Un plebiscito inaugura i prossimi 6 anni della Russia del presidente, una Russia in cui niente può essere dato per scontato e in cui il futuro è tutto da scrivere
Vladimir Vladimirovič Putin cercava un plebiscito e l’ha ottenuto: del 76,52% degli elettori aventi diritto che si sono presentati alle urne tra il 15 e il 17 marzo per le elezioni presidenziali russe di questo 2024 (affluenza in crescita del 6,78% rispetto alle elezioni precedenti e record nella storia della Russia moderna), l’88,48%, pari a oltre 76 milioni di persone, ha votato per il presidente uscente mentre agli altri candidati non sono andati che una manciata di voti. «Il risultato delle elezioni dimostra che la Russia è una grande famiglia», ha detto lo “Zar” dopo l’annuncio della sua vittoria, ma anche in Russia, come in tutte le “grandi famiglie”, i panni sporchi si lavano in casa… mentre da fuori tutti guardano.
All’apparenza più teatrale che fattuale, come sempre più spesso accade nei Paesi dove la democrazia traballa o si nasconde, quest’ultimo rito elettorale permetterà al presidente di governare la Russia per un quinto mandato della durata di 6 anni, forte di un consenso record nella storia post-sovietica. Il dossier principale rimane l’Ucraina, conflitto in grado di influenzare profondamente le dinamiche interne russe ma anche di ridisegnare il quadro delle alleanze geopolitiche ed economiche, accompagnato dal sempreverde tema degli oppositori e delle loro morti sospette, l’ultimo in ordine di tempo Aleksej Naval’nyj, e dall’eterna domanda: c’è qualcosa che noi, in Occidente, non vediamo?
Negli ultimi 20 anni, da quando Putin è salito al potere nel 2000, la Russia ha subìto dei profondi cambiamenti, politici e militari. Chiediamo a Carolina De Stefano, Docente di Storia e Politica della Russia alla Luiss School of Government e Ricercatore associato del Russia, Caucasus and Central Asia Centre di ISPI come la linea politica del presidente si è evoluta negli ultimi due decenni. «Da un lato vediamo una linea molto chiara, di progressiva ricentralizzazione dei poteri e crescente autoritarismo – ci dice. – Dall’altro, però, al fine di mantenere il potere e rispondere a minacce interne, il contenuto del messaggio politico di Putin è cambiato con il tempo. Dalle proteste di piazza del 2011/2012 [n.d.a: la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, una serie di manifestazioni pacifiche e non-violente contro presunti brogli elettorali, scaturita nel “Sabato a Piazza Bolotnaya” del 10 dicembre], sono ad esempio molto più presenti riferimenti alla religione ortodossa rispetto a un primo periodo putiniano più laico. Più in generale, soprattutto dopo l’annessione della Crimea e ancora di più dall’invasione del 2022, prevale una visione russo-centrica e una retorica imperialista che inizialmente non era presente, o quantomeno non in maniera così esplicita».
