Dalle tradizioni pasquali del Buddhismo alle abitudini pure di un popolo che ha perso la sua indipendenza nel 1959
Se è risaputo che Pasqua, come la maggior parte delle festività, viene celebrata in maniera diversa a seconda della religione professata, quello che è meno noto sono le singole tradizioni. Una meta curiosa è il Tibet dove poco prima delle nostre festività pasquali di quest’anno, che cadranno di domenica 31 marzo e lunedì 1° aprile, verrà ricordato un avvenimento storico particolare. Il 28 marzo del 1959 il Paese, infatti, passò sotto il controllo della Cina la quale mise fine alla sua indipendenza avviando riforme delle istituzioni religiose buddhiste che portarono allo spopolamento dei monasteri costringendo all’esilio il Dalai Lama. Soltanto di recente questi luoghi sacri hanno conosciuto una rinascita religiosa, culturale e politica.
All’alba della mattina del compleanno di Buddha, monaci, indigeni, seguaci del buddhismo e turisti si ritrovano in una pagoda per omaggiarne e ricordarne la vita, i precetti e l’insegnamento. La celebrazione avviene con preghiere, meditazione, fiori, candele e visite ai templi (anche più volte al giorno) nei quali viene portata dell’acqua, simbolo di purezza, posta sulla testa del Buddha storico per infondergli energia positiva. Per i buddhisti che abitano l’altopiano tibetano le festività religiose sono eventi sociali e culturali nel corso dei quali dedicarsi alla socializzazione, al cibo, alla condivisione, ai doni, alle preghiere e alla religione. Insomma, il messaggio principale della festività si fonda sulla rinascita e sulla ricerca di un legame intenso tra l’uomo e il Divino in cui il primo ha la possibilità di condurre una nuova vita illuminata.
Al di là della festività, questa regione asiatica è conosciuta per essere abitata da figure che dedicano tutta la loro vita agli insegnamenti del Buddha: sono i monaci tibetani, monaci buddisti che vivono di carità, fanno voto di castità e non posseggono beni superflui, identificati come non necessari alla sopravvivenza e banditi dai monasteri. Sono celebri in tutto il mondo per la loro salute e la loro longevità, risultato della genuinità dell’ambiente in cui vivono e di uno stile di vita sano. A questo punto, non ci resta che fare la valigia, allacciare le cinture e partire per un ritiro spirituale nelle terre del Tibet.
Sono le 5:30 del mattino, la campana suona ed è il momento di dare inizio ad una tipica giornata alla “mangia, prega, ama” scandita da pellegrinaggi alla scoperta di monasteri, villaggi, città e da lunghe sedute di yoga e meditazione. Intorno a voi le montagne dell’Himalaya, l’altopiano del Tibet con le sue cime innevate e le immense valli accostate a laghi turchesi che danno un tocco colorato al deserto situato ad alta quota. Per un monaco è essenziale che ogni giorno avvenga la meditazione: questa può avere diverse forme che richiedono una specifica postura la quale deve rimanere inalterata per tutta la durata dell’esercizio, ricercando uno sforzo e una concentrazione cosciente. L’attività viene praticata nei monasteri, riconoscibili per alcune peculiarità: esternamente sono adornati di bandierine gialle, verdi, azzurre, rosse e bianche, rappresentanti rispettivamente la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco e l’etere; di piramidi di sassi, simboleggianti un’orazione che sale verso il cielo, e di stupa, monumenti religiosi nei quali sono custodite le reliquie del Buddha. Al momento dell’ingresso nel monastero si può percepire un odore singolare, quello del burro di yak, bufalo che abita il territorio alle quote più elevate. È infatti comune che ogni pellegrino porti con sé una busta di plastica con il burro dell’animale per mantenere vive le fiamme delle candele sacre. Visitare questi luoghi di culto è il modo migliore per scoprire e vivere la cultura tibetana e buddhista, è un’esperienza molto profonda di misticismo e spiritualità che si può sperimentare in ogni angolo del Paese, ricco di santuari immersi nella natura, alle pendici delle montagne più alte della regione. Tra i più significativi e maestosi troviamo il monastero di Rongbuk (a circa 5.200 metri di quota) dal quale si può beneficiare di una vista eccezionale della parete nord del Monte Everest; il Monastero di Samye, il più antico; il Monastero di Drepung, il tempio più grande del mondo con oltre 10.000 monaci; e il famoso Monastero di Potala a Lhasa, antica residenza del Dalai Lama.
Oltre all’allenamento mentale, che avviene tramite la meditazione, quali sono le abitudini e i segreti dei monaci tibetani per mantenersi in salute? La risposta è esercizio fisico e alimentazione sana. Ebbene sì, si torna sempre qua, una buona attività fisica e del cibo salutare aiutano a vivere meglio e più a lungo. La loro routine prevede come esercizi i cinque riti tibetani che, secondo numerose ricerche scientifiche, se svolti con costanza fanno scomparire lo stress e migliorano la flessibilità del corpo: sono movimenti molto intensi e non è facile saperli eseguire. Anche una dieta equilibrata è importante nella vita dei monaci, il cibo è estremamente connesso alla religione, gli alimenti raffigurano il metodo di scambio tra l’ambiente e l’uomo e condizionano il funzionamento del cervello e dello spirito. La filosofia alimentare seguita si chiama shojin ryori ed è capace di portare all’illuminazione e di vivere in armonia con il mondo. Questa dieta prevede l’assoluta assenza di carne, pesce e derivati del mondo animale privilegiando verdure ed erbe. Ogni piatto deve presentare cinque colori (bianco, verde, giallo, nero e rosso), cinque sapori (dolce, acido, salato, amaro e umami – dal giapponese “saporito” o “sapido”), cinque metodi di cottura (crudo, fritto, bollito, arrosto e cotto a vapore) e i cinque elementi (terra, acqua, fuoco, vento e aria) rispettando la teoria secondo la quale tutti i cibi possiedono forze e intensità diverse capaci di donare armonia e benessere al corpo.
Quella in Tibet è un’esperienza che si pone come un’occasione per entrare a stretto contatto con se stessi senza ricevere stimoli esterni capaci di rovinare la ricerca dell’equilibrio tra mente, corpo e spirito. La filosofia della spiritualità è forse l’elemento che l’occhio occidentale associa maggiormente a quest’area dell’Asia, vista come un luogo remoto, misterioso e ricco di racconti di viaggio leggendari. Che siate quindi alla ricerca di un’avventura tra le vette dell’Himalaya, di un tuffo nella cultura buddhista o di pace interiore tra silenzio e natura, il Tibet è pronto ad accogliervi a braccia aperte in qualsiasi periodo dell’anno, non solo a Pasqua.