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“Sei una criminale”. “No non lo sono, non cercare di minacciarmi. Ho il diritto di vestirmi come voglio”

Ritorna operativa in Iran la polizia morale della Repubblica Islamica per punire le ragazze e le donne che non rispettano il codice di abbigliamento dell’islam che pretende da loro di coprirsi i capelli e indossare abiti larghi.

Il portavoce delle forze dell’ordine, Saeid Montazer al Mahdi ha comunicato: «la polizia con l’istituzione di pattuglie si occuperà di coloro che incuranti delle conseguenze continuano a vestirsi fuori dalla norma. Le donne saranno avvertite di seguire le regole dell’hijab. In caso di disobbedienza, verranno denunciate al sistema giudiziario».

Ricomincia quindi per le donne iraniane la conquista dei diritti civili. L’ultimo episodio è avvenuto di recente. «Sei una criminale», ha detto un guardiano della rivoluzione islamica a una donna che cammina senza velo per le strade di Karaj in Iran. «No non lo sono, non cercare di minacciarmi, sono una donna adulta e difendo i miei diritti, il tempo di avere paura di voi è finito. Ho il diritto di vestirmi come voglio», ha risposto Parmida Shahbazi, insegnante di tedesco che è stata arrestata e in seguito rilasciata dopo essere stata costretta a intervenire in un video di scuse sulla tv di stato.

Qui il video.

Soltanto 10 mesi fa la morte di Mahsa

Mahsa Amini era stata fermata per avere indossato un hijab in maniera impropria sotto custodia della polizia: questo episodio aveva fatto nascere proteste in tutto il Paese.

Donne e ragazze avevano iniziato a tagliarsi i capelli e a bruciare i veli in segno di contestazione. Moltissimi iraniani hanno poi comunicato di essere indignati per i fatti scagliandosi contro la polizia morale e l’establishment clericale. Oltre 500 manifestanti sono stati uccisi e più di 20.000 arrestati.

Le proteste piano piano si sono fermate ma diverse donne hanno continuato a non rispettare il codice ufficiale di abbigliamento e altre hanno smesso di coprirsi i capelli in pubblico, soprattutto a Teheran. Le autorità hanno usato diverse misure coercitive: l’intimidazione via sms, la negazione dei diritti civili, l’installazione di telecamere di sorveglianza per identificare le donne che non indossavano il velo, la chiusura di attività commerciali che tolleravano le donne senza il velo.

di: Alice GEMMA

FOTO: ANSA /Abedin Taherkenareh DEF