Di Ucraina, visione imperialista e mutamenti sul fronte militare ci parla anche il generale Paolo Capitini, docente di Storia militare alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito e autore, insieme a Mirko Campochiari, di Le parole della guerra: Viaggio nel mondo dei termini militari – Esercito. È lui a confermarci che, nelle intenzioni del Cremlino, l’operazione in Ucraina sarebbe dovuta essere più “veloce” di quanto si è poi rivelata e che il conflitto ha definito un nuovo bipolarismo che forse da anni attendeva in camerino di poter entrare in scena. «Ormai è considerato quasi acclarato, poiché ci sono le prove – ci spiega, – che nei progetti di chi ha scatenato questa invasione c’era una specie di leggera spallata a un regime che nel giro di una settimana sarebbe dovuto cadere, per questo non è stata pianificata come un’operazione militare vera e proprio ma più come un atto di forza: le truppe sarebbero entrate e il Governo di Zelens’kyj sarebbe caduto; questa era l’idea di Putin. A prova di questo, ad esempio, ci sono evidenze che una delle primissime colonne che ha approcciato Kiev trasportava dentro i camion scudi ed elmetti della polizia. I russi si aspettavano di fronteggiare delle sommosse, erano attrezzati per un’operazione di ordine pubblico. Al contrario si sono trovati dall’oggi al domani al dover passare da un’operazione di ordine pubblico rafforzato a un’operazione di guerra, tutta un’altra faccenda. Da lì hanno passato il primo anno a cercare di ritornare a galla, a ripianificare e spostare unità». In questo scenario l’Occidente avrebbe avuto un ruolo di rilievo: «è l’Occidente che ha armato l’Ucraina in modo serio – senza quegli armamenti il primo anno di guerra non avrebbe reagito come ha fatto -, gli ha dato il supporto internazionale, ha inflitto le sanzioni [n.d.a.: alla Russia]. Al resto del mondo ha chiesto “voi siete con l’Ucraina o con la Russia?” e qualcuno ha dovuto decidere. Alla fine la situazione si è trasformata in una guerra di logoramento e in questo i russi sono in vantaggio perché hanno potuto riconvertire l’industria a uso bellico quasi subito. I russi oggi sono in guerra».
Quello che ci si domanda, oggi, è come sarà il domani. Come proseguirà il conflitto e quali potrebbero essere le prossime mosse della Russia. A queste domande De Stefano ci risponde così: «ci sono molte incognite legate a quanto durerà e come evolverà il conflitto nei prossimi mesi e anni. L’Ucraina, il non riconoscerla come Stato indipendente, è sempre stata un’ossessione di Putin e di parte dell’élite che ruota attorno al Cremlino. Riguardo ai Paesi ex sovietici, il Paese che dopo la Bielorussia è il più vulnerabile [n.d.a: il presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka che dopo il 2014 aveva proposto il suo Paese come una “Svizzera” dell’Europa orientale, nel 2022 ha permesso alle truppe russe di attraversare il territorio verso l’Ucraina, con conseguenti sanzioni da parte dell’UE] è al momento l’Armenia più che i Paesi Baltici: un Paese confinante con la Russia, indebolito dalla disfatta in Nagorno-Karabakh, dipendente militarmente ed economicamente da Mosca, e a cui la Russia guarderà per accrescere gradualmente la sua influenza».
Quando chiediamo a Capitini se Mosca potrebbe guardare oltre l’Ucraina, invece, ci dice: «perché dovrebbe farlo? Bisogna ricordarsi che loro sono in un’economia di guerra che gli consente di sostenere una guerra lunga in Ucraina e magari nel loro “estero vicino”. Ciò non vuol dire che siano in grado di sostenere una guerra con un Occidente che, se stuzzicato, decide di riconvertirsi e scendere in campo. Riguardo la possibile “invasione” di altri Paesi, manca la ragione del perché. Cosa ne guadagnerebbe? Se la Russia riuscisse a prevalere in Ucraina (dove prevalere potrebbe essere anche una resa degli ucraini) sarebbe già una grossa vittoria perché testimonierebbe che esiste ancora uno “spazio russo” che comprende, ad esempio, la Bielorussia, l’Ucraina, la Georgia, lo spazio russo vicino. Credo che questo potrebbe essere l’unico risultato che la Russia vuole conseguire e che, tutto sommato, rientra nella logica imperiale che appartiene anche ad altri Stati di grandi dimensioni come la Cina e gli Stati Uniti, una logica che noi stentiamo a capire».
