Il PSOE di Sanchez, che governa anche grazie all’appoggio dell’esule Puigdemont, ha inferto una sonora sconfitta agli indipendentisti di Catalogna. Merito dell’effetto amnistia?

Per il rebus catalano un pallottoliere non basta: non sarà (solo) questione di numeri e seggi a Barcellona dove le elezioni anticipate preludono a lunghe settimane di trattative. Il Parlamento regionale ha infatti visto il trionfo dei socialisti del premier Pedro Sanchez che però, esattamente come è successo a Madrid qualche mese fa, dovrà ancora una volta scendere a patti con gli indipendentisti.

Il PSOE – Partito Socialista Operaio Spagnolo è risultato il primo partito vincitore, con 42 seggi su 135. A guidare la sezione catalana dei socialisti è l’ex ministro della Sanità (ruolo esercitato durante la pandemia di Covid) Salvador Illa che si consacra con il 28% e un buon +9% rispetto al 2021. Secondo classificato l’indipendentista della destra moderata di Junts Carles Puigdemont che, pur in lieve crescita, si ferma al 21,6% con 36 seggi. Il Governo uscente di Pere Aragonès (con la sinistra separatista Esquerra Republicana de Catalunya) deve fare i conti con una sonora batosta: dal 21,3% del 2021 al 13,6%.

Trovano spazio anche la sinistra radicale indipendentista del CUP Candidatura dell’Unità Popolare e l’estrema destra indipendentista della sindaca di Ripoll Sílvia Orriols, Aliança Catalana, rispettivamente con quattro e due seggi. In crescita anche il Partito Popolare (15 seggi, +12 rispetto al 2021) e Vox che conferma 8 parlamentari. La maggioranza numerica minima è di 68 seggi: calcolatrice alla mano, inizia la conta.

Sanchez (sx) con il leader del Partito Socialista Catalano Salvador Illa (dx) (EPA/ANDREU DALMAU)

Sinistra o indipendenza? Il bivio dei socialisti

Non era mai successo che il partito socialista risultasse il più votato – e ottenesse più seggi – nella Regione, dove di certo non è passato inosservato l’accordo di Governo siglato lo scorso novembre da Sanchez che, se è potuto accedere al terzo mandato, è stato proprio grazie agli indipendentisti catalani. Do ut des, si sarà detto Puigdemont che forse non si aspettava di tendere la mano al Governo centrale per poi farsi battere dallo stesso in casa, dove le forze indipendentiste hanno detenuto la maggioranza assoluta per 10 anni. Il PSOE era risultato primo partito anche nel 2021 ma con molti meno voti e numeri troppo risicati per governare. Oggi, invece, gli scenari di Governo per il Partito sono sostanzialmente due.

La prima opzione è quella di una coalizione sorretta dall’asse ideologico progressista, con il PSOE che chiederebbe l’appoggio dei repubblicani di Esquerra e gli alleati del Comuns Sumar. Nonostante la prospettiva di un approccio politico comune, l’opzione avrebbe comunque dei rischi legati ad un totale matematico troppo risicato di 68 seggi esatti. L’altra opzione per Illa è quella di una replica in scala di quanto è accaduto a Madrid: un accordo PSOEJunt. Ma si apre all’orizzonte anche una terza ipotesi.

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La sfida di Puigdemont

Puigdemont si trova in esilio in Belgio dal 2017, ultimo anno in cui ha potuto esprimere il suo voto in patria. Commentando i risultati, il leader ha espresso il desiderio che questa chiamata al voto possa rappresentare “l’ultima giornata di esilio per molti”, e in effetti c’è grande attesa per l’approvazione definitiva della legge di amnistia promessa da Sanchez. A quel punto il leader catalano, che sta per concludere il suo mandato da eurodeputato, potrebbe finalmente tornare in patria.

Carles Puigdemont (EPA/David Borrat)

Esule da 7 anni da una Regione che Paese vorrebbe essere, con gli occhi puntati sulla sua Itaca, il catalano non si è fatto intimorire dal risultato dei socialisti e anzi dal sud della Francia ha annunciato la sua candidatura a guidare un Governo di minoranza che raccolga tutte le formazioni indipendentiste. Se le cose dovessero andare male, gli resterebbe forse la magra consolazione di essere più influente a livello nazionale che locale.

A Madrid, nelle puntate precedenti…

Attualmente in Spagna è in carica il terzo Governo Sanchez, guidato dal leader del PSOE. La riconferma del premier uscente è avvenuta dopo un travagliato iter di consultazioni iniziate all’indomani del voto, da cui era in realtà emerso vincitore il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo. Dopo il buco nell’acqua del leader moderato, che non riesce a raccogliere la maggioranza al Congresso, è Sanchez a costruire un nuovo esecutivo, bilanciando a tale scopo arte negoziale e predisposizione al compromesso.

