Le spinte irrazionali del male di vivere

Della dottoressa Angela Gaducci

Con raccapriccio dobbiamo constatare che il nostro Paese, pur proclamandosi civile e cristiano, è da tempo teatro di condotte intrise di disprezzo e odio razziale che rivestono una gravità inaudita e inaccettabile: nonostante grandi passi in avanti siano stati compiuti in direzione del superamento di pregiudizi sociali ingiusti e immotivati, si registra una diffusa mentalità xenofoba che riflette l’immagine di una società pervasa da forti tendenze all’esclusione del diverso.

Ne è un esempio la brutale aggressione di un venditore ambulante, un nigeriano trentanovenne, colpito a morte da un italiano pressochè coetaneo il 29 luglio scorso a Civitanova Marche. La vicenda ha suscitato
profondo turbamento e indignazione, ma ciò che ha creato maggiore sconcerto è che il massacro si è
consumato nella fredda indifferenza di un nugolo di spettatori intenti a testimoniare la carneficina
nel silenzio di una ripresa filmata con il cellulare. “Civitanova Marche. Uccide un ambulante in
strada mentre i passanti lo filmano” così La Repubblica titolava un articolo sull’agghiacciante
tragedia che ha scosso gli animi della comunità nigeriana e suscitato lo sdegno dell’intero Paese.
Nessuno degli astanti ha avuto la forza (o la voglia) di intervenire per fermare l’aguzzino. Sì,
qualcuno si è preoccupato di chiamare le forze dell’ordine, ma è davvero tutto ciò che si poteva
fare? Vero è che intervenire con coraggio tempestivo per contrastare un atto di violenza che esplode
sotto i tuoi occhi è difficile, forse per timidezza, forse per senso di protezione verso se stessi, ma
che al cospetto dell’agonia del migrante l’unica risposta concreta sia stata la ripresa della brutale e
interminabile dinamica dello scempio tra l’inezia degli presenti, lascia trapelare lo scarso valore
attribuito oggi alla vita umana, soprattutto da parte dell’aggressore. La sua reazione abnorme -prima
la barbara aggressione con la stampella che l’ambulante utilizzava per sorreggersi e poi, una volta a
terra, le percosse e lo schiacciamento del corpo fino a soffocarlo- scatenata da un futile pretesto,
forse la richiesta insistente di comperare un paio di calzini, qualche fazzolettino o di donare una
moneta, ha suscitato un profondo sgomento per l’efferata meccanica dei fatti. Che sia stato il colore
della pelle la chiave di lettura del massacro o la stampella con cui il disabile sorreggeva la propria
vulnerabile esistenza?

Non importa risalire al movente di questa follia omicida. Resta il fatto che un essere umano ne ha
soppresso un altro con una violenza così bestiale da ingenerare sdegno e sconcerto. Il reato di
omicidio volontario e rapina (prima delle percosse, il metalmeccanico ha sottratto il cellulare al
nigeriano) è senza dubbio deprecabile, ma ciò che ingenera spavento e seria preoccupazione è
soprattutto il comportamento di sfida, protervia e aggressività che talvolta viene assunto da un’
arrogante moltitudine di uomini che si credono onnipotenti nei confronti di chi appare diverso da
loro per etnia (il colore della pelle ha da sempre rappresentato per l’Occidente la diversità per
antonomasia) o per disabilità.

DIVERSO E I SUOI SIGNIFICATI

Il termine diverso incarna una connotazione implicitamente ed archetipicamente negativa che
affonda le sue radici nell’atavica paura dell’uomo verso tutto ciò che non conosce. Diverso, per
l’uomo, è semplicemente chi la pensa in altro modo, chi ha tradizioni etniche, culturali e religiose
non affini oppure presenta peculiarità o differenze antropologiche che si discostano dalla realtà
conosciuta. Intimorito da tutto quanto possa mettere a rischio la propria rassenerante quotidianità,
l’uomo è istintivamente orientato a rifuggire il diverso come via d’uscita dal disagio e dalla paura,
per cui esplorare l’universo dell’altro da sé -il diverso per antonomasia- incute paura, perchè obbliga
ad un confronto con ciò che è ignoto e comporta la messa in discussione del proprio mondo e dei
fondamenti della propria identità: tutto ciò che non si conosce, sfuggendo al nostro controllo,
rappresenta una minaccia alle proprie sicurezze e alle rassicuranti consuetudini della propria
esistenza; pertanto, trovare riparo nella confortante uniformità di comportamento e di pensiero,
lontana da forme di destabilizzante sconvolgimento, funge come espressione di una straordinaria
confort zone.

