazione che i Democratici avevano promulgato nuove leggi sulla regolamentazione delle armi al fine di contenere i costanti episodi drammatici.

Ma perché risulta così complicato modificare una situazione del genere? Il tutto si può ricollegare al fatto che molti politici risultano essere a libro paga che, in riferimento al significato di lobbying, è una pratica consentita e frequente in USA, che pattuisce l’unione di intenti tra chi gode dei finanziamenti e l’associazione, e che grazie allo strumento dei Pac, Political Action Committee, permette un sodalizio causa-effetto tra il denaro raccolto e quello stanziato in favore di un personaggio, di una campagna oppure di un progetto di legge. Quindi, i Pac hanno la possibilità di frenare ogni azione legislativa mirata contro il porto d’armi, favorendo l’immunità non solo a chi le produce e a chi le vende, ma anche a chi le compra e le utilizza. Pensiamo che, nel corso degli anni, il binomio Pac-NRA ha portato cifre da record in donazioni dirette ai candidati favorevoli alla contemporanea legislazione: ben 41,9 milioni di dollari. Ecco perché, come si può facilmente intuire, non è così semplice modificare il tessuto legislativo.

In molti hanno provato ad abbattere l’organizzazione: nello scorso 2018, la procuratrice generale di New York, Letitia James, ha avviato una causa contro i massimi vertici, accusandoli di aver approfittato del gruppo a fini personali, convergendo milioni di dollari in spese per lussuosi viaggi personali. James ha chiesto lo scioglimento della NRA, presentando la richiesta alla Corte statale di Manhattan al termine di 18 mesi di indagini, che hanno portato alla luce innumerevoli accuse nei confronti del leader datato della NRA, Wayne LaPierre, che spaziano dai soldi spesi per acconciature e trucco della moglie a 17 milioni di dollari di contratto per lui stesso.

Quando la politica subentra, la situazione diventa ancora più complicata: pur essendosi macchiata di frodi e abusi “ed è per questo che oggi cerchiamo di scioglierla, perché nessuna associazione è al di sopra della legge”, come ha sostenuto James, ha ottenuto l’appoggio e la difesa dell’ex presidente Donald Trump che, invece di frenare tale movimento, lo ha incoraggiato a spostare la sua sede in Texas, così da potersi svincolare dalle questioni legali, per fare “una bella vita”. Questo perché, il quartier generale della NRA ha sede a Fairfax, Virginia, ed è registrato come “no profit” a New York, dove porta avanti la stragrande maggioranza delle sue transazioni finanziarie.

Eppure, il problema non risiede solo nello statuto delle lobby, bensì è radicalizzato nelle fondamenta legislative del Paese. Ci sono leggi, conosciute come Stand-your-ground, che stabiliscono il diritto di legittima difesa, “grazie” alle quali un soggetto ha la facoltà di difendersi o difendere altri da eventuali minacce o azioni percepite come tali, avendo facoltà di utilizzare qualsiasi livello di forza ritenuto ragionevolmente necessario per tutelarsi dalla minaccia. Ma ridurre le limitazioni alla resistenza armata ai fini di autodifesa, può portare ad effetti controproducenti, come l’aumento e  l’acquisto di armi, diminuendo le probabilità di incorrere in responsabilità penali o civili. Il fatto è che a stabilire nel concreto se si tratta effettivamente di una possibile minaccia è la persona che si trova nella situazione; talvolta, il problema è lo stato psicologico del soggetto, che potrebbe causare interpretazioni distorte della vicenda. Proprio per questo, i drammi sono veramente all’ordine del giorno.

