CONCERTO

Aumentano le iniziative per ridurre l’impatto ambientale dell’industria musicale ma il percorso è ancora lungo

Durante una recente intervista a Billboard Billie Eilish ha sottolineato quanto l’uso eccessivo del vinile non sia sostenibile dal punto di vista ambientale. La cantautrice statunitense ha fatto riferimento alla pratica, soprattutto di marketing, di pubblicare diverse edizioni in vinile di un album, tutte con packaging diversi. La stessa Eilish ha fatto uscire 8 diverse versioni in vinile dell’album Happier Than Ever, ma erano stampate su vinile interamente riciclato, al posto del tradizionale PVC, e la confezione era ricavata dallo zucchero di canna. Ma non si è fermata qui:  la cantante ha organizzato Overheated, un ciclo di incontri e dibattiti con esperti e personaggi noti del panorama musicale e culturale sul cambiamento climatico.

Da poco passati il Record Store Day, che si tiene ogni terzo sabato di aprile per celebrare i negozi di dischi indipendenti, e l’Earth Day (Giornata della Terra, il 22 aprile), per ricordarci l’importanza di salvaguardare il pianeta, viene spontaneo riflettere ancora una volta sul rapporto tra musica e sostenibilità ambientale. Una questione molto ampia e complessa, che comprende, tra gli altri, i materiali utilizzati per la produzione del supporto fisico, l’organizzazione e la gestione dei concerti, lo streaming e, più in generale, tutto ciò che può impattare sull’ecosistema. Senza dimenticare la sensibilizzazione degli artisti sulla crisi climatica.

I concerti

Partiamo dai concerti. Secondo il rapporto Greener Festival del 2022, basato su dati di 17 concerti ed eventi, un festival medio può produrre 500 tonnellate di emissioni di anidride carbonica, e un singolo partecipante a una kermesse può arrivare a produrre fino a cinque kg di CO2 al giorno. Tra gli elementi che concorrono all’inquinamento ci sono la sede in cui si tiene il concerto, lo spostamento di attrezzature, degli artisti, ma anche degli spettatori e delle spettatrici, l’impiego di bottiglie di plastica usa e getta, la produzione di rifiuti, il merchandise, senza contare l’inquinamento acustico e quello luminoso.

Secondo Green Touring Network – che ha stilato una guida indirizzata a musicisti e addetti ai lavori per realizzare tour più sostenibili – durante una tourneé la venue, cioè il luogo in cui si svolge uno show, è la principale causa di emissione (34%), seguita dai viaggi del pubblico, che utilizza diversi mezzi per spostarsi (33%).

Sono già diversi, però, gli artisti che si sono mossi verso una direzione più sostenibile per i loro show. I Coldplay hanno scelto di utilizzare fonti quasi interamente rinnovabili, con pannelli fotovoltaici installati nelle arene, ma anche pavimenti cinetici, che trasformano l’energia cinetica (prodotta dal pubblico in movimento) in energia elettrica.

È possibile organizzare concerti più eco-friendly grazie a Reverb , un’associazione non-profit che aiuta musicisti e festival ad avere un approccio più sostenibile e che ha come obiettivo quello di ridurre l’impronta di carbonio (carbon footprint, la misura delle emissioni di gas serra rilasciate nell’atmosfera) degli show. Reverb ha collaborato con artisti di fama internazionale come la stessa Billie Eilish, The Lumineers, Harry Stiles e Maroon 5, ha organizzato oltre 7300 concerti green e neutralizzato più di 390mila tonnellate di CO2.

Anche alcuni artisti italiani hanno iniziato a fare passi avanti per ridurre l’impatto ambientale dei loro concerti, come Elisa, che nel 2022 ha improntato il suo Back To The Future Live Tour a un format green. Restando in Italia, c’è anche Piero Pelù, che già dai primi anni Duemila ha alimentato alcuni suoi tour con energia proveniente da fonti rinnovabili. Ma ci sono anche Marco Mengoni, che per il suo Atlantico Tour del 2019 ha scelto, tra le altre cose, borracce e bottiglie di vetro nei camerini e materiali monouso biodegradabili per il catering, ed Eros Ramazzotti, che spesso si è dimostrato attento ai temi ambientali: il suo NOI World Tour del 2013 coincise con la realizzazione di una centrale elettrica in Perù per compensare le emissioni di gas serra della tournée.  

Chris Martin dei Coldplay durante un concerto – SHUTTERSTOCK/YAKUB88

CD e vinili

Torniamo ai supporti fisici, in particolare al vinile, oggetto di revival negli ultimi anni. I primi 78 giri erano realizzati in gommalacca, una resina derivata dalle secrezioni di insetti. Dalla gommalacca si è passati al PVC (polivinilcloruro o cloruro di polivinile), un materiale termoplastico ricavato da materie prime naturali, solo parzialmente riciclabile per via degli alti costi di lavorazione. In un articolo per The Conversation Sharon George e Deirdre McKay, ricercatrici della Keele University, nel Regno Unito, hanno affermato che un disco prodotto oggi contiene in media circa 135 grammi di PVC, che ha un’impronta di 0,5 chilogrammi di CO2. Dallo studio emerge, inoltre, che nel 2017 nel Regno Unito sono stati venduti quattro milioni di vinili, che hanno prodotto 1900 tonnellate di CO2, che corrispondono all’impronta annuale di 400 persone. Senza contare gli imballaggi e il trasporto.