IL PREGIUDIZIO NELLA GLACIAZIONE DELLA GENERATIVITA’ RELAZIONALE

Spesso questa espressione di diffidenza si esplica sulla base di idee che nulla hanno a che fare con
la realtà delle cose: l’uomo possiede atteggiamenti che poggiano su esperienze vissute
individualmente, ma anche comportamenti che trovano il loro fondamento in pregiudizi e stereotipi
abilmente utilizzati dalla mente quando non intende spendere troppe energie per indagare le
questioni in modo da acquisire veritiere informazioni. Lo stereotipo, che rappresenta l’idea sulla
quale si innesca il pregiudizio (un’opinione preconcetta che anticipa l’esperienza o si insinua nella
mente in assenza di dati effettivi), assume una funzione di tipo difensivo: una scorciatoia
strategicamente e inconsciamente utilizzata dalla nostra mente nel tentativo di proteggerci da ciò
che è sconosciuto o percepito come pericoloso. Contribuendo al mantenimento e alla salvaguardia
delle proprie posizioni, questa rigidità di giudizio può sviluppare, solitamente in maniera
inconsapevole, in una serie di atteggiamenti discriminatori nei riguardi del diverso, verso il quale
l’uomo attiva dei meccanismi simili a quelli che entrano in azione, a livello biologico, a seguito
dell’incontro con agenti patogeni: come il sistema immunitario interviene per proteggerci da
eventuali alterazioni ritenute dannose alla salute, analogamente, un soggetto percepito come diverso
implica il diffondersi di un certo timore, derivante dalla minaccia che qualcosa di esterno e
dissimile da noi possa mutare il nostro equilibrio interno.

DIVERSITA’ E TOLLERANZA

Viene da pensare che, in fin dei conti, non si è proprio così tolleranti come si professa di essere,
perchè la tolleranza autentica, traguardo e condizione imprescindibile per la realizzazione di una
condivisa responsabilità relazionale, è sinonimo di convivenza pacifica, inclusione, appartenenza,
fraternità e solidarietà. Purtroppo la tolleranza, che si compiace dell’alterità e se ne arricchisce, è
scarsamente permeata nel nostro modello di vita societaria, di cui dobbiamo amaramente constatare
il debole impegno nella costruzione di identità dialogiche in grado di nutrire il futuro dell’umanità.
Nella fase storica che stiamo attraversando, contrassegnata da un’indesiderabile complessità, da
insicurezza, ansia sociale e paura dilagante, appare evidente come certe crudeltà infittiscano
ultimamente le cronache.
Sarà forse il disorientamento culturale e valoriale, saranno forse le emozioni generate da questa
collettiva crisi economica, sociale e indentitaria a trovare sfogo in questa radicalizzazione
dell’intolleranza che si concretizza in un attacco diretto alla persona?

ARMONIZZARE IL CAOS: IL RUOLO DEL CAPRO ESPIATORIO

Certo è che quando l’angoscia e l’inquietudine dilagano braccando una società sull’orlo
dell’implosione, quando è la stessa sopravvivenza ad essere messa a repentaglio da ragioni di
precarietà e insicurezza, la tranquilla esistenza della collettività viene sconvolta da un sentimento di
rabbia che germina in un unanime e indifferenziato desiderio di vendetta. La forza della paura –
dichiarava Escobar- ha “un prezzo che non si paga, ma viene fatto pagare” [1]. Qui non si tratta
della paura di fronte ad un pericolo immediato, ma dell’angoscia che attanaglia ogni uomo quando,
avviluppato nel groviglio di una realtà sempre più caotica, percepisce di sentirsi afflitto da un’intima
lacerante disgregazione, tale da disorientarlo al punto di non ritrovare più sé stesso. E allora
riemergono i primitivi meccanismi che fondavano e regolavano il sentimento di identità nelle
società greche arcaiche: quando il buio fondo della paura esplode in violenza, la risposta al
pericolo esistenziale che si sviluppa in dimensione comunitaria, tende a convergere
minacciosamente su un’unica vittima, “il capro espiatorio” di girardiana memoria [2], da sacrificare
per prevenire il collasso. La teoria del capro espiatorio è un meccanismo antropologico che
consente di scaricare l’aggressività accumulata -quasi una sorta di accecamento che scaturisce da
una frenesia incontrollabile- su di un unico martire riparatore, un innocente destinato ad immolarsi
per gli altri, non sulla base di indizi di colpevolezza ma di caratteristiche fisiche o situazionali:
evidenti segnali di marginalità o diversità fisica rispetto al resto della comunità che, rendendo

difficoltoso l’instaurarsi di dinamiche di identificazione, sono associabili alla sacrificabilità del
soggetto stesso, un qualcuno considerato non indispensabile alla sopravvivenza della collettività, la
cui morte non verrà vendicata da nessuno così da non innescare alcun ciclo di violenza.