Chi sembra rivestire un ruolo chiave in questo scenario è proprio la Cina: se da un lato Pechino, anche recentemente, ha definito “urgente” ristabilire la pace in Ucraina, dall’altro intrattiene con la Russia rapporti economici e diplomatici strategici, ad esempio in relazione alla corsa all’Artico. «I due Paesi sono accomunati dalla volontà nel medio e lungo termine di indebolire l’influenza degli Stati Uniti nel sistema internazionale e costruirne uno multipolare – ci spiega De Stefano. – La Russia è consapevole che la sua dipendenza dalla Cina sta aumentando, ma al Cremlino si crede allo stesso tempo che, valutazioni economiche a parte, Mosca possa ergersi a guida di una missione “civilizzatrice” di altri Paesi, ad esempio in Africa». Anche questa alleanza, tuttavia, potrebbe essere incerta: «bisognerà seguire con attenzione le evoluzioni interne alla Cina: di fronte a una forte recessione o a problemi e tensioni domestiche, Pechino potrebbe dare la priorità ai rapporti fondamentali di interscambio con gli Stati Uniti che non alla Russia, che a quel punto si troverebbe in difficoltà», conclude De Stefano.
Per Capitini, l’amicizia tra Mosca e Pechino è stata influenzata dagli Stati Uniti ma i due Paesi, da un punto di vista militare, presentano delle differenze profonde: «la reazione occidentale all’operazione in Ucraina si spiega con gli obiettivi che gli USA si sono posti guardando alla Russia, obiettivi strategici di lungo periodo che in fondo in fondo si limitavano a due opzioni: diventare amici dei russi o indebolirli a tal punto che, una volta diventati amici dei nemici – la Cina -, sarebbero stati più un problema che un vantaggio. In questa guerra gli USA hanno deciso di stare da soli e mettere accanto alla Cina – che è ancora all’inizio della sua potenza – una Russia che si è sicuramente indebolita. Sul medio-lungo periodo, tra le due, credo che la Russia sarà la parte debole perché tra i due Paesi non c’è amore incondizionato, al di là dell’amicizia senza limiti che viene proclamata. Sono due nazioni con due aspirazioni diverse: la Cina si protende verso il mare, cerca di affacciarsi sul Pacifico. La Russia, invece, non sarà mai una potenza navale, penserà sempre in termini di terra e territorio».
Veniamo dunque a queste ultime elezioni. Chi c’era a sfidare ufficialmente Putin in cabina elettorale? I “comodi”, come sono stati definiti, avversari che il Cremlino ha attentamente scrutinato per legittimare – agli occhi della popolazione e ancora di più della comunità internazionale – il processo elettorale, erano tre. Nei risultati elettorali, subito dopo il presidente, c’è Nikolaj Charitonov, 75 anni, esponente del Partito Comunista e dal 1994 deputato della Duma, con il 4,37% dei voti. Al 3,90% si è fermato il 40enne Vladislav Davankov del partito liberale Nuova Gente, vicepresidente della Duma dal 2021, e ancora più sotto, al 3,24%, Leonid Sluckij, 56 anni, del Partito Liberal-Democratico di Russia, anch’egli membro della Duma dal 1999. Ad accomunare tutti i candidati lo stesso fil rouge: l’appoggio, incondizionato e dall’impronta nazionalistica, all’operazione militare in Ucraina. La visione russo-centrica sopracitata si è dunque riproposta con forza anche sulle schede di voto. Su quello che è stato il clima in cui si sono svolte le recenti elezioni, De Stefano e Capitini hanno due idee diverse. Secondo la prima si è trattato di “un clima molto pesante e di grande pressione politica e psicologica sulla popolazione, letteralmente bombardata da una propaganda sistematica e onnipresente che esalta la guerra, condanna l’Occidente, e chiede sacrifici ai cittadini per “vincere” in Ucraina”. Il secondo ci mette in guardia dall’assolutismo culturale: «quando i russi si sentono dire “ci stanno attaccando”, “l’Occidente ce l’ha con noi”, “tutto il mondo ci vuole male ma stiamo vincendo”, loro automaticamente fanno quadrato intorno all’autorità. Hanno sostenuto anche Stalin perché lui pronunciava le parole fondamentali in guerra, “stiamo combattendo la grande guerra patriottica”, parlava di “rodinia”, la patria che ha bisogno, e Putin ha fatto lo stesso. I russi sanno parlare a loro stessi, si capiscono, mentre noi guardiamo sempre agli altri con un atteggiamento scolastico».
