Il 24 marzo del 1824 Carlo Felice firmava l’acquisto della collezione Drovetti e Torino diventava la seconda capitale dei faraoni e del loro popolo

Guardando la facciata, così austera e sobria, non si direbbe che il Museo Egizio di Torino sia figlio di una passione bruciante. Nei 6 anni passati a scavare nella zona tebana del Nilo, il diplomatico napoleonico Bernardino Drovetti aveva sperperato il suo intero patrimonio per le ricerche e dovette vendere la sua collezione di circa 7.000 pezzi di antichità egizie. Ne approfittò il sovrano dell’allora Stato sabaudo, Carlo Felice di Savoia, che acquistò la raccolta, per la cifra monstre di 400mila lire, per istituire un museo a Torino nel palazzo “Collegio dei nobili”, come testimoniato dall’atto notarile del 24 marzo 1824. Nasceva così il museo egizio più antico del mondo, secondo solo a quello de Il Cairo per ricchezza.

La fascinazione dei Savoia per l’antico Egitto risaliva a due secoli prima, quando ricevettero in dono una tavoletta bronzea di epoca romana, ma riproducente segni simili ai geroglifici: folgorati dalla misteriosa bellezza dell’esotico reperto, i regnanti cominciarono a finanziare spedizioni e a farsi portare “souvenir” di inestimabile valore che, con la collezione Drovetti, costituirono la prima ossatura del neonato museo. Le campagne napoleoniche in Egitto, a cavallo tra il ‘700 e l’‘800, con il conseguente flusso di oggetti dal Nilo alle case dei nobili europei, avevano fatto esplodere una vera e duratura egittomania, che rese ben presto il Palazzo delle scienze mecca per studiosi, appassionati e semplici curiosi. A valutare la collezione, arrivata al porto di Genova e poi trasportata a Torino, era stato il padre dell’egittologia Jean François Champollion in persona: «la strada per Menfi e Tebe passa per Torino» disse impressionato al termine dell’ispezione.

Era solo l’inizio. Nel 1894 divenne sovrintendente del Museo Ernesto Schiaparelli che promosse nuovi scavi, ottenendo così nuove acquisizioni e documentazioni dalla fase più antica fino all’epoca copta, e mettendosi personalmente a condurre almeno 15 importanti campagne, che portarono a Torino quel che era sopravvissuto alle razzie della tomba di Nefertari e la tomba dell’architetto reale Kha e di Merit, perfettamente intatte e con un ricco corredo funerario. Intorno agli anni trenta del ‘900, la collezione arrivò a contare oltre 30.000 pezzi in grado di testimoniare ed illustrare tutti i più importanti aspetti dell’Antico Egitto, dagli splendori delle arti agli oggetti comuni di uso quotidiano.

Lo spazio cominciava a scarseggiare e nel 1924, in occasione della visita ufficiale del re, Schiaparelli ristrutturò la nuova ala del museo, che gli verrà poi intitolata. Ulteriori ristrutturazioni e adattamenti avvennero negli anni ‘30, con l’installazione della pinacoteca. Alla fine degli anni ‘60, particolarmente importante fu l’opera di ricomposizione del tempietto rupestre di Ellesiya donato dal governo egiziano in riconoscimento dell’aiuto italiano nel salvataggio dei templi nubiani minacciati dalle acque della diga di Assuan. Per il trasferimento a Torino la struttura fu tagliata in 66 blocchi e poi inaugurata il 4 settembre 1970.

Il Museo Egizio è diventato anche da Oscar con lo scenografo Dante Ferretti, che, nel 2006, ha dato un nuovo allestimento alla Statuaria, l’imponente collezione di statue di faraoni e divinità, con un magistrale e suggestivo contrasto di luci ed ombre. Suo anche il monumentale Nilo che attraversa le pareti di due piani.

Dopo il maxi intervento da 50 milioni di euro (per un terzo pubblici, il resto privati), che ha richiesto tre anni di lavori (tra il 2015 e il 2018) e ha portato al raddoppio e alla modernizzazione della superficie espositiva, in occasione del duecentesimo anniversario l’allestimento cambia ancora. Per la prima volta dall’arrivo delle statue a Torino nel 1824, il prestigioso studio OMA realizza una presentazione che rispecchi i significati originari. L’obiettivo è di dare al pubblico un’esperienza immersiva, avendo l’impressione di accedere a un antico tempio: dal lungo viale di sfingi che conduceva all’entrata, completamente immersa nella luce del sole, agli ambienti dedicati a dei e faraoni, più bui e riservati.

Alla direzione di questi ultimi due interventi c’è Christian Greco, ex enfant prodige dell’egittologia. Ma questo 40enne che si divide tra gli impegni istituzionali da direttore e gli scavi in Egitto (sì, le ricerche sull’antica civiltà proseguono ininterrotte), non si limita ad adeguare il “suo” museo il più possibile al gusto ed alla sensibilità contemporanei. Greco, in più di un’occasione, è uscito dal suo studio per piombare nella cronaca nazionale, con iniziative che hanno reso il Museo Egizio più vivo ed attuale che mai. E quindi popolare.

Quando, nel 2017, istituì uno sconto sul prezzo del biglietto per i parlanti in lingua araba, suscitò le ire, tra gli altri, della futura presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la querelle travalicò i confini nazionali, con tanto di video virale. Nell’ottobre scorso Greco è tornato sulle prime pagine per la sua proposta, fatta nel corso di un’audizione in Comune, di rendere il museo gratuito entro il 2028, nell’ambito delle iniziative per il bicentenario e sulla scia di altri poli internazionali. Immediata l’alzata di scudi degli Stati Generali del Patrimonio Italiano, «una proposta dirompente per gli equilibri e la stabilità degli oltre 4mila musei italiani». Tuttavia, un modello simile fu adottato per cinquant’anni anche dal Metropolitan Museum di New York, fino al 2018.

È andato in porto, invece, l’ingresso gratuito per le persone meno abbienti e per i senza tetto, grazie ad un accordo con l’assessorato ai Servizi sociali. «Il Museo Egizio deve essere la casa di tutti, il luogo della memoria della collettività» ha detto Greco, celebrando il duecentesimo anniversario con le porte aperte a un futuro di cultura e bellezza per tutti. Davvero.