Le canzoni dovrebbero essere veicolo di libertà espressiva, ma la censura stringe ancora le sue maglie
Lo scorso aprile il governo della Cecenia, repubblica parte della Federazione Russa, ha riferito che nel Paese sarà vietata la musica “troppo lenta” o “troppo veloce”. Tutte le canzoni, quindi, dovranno avere un ritmo compreso tra gli 80 e i 116 BPM (battiti per minuto). Stando a quanto riferito da Grozny Inform, agenzia di stampa legata all’esecutivo ceceno, la decisione è stata presa durante un incontro tra il ministro della Cultura ceceno Musa Dadayev e alcune associazioni di musicisti locali. Una scelta che Dadayev ha affermato di aver preso insieme al governatore della Cecenia Ramzan Kadyrov. L’obiettivo? Assicurare la “conformità delle opere musicali, vocali e coreografiche” alla “mentalità cecena”, ha dichiarato il ministro.
«La cultura musicale cecena era eterogenea per tempi e tipologie – ha proseguito Dadayev – Dobbiamo trasmettere il patrimonio culturale del popolo ceceno alla nazione e al futuro dei nostri figli: usi, costumi, tradizioni e le peculiarità del carattere ceceno che comprende l’intero spettro di norme morali ed etiche della vita cecena».
Al momento non è chiaro come questo singolare e controverso decreto verrà attuato. Si sa per certo che entro l’1giugno i musicisti dovranno, in sostanza, “riscrivere” il proprio repertorio pena l’impossibilità di esibirsi in pubblico. Non è chiaro se il divieto sarà esteso anche alla musica creata e prodotta all’estero: in questo caso sarebbe ancora più complicato rispettarlo, visto che la maggior parte della musica pop e rock contemporanea supera i 116 BPM, senza contare, ad esempio, le produzioni house e techno, ma anche tanti altri generi. Bisogna, poi, tenere conto di un altro fattore: oggi la musica si ascolta soprattutto online. Sono pochi i siti web condivisi dalla Russia e dalla Cecenia con gli altri Paesi: tra questi c’è YouTube. In questo caso come si applicherebbe il divieto? Si andrebbero a verificare tutti i brani presenti sulla piattaforma? Curiosamente, tra i brani vietati ci sarebbero anche l’inno russo e quello ceceno, rispettivamente sui 76 e i 75 BPM.
Kadyrov, sostenitore del presidente russo Vladimir Putin, è conosciuto per i suoi metodi repressivi, è stato accusato di violazioni dei diritti umani (ad esempio di aver fatto torturare oppositori politici), di persecuzioni nei confronti delle persone LGBTQIA+.

Musica censurata nel mondo
Questo divieto appare inconsueto anche perché va a colpire i beat, non l’argomento o il testo di una canzone. Ma la censura musicale ha una storia molto lunga, che attraversa (e ha attraversato) molti Paesi in modi differenti. Tutti i regimi totalitari e le dittature impongono la censura sulle diverse forme artistiche. La musica, come le altre arti, è un veicolo di pensiero e di libertà espressiva, ma anche uno strumento per esercitare riflessione critica.
In Italia la storia della censura nella musica inizia nell’Ottocento ma trova il suo apice durante la dittatura fascista, che sia accanì sul jazz. Questo genere musicale vastissimo nasce negli Stati Uniti nel Novecento ma deriva dalle “work songs”, le canzoni cantate dagli schiavi nelle piantagioni, ma anche dagli spiritual e dal gospel. In Italia arriva durante la Prima Guerra Mondiale con i soldati americani, ma raggiunge l’apice della notorietà negli anni Trenta. All’inizio l’EIAR (l’Ente italiano per le audizioni radiofoniche) – con cui il regime fascista controllava le trasmissioni radiofoniche – dedica alcuni programmi al jazz che, però, negli anni vengono cancellati, fino a quando i locali da ballo vengono chiusi e la musica proibita.
Oggi sono ancora tanti i divieti relativi alla musica in diversi Paesi del mondo. Pensiamo all’Afghanistan, dove i talebani al loro ritorno nel 2021 hanno praticamente messo al bando qualsiasi attività musicale. La musica nel Paese era stata spenta già dal 1996 al 2001 durante il precedente regime talebano. La decisione arriva dal Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che ha sostituito il Ministero per gli Affari femminili. Tutti fanno le spese delle restrizioni e dei divieti, ma sono soprattutto le donne a vedere una ulteriore limitazione (se non cancellazione) dei propri diritti, visto anche il divieto di frequentare le scuole superiori e le università e di svolgere alcuni tipi di professione. Stop alla musica in pubblico, alle trasmissioni radiofoniche (chiuse con diversi blitz) e alle sigle nei programmi televisivi; l’unica musica “concessa” è quella di stampo religioso, come gli inni a Maometto, ma senza strumenti musicali. Nel 2023 nella provincia di Herat la polizia morale ha bruciato decine di strumenti che aveva precedentemente sequestrato. Questi servivano soprattutto per suonare durante le feste di matrimonio: poco tempo prima i talebani avevano vietato la musica durante i riti nuziali. In questa situazione molti musicisti e artisti hanno chiesto asilo in altri Paesi, mentre chi è rimasto ha dovuto dedicarsi ad altri lavori. Questo comporta anche un impoverimento del patrimonio culturale e musicale afghano, con il rischio di una perdita definitiva, se non grazie agli artisti e alle persone che fanno musica.
