Zoello Forni, presidente nazionale di ANMIL, sottolinea l’urgenza di rivedere le norme sui subappalti e di diffondere una cultura legata alla sicurezza. Ma non solo…

Ci sono persone, troppe ancora nel 2024, che escono di casa per andare al lavoro e non fanno più ritorno. Muoiono mentre stanno compiendo il loro dovere. I giornali sono pieni di queste notizie: tutti conoscono la strage di Brandizzo e il crollo nel cantiere di Firenze, ma l’elenco è lunghissimo ed agghiacciante, a testimonianza del fatto che non si riesce a smettere di puntare i riflettori su un tema, la sicurezza sul lavoro, di cui forse non si dovrebbe più parlare così tanto nell’era dello sviluppo tecnologico e dei sistemi più all’avanguardia. Ed invece quell’attenzione rimane ancora molto viva perché sempre più vivo è il problema. Ne abbiamo parlato con Zoello Forni, presidente nazionale di ANMIL – Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro.

Presidente, perché ancora nel 2024 si parla con tanta frequenza di morti sul lavoro? Cos’è che non va?
«In un Paese in cui il lavoro, per dettato costituzionale, è principio fondante e diritto di tutti i cittadini, ancora oggi in media tre persone perdono la vita proprio lavorando. Dal 2008, anno di entrata in vigore del Testo Unico su salute e sicurezza dei lavoratori, il bilancio infortunistico non ha fatto registrare miglioramenti apprezzabili. Nonostante l’attenzione politica e mediatica, lo studio, i progressi normativi e scientifici, c’è ancora una vasta zona d’ombra dentro la quale continuano a prevalere disinformazione, noncuranza e violazione delle regole. La società si evolve, il lavoro cambia ed emergono rischi sempre nuovi con i quali spesso non siamo al passo per arginarli e che si sommano a quelli che ci portiamo dietro da generazioni: così nel 2024 si può morire facendo consegne a bordo di una bicicletta per conto di un datore di lavoro “digitale”, ma si può ancora rimanere vittima del ribaltamento di un trattore o cadere da un’impalcatura esattamente come cinquant’anni fa».

Quali sono i dati in vostro possesso relativi al 2023 ed inizio 2024? Si può parlare di una vera e propria emergenza?
«Nel mese di gennaio 2024 sono stati denunciati all’INAIL circa 42.000 infortuni sul lavoro che segnano un incremento del 6,8% rispetto al mese di gennaio 2023; i morti denunciati sono stati 45, in leggera crescita rispetto all’analogo mese dell’anno precedente, quando ne erano stati registrati 43. In forte aumento le malattie professionali: circa 6.200 per un incremento del 30,7%. I dati infortunistici relativi al mese di gennaio 2024 si pongono in evidente controtendenza rispetto all’intero anno precedente. Nel 2023, infatti, ci fu un calo di infortuni del 16,1% rispetto all’anno precedente; al 31 dicembre 2023 le denunce rilevate erano circa 585.000 rispetto alle quasi 700.000 dell’anno 2022. Sempre nel 2023 si era registrata una flessione anche per gli infortuni mortali, scesi da 1.090 del 2022 a 1.041 del 2023 (-4,5%). Significa, dunque, che dopo un 2023 molto positivo, all’inizio di questo anno si sta profilando una preoccupante inversione di tendenza? Stiamo entrando forse all’interno di una emergenza sociale? A nostro parere è ancora prematuro fare affermazioni del genere. Innanzitutto va detto che non si possono considerare molto probanti e significativi i dati relativi ad un singolo mese. Inoltre, se allarghiamo il campo di osservazione agli anni precedenti, notiamo che gli infortuni del mese di gennaio 2024 risultano in forte calo rispetto al mese di gennaio 2022 (-26,8%) e perfino rispetto al mese di gennaio 2019 (-12,1%). Possiamo sicuramente affermare che la situazione è da ritenere di per sé grave, perché circa 1.800 infortuni e 3,5 morti al giorno (compresi ferie e festivi) rappresentano una vera vergogna per un Paese civile; per non parlare dei circa 2.000 tumori che ogni anno vengono denunciati all’INAIL».