Ma ci sono anche i CD, composti soprattutto da policarbonato e in parte da alluminio, che hanno un impatto leggermente inferiore al PVC ma sono difficili da riciclare perché separare i materiali misti è un’operazione difficile e costosa. Inoltre, le custodie in policarbonato non possono essere riciclate.

E lo streaming?

A questo punto potremmo pensare che siano i supporti fisici ad avere un maggiore impatto ambientale rispetto allo streaming. In realtà non è proprio così. Ma partiamo dall’inizio. Sebbene la musica abbia subìto una progressiva dematerializzazione, anche il download e lo streaming si appoggiano a dei supporti fisici. Già nel 2019 George e McKay sottolineavano come le piattaforme di streaming avessero un grande impatto, in quanto si appoggiano a server che necessitano di una grossa quantità di energia elettrica e che devono essere raffreddati.

Lo stesso emerge da uno studio, condotto sempre nel 2019 da Kyle Devine, professore associato dell’Università di Oslo, e Matt Brennan, professore dell’Università di Glasgow. Secondo i ricercatori che la quantità di plastica utilizzata negli Stati Uniti per produrre vinili, musicassette e CD è diminuita significativamente negli anni. Nel 1977 (anno in cui la vendita di LP raggiunse il picco nelle vendite) l’industria discografica usò 58 milioni di chilogrammi di plastica. Nel 1988 (picco nelle vendite di cassette) la quantità scese a 56 milioni, mentre nel 2000 (picco del CD) risalì a 61 milioni di chilogrammi.

Negli anni Duemila il consumo di musica ha portato all’emissione di circa 157 milioni di chilogrammi equivalenti di gas serra e, nel tempo, la quantità di gas serra prodotta dall’energia necessaria per la musica in streaming è più che raddoppiata. In sostanza, anche se i nuovi modi di fruizione della musica hanno portato a un minore utilizzo di plastica, hanno, però, prodotto una maggiore quantità di emissioni equivalenti di gas serra. Gli stessi dispositivi che usiamo per ascoltare musica in streaming prevedono lo sfruttamento di risorse naturali e umane.

Come sottolineano Devine e Brennan, il costo per l’acquisto di musica in digitale non è mai stato così basso, ma il costo a livello ambientale non è mai stato così alto. Soprattutto se pensiamo che da diverso tempo a trainare il mercato musicale globale è proprio lo streaming.

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Secondo uno studio un disco in vinile contiene in media 135 grammi di PVC e ha un’impronta di 0,5 chilogrammi di CO2 – SHUTTERSTOCK/PRZEMEK KLOS

Le iniziative

Che fare, dunque? La risposta non è semplice, ovviamente, ma sono tante le iniziative portate avanti dagli artisti e dai lavoratori del settore.

Diversi gli artisti che hanno deciso di optare per un packaging più sostenibile. Ad esempio Lorde per il suo album Solar Power, pubblicato nel 2021, ha deciso di rinunciare alla versione CD e ha optato per una “Music Box” composta da materiale biodegradabile al 100%.

Non sono solo i progetti dei singoli artisti a fare la differenza, ma anche le azioni collettive. Nel 2019 un gruppo di musicisti, lavoratori e lavoratrici dell’industria musicale ha dato vita a Music Declares Emergency (MDE)per denunciare la crisi climatica ed ecologica e chiedere un’azione concreta ai governi. Hanno aderito, oltre a Billie Eilish, i Massive Attack, i Radiohead ma anche gli iconici Abbey Road Studios di Londra e case discografiche come Universal Music, Warner Music UK e Sony. Il movimento globale, il cui slogan è “No Music On A Dead Planet” (“Niente musica in un pianeta morto”), attualmente è attivo anche in Austria, Germania, Portogallo, Francia, Cile, Canada, Olanda, Stati Uniti e Svizzera. Chi aderisce si impegna non solo a parlare del cambiamento climatico ma anche a ridurre la propria impronta ecologica.

Il progetto Music Climate Pact, invece, ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 50% entro il 2030 fino a portarle a zero entro il 2050. All’’iniziativa, nata dalla collaborazione tra l’Association of Independent Music (AIM) e l’associazione delle etichette discografiche britanniche, hanno aderito anche colossi dell’industria musicale come Warner Music, Sony e Universal.

E in Italia? Nel 2022 diversi rappresentati dell’industria musicale hanno sottoscritto il Manifesto della musica sostenibile, lanciato dall’Associazione Produttori Musicali Indipendenti PMI in collaborazione con Impala e Rockol. Il Manifesto si articola attraverso 10 obiettivi per sviluppare una maggiore consapevolezza ambientale all’interno dell’industria musicale e per, si legge, “promuovere iniziative che riducano l’impatto ambientale dell’intera filiera e che utilizzino la musica come veicolo per sostenere politiche e comportamenti ambientali più corretti” oltre a “mantenere un dialogo costante con le con le Istituzioni nazionali e locali per sollecitare iniziative propedeutiche alla sostenibilità ambientale del settore musica”.

Piano piano la musica si sta dimostrando sempre più attenta all’ambiente e sta diventando sempre più eco-friendly ma il percorso verso la sostenibilità è ancora lungo, sono necessarie azioni sempre più decise.

di: Francesca LASI

FOTO: SHUTTERSTOCK/MELINDA NAGY