Certamente una forte influenza – almeno in termini di visione occidentale – l’ha avuta la morte (presentata come dovuta a un malore mortale ma per molti sospetta) di Aleksej Naval’nyj avvenuta il 16 febbraio a Charp, nella Siberia nord-occidentale, mentre era detenuto. Negli anni antecedenti e successivi al suo arresto l’avvocato è assurto a simbolo e icona dell’opposizione internazionale nei confronti di Putin, posizione che si è rafforzata – alimentata dalla moglie Julija Naval’naja – dopo il suo decesso. I funerali del 3 marzo scorso sembrano essersi trasformati giocoforza in una manifestazione politica: «i funerali di Naval’nyj sono stati un momento storico della Russia post-sovietica, come non ce ne saranno probabilmente nel Paese per alcuni anni – sostiene De Stefano che ci ricorda come “a Mosca hanno sfilato le persone che già sono contro il regime” e secondo la quale “la repressione delle proteste in questa fase politica è estremamente violenta ed efficace”. Secondo Capitini, invece, “il grande errore è concentrarsi su San Pietroburgo, su Mosca, sulle grandi città della Russia occidentale, trascurando le piccole città della Russia infinita dove, di queste storie, ne sanno poco e ne vogliono sapere anche meno”.
Ma tra la presunta repressione, un conflitto in corso, l’apparente dissidenza e il risultato elettorale, dunque, chi è Putin? Cosa rappresenta e, soprattutto, qual è la sua immagine in Russia? E, ancora, quale sarà il futuro del Paese dopo di lui? Così ci risponde De Stefano: «dato il livello di repressione nel Paese, è purtroppo difficile avere un quadro chiaro di quale sia il sentimento popolare nei confronti di Putin e come si sia evoluto nel tempo. Ma ci sono alcuni aspetti da considerare. Il primo è che dall’inizio della guerra i cittadini russi hanno davvero paura di parlare, perché chi critica la guerra rischia la prigione. Il secondo è che in una parte importante della popolazione la narrativa del Cremlino secondo cui si tratterebbe di una guerra che nessuno avrebbe voluto, ma diventata “inevitabile” per difendersi dall’Occidente, ha una presa reale. Il terzo, però, è che una cosa è chiedere alle persone se pensano sia una guerra giusta e se sostengono il presidente in astratto, domanda a cui molti probabilmente risponderebbero in maniera affermativa, altra cosa è chiedere e a cosa sarebbero disposti a rinunciare per difendere il Paese e il regime putiniano». Nell’immaginare una Russia dopo-Putin ci dice: «non è da escludere che anche dopo l’uscita di scena di Putin il regime sopravviverebbe con un suo successore, senz’altro meno conosciuto ma in grado di portare avanti la “macchina” del regime per alcuni anni». Opinione condivisa da Capitini secondo il quale “Putin è il simbolo di un sistema di potere”. «Oggi il blocco che sostiene il presidente è quanto mai solido e rimarrà tale fintanto che Putin ne garantirà gli interessi. In tutto i settori, economia, finanza, energia, appalti, il “mondo Putin”, la “verticale del potere”, è assolutamente solido, Putin è funzionale a quel mondo per cui credo che personalizzarlo, concentrandosi sulla sua persona, sia fuorviante. Quel mondo sopravvivrebbe anche senza di lui, produrrebbe un altro personaggio in grado di mantenere quel tipo di privilegi e potere che c’è attualmente».
La Russia è Putin ed egli è la Russia, dopo oltre un ventennio è impossibile aggiungere qualcosa in più alla narrazione intorno a un personaggio che, nel bene e nel male, ha segnato la Storia.