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La premier dimissionaria potrebbe tornare a guidare una coalizione con il supporto dei Moderati di Rasmussen

Non solo Israele: anche la Danimarca è tornata alle urne per le elezioni legislative in quella che è stata una chiamata anticipata, indetta dalla premier Mette Frederiksen in seguito alla crisi di Governo deflagrata nella coalizione di maggioranza di sinistra, al potere dal 2019.

Con oltre il 98% dei voti scrutinati, la vittoria va alla coalizione di centrosinistra, con a capo l’attuale premier socialdemocratica Mette Frederiksen che ha vinto le elezioni con 86 seggi, mentre il blocco di centro ne ha 73. I Moderati, il nuovo partito centrista dell’ex primo ministro conservatore Lars Rasmussen , farà il suo esordio in parlamento con 16 seggi. Il parlamento danese ha un totale di 179 seggi.

Una vittoria giudicata insufficiente dalla premier Frederiksen che oggi ha rassegnato le dimissioni davanti alla regina Margherita. «Con questo risultato – spiega – non c’è una maggioranza parlamentare che sostenga questo esecutivo». La maggioranza assoluta di 90 seggi infatti è stata raggiunta solo grazie al contributo decisivo dei territori autonomi della Groenlandia e delle isole Faroe.

Proprio i Moderati di Rasmussen potrebbero tendere il braccio al progetto di Frederiksen, il cui partito ha in realtà ottenuto il suo miglior risultato degli ultimi 20 anni (27,5%), ma ha sofferto della flessione degli alleati, in particolare del Partito Sociale Liberale (3,7%,meno cinque punti). Si andrebbe quindi verso una nuova coalizione a guida Frederiksen con l’appoggio dei Moderati.

Elezioni anticipate, dai visoni al gas

La scintilla che ha fatto esplodere la crisi è stato lo scandalo dei visoni del 2020, quando sono stati abbattuti 17 milioni di esemplari, pari alla totalità di tutti gli animali allevati dall’industria della pellicceria danese. La scelta era stata motivata dall’intenzione di scongiurare la diffusione della pandemia di Covid-19.

A pesare su questi 7 mesi di anticipo per la chiamata al voto è stata anche la crisi del gas culminata con il sabotaggio del gasdotto sottomarino Nord Stream nella ZEE della Danimarca. Frederiksen, insistendo sul tema della difesa, vuole portare la Danimarca ad assumere maggiori impegni nell’ambito della Nato, anche per far fronte all’annunciato graduale allentamento della presenza statunitense nel Vecchio Continente: «La Danimarca si trova in una zona di pericolo – sostiene la premier. – La nuova politica della sicurezza non deve solo considerare le minacce evidenti, ma immaginare quelle meno prevedibili».

A far pressione sui socialdemocratici di Frederiksen i Radicali, precedentemente alleati nella coalizione ma alle prese con un calo di consensi. Lo scarto fra destra e sinistra è molto limitato: si parla del 47/50% della coalizione guidata dal partito Socialdemocratico e del 49/50% del “blocco blu” della destra che comprende il partito liberale, quello conservatore e tre formazioni di destra nazionalista. Un panorama incerto e fortemente frammentato, composto da 13 formazioni politiche, che ha spinto il 45% degli elettori danesi a cambiare partito dalla tornata del 2019

di: Marianna MANCINI

aggiornamenti: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA/EPA/Martin Sylvest