È il caso della strage avvenuta il 16 aprile 2007, alla Virginia Polytechnic Institute and State University: Seung-Hui Cho, 23enne sudcoreano, studente all’Università, munito di due pistole, 400 proiettili, un coltello, un martello e diverse catene e lucchetti, ha segregato l’edificio e ha ucciso 32 persone, ferendone 17. Una volta che la polizia aveva accerchiato la scuola, si suicidò sparandosi un colpo alla testa. Registrato come uno degli episodi peggiori nella storia delle sparatorie, superando perfino quello della Columbine High School del 1999, Cho uccise due studenti al mattino per poi tornare al suo dormitorio e cambiarsi i vestiti sporchi di sangue. E questo è un caso eclatante, soprattutto per le condizioni psicologiche del ragazzo, al quale è stata diagnosticata depressione, mutismo selettivo e disturbo d’ansia sociale. A questo punto diventa spontaneo chiedersi: perché un ragazzo con determinate condizioni che renderebbero impossibile consapevolezza e coscienza nell’utilizzo di armi da fuoco possedeva delle pistole? La ragione risiede nel fatto che, seppur dichiarato mentalmente instabile, il giudice impose un trattamento psichiatrico, ma senza l’obbligo di ricovero e per questo motivo non venne inserito nel database del Virginia’s Central Criminal Records Exchange, CCRE, che gli avrebbe impedito di comprare e/o possedere armi da fuoco. Sono stati riscontrati parallelismi fra Cho Seung-Hui e gli attentatori della strage di Columbine, Eric Harris e Dylan Klebold. Cho, come loro, ha prodotto molti scritti e registrato videocassette in cui esprime il suo odio e la sua rabbia verso un contesto sociale nel quale si sente fuori luogo ed emarginato.

Questo evento mette a nudo come uno dei fattori scatenanti delle sparatorie non risieda solo in una cultura di massa tendente all’egocentrismo e alla potenza assoluta del singolo identificabile alla figura del Superuomo nietzschiano, bensì all’incapacità delle istituzioni sanitarie e legislative nel valutare adeguatamente il profilo della persona alla quale viene messa in mano un’arma potenzialmente mortale. La componente psicologica è determinante: i protagonisti delle stragi, come nel caso di Cho, hanno spesso problemi psicologici legati ad un passato turbolento riconducibile ad episodi di violenza e/o bullismo, oppure dovuti ad una società individualista e competitiva. I profili dei carnefici evidenziano sovente disagi emotivi e psicologici, quali narcisismo, paranoia o schizofrenia.

Gli americani non sembrano vedere quanto sia distorta la loro percezione della violenza connessa alle armi, nonostante la drammatica strage registrata lo scorso 24 maggio 2022 in una scuola elementare in Uvalde, Texas, dove19 bambini e due adulti sono stati uccisi a sangue freddoin classe da un 18enne, Salvador Ramos, che da piccolo veniva bullizzato a scuola per un problema di balbuzie. Probabilmente è più importante la tutela e il rispetto di un diritto sancito nella Costituzione piuttosto che risolvere un problema derivante dalle armi e dalle lobby che ne hanno il completo monopolio. Quello che sta succedendo rischia di diventare oggetto di strumentalizzazione del Secondo Emendamento, che avrebbe lo scopo primario di proteggere i cittadini, ma che decontestualizzato e rimodellato diventa una forma pretestuale per giustificare un fenomeno che va contenuto e criminalizzato. Non è possibile eliminare la facoltà del cittadino americano di detenere un’arma, come nemmeno bisogna ragionare sull’armarsi per difendersi dagli armati, come propone il procuratore del Texas, Ken Paxton, che afferma in riferimento al caso Ramos: «possiamo armare e preparare gli insegnanti a rispondere rapidamente. Secondo me questa è la risposta migliore». Il problema legato a questa vicenda è la disattenzione da parte degli organi competenti: Ramos, infatti, aveva annunciato sui social network che stava andando a “sparare in una scuola elementare” e prima che la polizia arrivasse sul posto e lo uccidesse, il giovane è rimasto nell’aula per 40 minuti, ha dichiarato il direttore del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Texas, Steven McCraw.

Probabilmente, una buona strada potrebbe essere contenere per salvaguardare, attraverso l’utilizzo di leggi che condannano l’uso improprio e smodato di un’arma, che spesso fa sentire le persone come piccoli grandi uomini assoluti, in grado di interpretarsi così perché consapevoli che con un semplice gesto possono mettere fine alla vita di un essere umano, sentendosi padroni della persona stessa.