Quali sono i settori più a rischio e perché?
«In valori assoluti Costruzioni, Trasporti ed Agricoltura sono i tre settori che assommano quasi la metà dei morti che avvengono in ambito lavorativo: considerando la media annua dell’ultimo quinquennio (escluso il biennio della pandemia) le Costruzioni fanno registrare 131 infortuni mortali (17% del totale), i Trasporti 118 morti (15% del totale), l’Agricoltura circa 100 morti (13% del totale). Per ciò che riguarda le Costruzioni sicuramente la scarsa attenzione alla sicurezza, il poco rispetto delle normative, il mancato utilizzo dei dispositivi di prevenzione e la forte presenza di lavoratori irregolari o addirittura in “nero” caratterizzano questo settore dove circa il 50% dei morti sul lavoro avvengono per “caduta dall’alto”. I Trasporti rappresentano anch’essi un settore ad alta pericolosità legata al più generico “rischio stradale”, soprattutto per quanto riguarda gli autotrasportatori. Il lavoro agricolo è reso particolarmente pericoloso per l’utilizzo di macchinari il più delle volte obsoleti e mancanti dei dispositivi di protezione tecnologicamente avanzati. Se a questo si aggiunge poi che il nostro Paese è prevalentemente collinare si comprende perché il 60% circa dei morti in agricoltura è causato dal ribaltamento del trattore».    

È appropriato secondo lei definirle morti bianche? 
«Assolutamente no, perché il termine “morti bianche” evoca eventi di cui non sono rinvenibili cause e responsabilità. Invece le morti sul lavoro non sono mai dovute al fato o al destino, ma avvengono quando non vengono rispettate le norme per la sicurezza. Piuttosto si potrebbero usare termini più appropriati, come morti sul lavoro o omicidi sul lavoro o anche “lavoricidi”, neologismo coniato dalla poetessa Lucia Sabatini, molto vicina all’ANMIL, che ci auguriamo venga riconosciuto dall’Accademia della Crusca».

La lista è lunga ma ultimamente a destare clamore sono state soprattutto la strage di Brandizzo e il crollo a Firenze. Cosa pensa al riguardo? 
«Emergono chiare analogie tra i due incidenti e molti altri che sono rimasti nell’ombra: il sistema frammentato degli appalti e dei subappalti. Sebbene i subappalti siano stati concepiti per introdurre una maggiore specializzazione nelle commesse, si sono trasformati in una scorciatoia per risparmiare, mettendo così le piccole e medie imprese, collocate nel gradino più basso della catena, in una competizione frenetica finalizzata unicamente al massimo risparmio. Queste aziende sono soggette alla tendenza a tagliare gli interventi di sicurezza sul lavoro, considerati costi aggiuntivi o superflui, anziché investimenti utili per il buon andamento dell’attività, oppure a impiegare operai in nero, retribuendoli in modo non ufficiale o con contratti meno vantaggiosi e con poche tutele. Inoltre, l’impiego di personale altamente qualificato, benché più costoso, viene sostituito con lavoratori inadeguati o privi di formazione specifica per il compito assegnato, o talvolta senza alcuna formazione. È quanto mai urgente rivedere le norme sui subappalti, attraverso un patto forte tra governo, imprese, sindacati e associazioni».

Siete soddisfatti del pacchetto sicurezza inserito nel decreto Pnrr, approvato in CdM, che prevede più controlli degli ispettori e la patente a punti per le imprese? 
«Sono interventi sicuramente importanti, che peraltro si attendevano da tempo. Forse l’apparato delle sanzioni e delle conseguenze del mancato rispetto delle regole potrebbero essere calibrati diversamente, ma confidiamo che la discussione del provvedimento in Parlamento possa consentire una riflessione per trovare una maggiore garanzia. Indubbiamente, come ha detto il Ministro Calderone, è necessario rafforzare tutti gli strumenti e metterne in campo di nuovi che possano rendere effettivo il valore della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Per questo riteniamo che si debba lavorare urgentemente sulla cultura della sicurezza, sull’informazione e sulla consapevolezza di tutti, dai bambini agli adulti, su questi temi».

Ma non solo. Secondo Forni è fondamentale dare alla Testimonianza un riconoscimento normativo per “scuotere le coscienze di tutti, rendere le persone più prudenti e consapevoli dei rischi che possono correre anche lavorando”.