La repressione e la censura musicale (e non solo) vigono anche in Iran. È recente la notizia della decisione di condannare a morte il rapper Toomaj Salehi, noto per le sue canzoni di protesta: nei suoi versi ha spesso chiesto la liberazione dei prigionieri ingiustamente detenuti ha denunciato al corruzione e la povertà. Nell’ottobre 2022viene arrestato durante le proteste – represse nel sangue – per la morte di Jina Mahsa Amini, la 22enne di origine curda uccisa dopo essere stata presa in custodia dalla polizia morale di Teheran perché non indossava “correttamente” l’hijab. Un Tribunale rivoluzionario lo ha condannato per “corruzione sulla terra”. Subito si sono diffuse in tutto il mondo iniziative a sostegno di Salehi, tra cui un appello di Amnesty International.
In Iran per pubblicare musica o esibirsi dal vivo è necessario sottoporre le proprie creazioni al Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico, che si occupa di monitorare e approvare la musica e altri prodotti culturali nell’Iran post-rivoluzione. Non tutti, però, possono ottenerlo: la musica rock, ad esempio, è vietata. Ottenere i permessi necessari è molto difficile, così molti musicisti si sono rivolti alla scena underground e a Internet e sono rimasti invischiati in un intricato sistema per ottenere visti, autorizzazioni e passaporti per esibirsi all’estero, come mostra il film I gatti persiani di Bahman Ghobadi, vincitore del Premio Speciale della Giuria – Un Certain Regard al Festival di Cannes nel 2009. Lo stesso Ghobadi ha girato la pellicola senza autorizzazioni.
C’è poi un’altra questione. In Iran le donne non possono cantare in pubblico da sole, ma solo in duetto con un uomo, e non possono ballare. L’urlo «Donna, vita, libertà» («Jin, Jîyan, Azadî» in curdo) risuona oggi più forte che mai. Nato in seno al movimento di liberazione curdo, in particolare ai movimenti femministi curdi (la Gineologia, jineolojî in curdo), lo slogan è apparso negli scritti di Abdullah Öcalan, fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e attuatore del confederalismo democratico, per poi diffondersi con le proteste in Iran e successivamente nel resto del mondo.
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È lapalissiano e non dovrebbe essere necessario ripeterlo ma lo ripetiamo. Non bisogna fare l’errore di credere che i divieti e la censura abbiano realmente legami con la religione, ancor meno con al fede e la spiritualità (giusto per fare un esempio, nel Corano non vi è alcun divieto esplicito relativo alla musica e al canto). Hanno molto a che fare, invece, con il potere e l’accentramento di quest’ultimo.
Gli organi di controllo sono ancora vivi e vegeti. In Russia dal 2008 esiste il Roskomnadzor, il Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, della tecnologia dell’informazione e dei mass media, che si occupa di controllare l’accesso ai media nel Paese. Nel mirino dell’organismo era finito il rapper Husky, famosissimo in Russia, spesso critico nei confronti delle autorità e della brutalità della polizia. Nel 2018un suo concerto a Krasnodar è stato annullato all’improvviso e, per tutta risposta, il rapper ha deciso di esibirsi lo stesso dal tettuccio di un’auto. Questo gli è costato una condanna a 12 giorni di carcere, di cui ne ha scontati quattro. Non era, però, la prima volta: diversi i rapper che si sono visti cancellare i propri live all’improvviso, come Face, primo musicista russo riconosciuti “agente straniero” dal Ministero della Giustizia,termine con cui il Cremlino individua i suoi oppositori e critici. Face è stato fin da subito molto critico nei confronti dell’invasione dell’Ucraina e ha lasciato la Federazione Russa.
In Russia è molto radicata la musica di protesta. Pensiamo, solo per fare un esempio e rimanere nella contemporaneità, al collettivo Pussy Riot. Una delle azioni più note del collettivo punk femminista russo è quella svoltasi nella Cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca, contro la rielezione di Vladimir Putin nel 2012. Tre attiviste, Marija Alëchina, Ekaterina Stanislavovna Samucevič e Nadežda Tolokonnikova vengono arrestate e condannate e condannate a due anni di carcere per “teppismo motivato da odio religioso”, per poi essere rilasciate (prima Samucevič poi, in seguito a un’amnistia, Alëchina e Tolokonnikova).
La censura stinge le sue maglie anche nella Cina di Xi Jinping. A finire nel mirino è soprattutto l’hip hop. Nel 2018 l’Amministrazione statale di stampa, radio, cinema e televisione ha vietato l’apparizione nei programmi televisivi e online di attori e persone “con tatuaggi, cultura hip hop, sottoculture e culture decadenti“. Già pochi giorni prima del provvedimento, chiamato “hip hop ban”, il rapper GAI era stato espulso dal programma The Singer, mentre la rapper VaVa era stata estromessa dal varietà Happy Camp. Nel 2015 il Ministero della Cultura aveva messo al bando 120 brani (soprattutto rap ma non solo) accusati di “promuovere oscenità, violenza, atti criminali o minacciare la moralità pubblica”, mentre nel 2017 erano stati vietati i concerti di Justin Bieber a causa di “una serie di cattivi comportamenti, sia nella sua vita sociale che durante una precedente esibizione in Cina, causa di malcontento tra il pubblico “.
di: Francesca LASI
FOTO: SHUTTERSTOCK/LEV RADIN