SCUOLA COME ANTIDOTO ALLA PAURA DEL DIVERSO

Da qui la necessità che la scuola, come primo modello di vita comunitaria, si impegni ad indirizzare
i giovani alla condivisione dell’idea che la diversità, che declina la nostra epoca, costituisce una
ricchezza, una risorsa, una potenzialità. Perchè una comunità vera deve riuscire a coniugare identità
e alterità, uguaglianza e differenza, dialogo tra persone, tra nazioni e tra generazioni favorendo la
corresponsabilità relazionale mediante l’ascolto, il dialogo e un alfabeto emotivo che consenta
comunicazione autentica e fiducia empatica come presupposto dell’appartenenza e antidoto alla
paura del diverso. Contrastando ogni forma di violenza e di prevaricazione, la comunità educante
deve alimentare il capitale umano sviluppando nei giovani un atteggiamento mentale e culturale che
allontani dai loro cuori sentimenti come la freddezza dell’indifferenza e la rassegnazione ad un
futuro senza orizzonte, educandoli a superare l’impatto con l’inevitabile molteplicità delle naturali
differenze antropologico-culturali esistenti, per indirizzarli alla consapevolezza del diverso come
altro da sé, alla sua accettazione e, più genericamente, al rispetto della sua dignità che si traduce
nella protezione dall’umiliazione, dall’infamia, dal disprezzo, dalla persecuzione. A tal proposito
vale la pena di ricordare che il saper vivere insieme agli altri, quale bisogno essenziale tale da
conferire ad ogni essere umano un significato alla vita e un senso alla propria esistenza, rappresenta
-come suggerisce l’indicazione dell’UNESCO per il 21° secolo- il livello di competenza più elevato
[3]. 

L’IO NEL NOI: NESSUNO SI SALVA DA SOLO

Per conseguire l’ambizioso obiettivo di un futuro carico di vera umanità è necessario transitare dalla
politica dell’IO a quella del NOI e puntare ad un’educazione umanitaria integrale muovendo dalla
considerazione che l’uomo, essere unico e irripetibile, realizza la propria singolarità esistenziale
nell’apertura verso l’altro. Da qui, la necessità di cominciare a pensare a sé non in termini
individualistici ma come parte viva e attiva di una relazione sociale, imparando a conoscere l’altro
come elemento essenziale di una comunità, come strumento di amplificazione della comprensione
del Sé, e immedesimandosi nella sua anima. Ed è in questo senso che compito precipuo della scuola
diventa quello di indirizzare i giovani ad elaborare un linguaggio comune e sviluppare una cultura
della dialettica, del confronto, del dialogo civile. È questa la grande sfida educativa: educare ogni
individuo, sintesi di unicità e socialità, a realizzarsi come persona. Perchè l’essere umano non nasce
persona, ma lo diventa al momento del suo ingresso in una comunità: è nella relazione con l’altro,
diverso da qualsiasi altro soggetto culturalmente definito ma umanamente simile ad ogni altro
soggetto per dignità, che ogni uomo realizza la propria naturale condizione, la propria irripetibile
concretezza e peculiarità che è insieme singolare/plurale [4]. Nell’apertura all’altro la sua intrinseca
unicità non scompare ma si converte profilandosi come una unitas multiplex [5], ed è proprio
l’esclusività di ciascuno che alimenta la dimensione comunitaria generando una dinamica rete di
interconnessioni fondata su una nuova antropologia delle relazioni umane, quella del rispetto della
dignità.

NOTE

[1] R.Escobar, Metamorfosi della paura, 1997;
[2] R.Girard, Il capro espiatorio, 1982;
[3] Agenda ONU 2030 del 25.09.2015. L’Obiettivo 4 dell’Agenda interessa l’educazione e al comma 4.7
afferma la necessità di “assicurarsi che tutti gli studenti acquisiscano le conoscenze e le competenze

necessarie per promuovere…i diritti umani, l’uguaglianza di genere,… una cultura di pace e di non violenza,
la cittadinanza globale e la valorizzazione della diversità culturale”;
[4] J.L.Nancy, Essere singolare plurale, 1996;
[5] A.Angyal, I fondamenti per una scienza della personalità, Cambridge University Press, 1941; E.
Morin, Il metodo 1. La natura nella natura, 2001.