Per ottenere i 179 voti necessari al Governo, i socialisti di Sanchez e quelli catalani (PSC) stringono così un patto con la coalizione di sinistra Sumar, strappando un appoggio esterno alla sinistra repubblicana catalana ERC, Junts, Podemos, alla coalizione basca Euskal Herria Bildu e al Partito Nazionalista Basco. La coalizione di sinistra Sumar, la più grande della storia elettorale della Spagna, ha raccolto sotto l’egida dell’omonimo Movimento ben 20 partiti arrivando a esprimere quattro ministri nel Governo Sanchez (con la riconferma di alcuni elementi di spicco come la fondatrice del Movimiento Sumar Yolanda Díaz, già ministra del Lavoro oltre che seconda vicepresidente del Governo).

Riunione del primo gabinetto del Governo Sanchez III. Alla sua destra la prima vicepresidente Nadia Calvino – poi nominata a capo della Banca europea degli Investimenti e sostituita da María Jesús Montero -, alla sua sinistra la seconda vicepresidente Yolanda Diaz (EPA/Juan Carlos Hidalgo)

La partita a scacchi più complessa però si è giocata, ancora una volta, sul terreno dell’indipendentismo. Per assicurarsi il loro sostegno, infatti, Sanchez ha aperto a non poche rivendicazioni dei movimenti catalani, culminati con la concessione dell’amnistia ai leader separatisti. La decisione di Sanchez lo scorso novembre aveva animato accese proteste in tutto il Paese, mentre il premier prometteva un “effetto balsamico” dell’amnistia per “normalizzare la vita politica, economica e sociale in Catalogna“.

Dopotutto, nel gennaio 2023 era stata la stessa Corte Suprema spagnola a far cadere l’accusa di sedizione nei confronti di Puigdemont e, con essa, anche il mandato di arresto europeo. Il giudice Pablo Llarena ha infatti confermato le sole accuse di abuso di fondi pubblici e disobbedienza, per le quali non sussisteva alcun mandato di arresto.

Che fine farà il procés?

A indire elezioni anticipate lo scorso marzo era stato l’ex presidente della Catalogna Pere Aragonès, della sinistra repubblicana (ERC), in seguito alla mancata approvazione della legge di bilancio da parte del Parlamento. Nato come un Governo indipendentista di minoranza, l’Esecutivo aveva poi perso l’appoggio di Puidgemont che aveva giudicato troppo deboli le istanze separatiste della controparte progressista. Lo scenario alquanto incerto non consente di escludere nuove elezioni anticipate. I catalani potrebbero tornare al voto in ottobre, con un’incognita in più rappresentata proprio da Puigdemont che a quel punto, dopo tanto tempo, potrebbe condurre la sua campagna elettorale sul territorio.

Nel frattempo, un dubbio lacera la politica centrale: che fine farà il procés – così si definisce il percorso per l’indipendenza dalla Catalogna? La risposta varia in base al posizionamento dell’interlocutore, anche se una brusca frenata dei partiti indipendentisti è innegabile. A rallentare i loro piani è stata anche la frammentazione politica interna al mare magnum indipendentista, sempre più strutturato secondo logiche di appartenenza politica che inevitabilmente li portano ad accordarsi con le forze centraliste.

Il PSOE, vero vincitore della tornata, rivendica quell'”effetto balsamico” di cui sopra. La teoria di Sanchez è che la normalizzazione dei rapporti con gli indipendentisti abbia il naturale esito di inglobarli nel sistema democratico, offrendo loro un ruolo da protagonisti e dunque scoraggiandone la fuoriuscita. Pronto a smentire il suo avversario, il leader del PP Feijóo ha commentato l’esito elettorale evidenziando invece come il procés non sia affatto morto “perché il Sanchismo ne ha bisogno“. Peccato che a rispondere a Feijóo, a strettissimo giro, sia il suo collega e leader del PP catalano Alejandro Fernández che, celebrando il buon risultato del partito, osserva: «i catalani hanno trasmesso un messaggio, ed è che il processo è finito».

È ancora presto per capire se il balsamo di Sanchez, socialismo e un pizzico di compromesso («l’arte di tagliare una torta in modo che ciascuno creda di aver avuto la fetta più grossa» come scriveva l’autore radiofonico Leonard Levinson), abbia davvero lenito i pruriti indipendentisti. Proprio come ha fatto Madrid, anche Barcellona si ritira per deliberare, divisa fra due fuochi: l’autodeterminazione della propria storia da un lato, la responsabilità politica del presente dall’altro.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/EPA/Jesus Diges

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