Ebrahim Raisi è morto in un incidente aereo. Con lui, l’Iran è diventato ancora più conservatore e le leggi si sono inasprite, dalla politica internazionale alle proteste civili dopo l’uccisione di Mahsa Amini
Il presidente dell’Iran Ebrahim Raisi è morto. L’elicottero sul quale viaggiava si è schiantato domenica 19 maggio vicino alla città di Jolfa, in una zona montuosa nel nord-ovest del Paese, nella provincia iraniana dell’Azerbaigian Orientale. Insieme a lui erano a bordo e hanno subito la stessa sorte il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian, il governatore della provincia iraniana dell’Azerbaigian Orientale, Malek Rahmati, e l’ayatollah Mohammad Ali Ale-Hashem, il rappresentante della Guida suprema iraniana in Azerbaigian Orientale. Tra le vittime anche le guardie del corpo del Presidente, il generale Mehdi Mousavi, un membro delle guardie rivoluzionarie Ansar al-Mahdi, il pilota, il copilota e il tecnico di volo.

La nebbia sulle montagne è un nemico pericoloso per gli elicotteri, ma quella dell’incidente è solo una delle opzioni che al momento chi indaga sta vagliando, unitamente a quelle di sabotaggio e attentato, questo benché le condizioni meteo pessime lascino pensare che possa essersi trattato di fatalità. I rottami del velivolo sono stati rinvenuti dopo molte ore di ricerche, attuate anche attraverso Copernicus, il sistema di osservazione satellitare della Terra dell’Unione Europea, come confermato dalla Commissario europeo per la gestione delle crisi Janez Lenarcic, ma quando infine l’elicottero è stato effettivamente rinvenuto per i passeggeri non c’era più nulla da fare.
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L’incidente
Al momento dello schianto, Raisi era in viaggio verso la città di Tabriz, il conglomerato urbano più grande dell’Iran nord-occidentale, capoluogo della provincia dell’Azerbaigian Orientale. Raisi stava rientrando dall’inaugurazione di una diga con il presidente azero Ilham Aliyev. Il suo era solo uno dei tre elicotteri che facevano parte del convoglio: gli altri due sono arrivati regolarmente alla loro destinazione, con a bordo il ministro dell’Energia Ali Akbar Mehrabian e quello dei Trasporti Mehrdad Bazrpash. Poco prima dell’incidente, c’è stato un contatto radio, come confermato dal ministro dell’Interno Ahmad Vahidi e riportato dall’agenzia di stampa semiufficiale Tasnim: qualcuno a bordo ha dunque provato a fare una chiamata di emergenza prima che il velivolo precipitasse nella foresta di Dizmar, un’area montuosa e boschiva particolarmente difficile anche per i mezzi di emergenza.
L’aereo su cui Raisi viaggiava era un Bell 212, la versione migliorata dello Huey usato in Vietnam. Non è la prima volta che un modello di questo tipo ha un incidente simile: secondo quanto riporta il Guardian, nel settembre 2023 un Bell 212 di una compagnia privata è precipitato davanti alla costa degli Emirati Arabi. Il velivolo in questione era stato prodotto negli anni ’70 circa, e prima di arrivare a Teheran sembra che sia stato usato dalle forze armate americane; è stato poi acquistato dal Paese prima della rivoluzione islamica del 1979. Le motivazioni dell’incidente, secondo il colonnello Cedric Leighton intervistato dalla CNN, potrebbero andar ricercate in una mancata manutenzione, nella difficoltà di avere pezzi di ricambio a causa delle sanzioni e nelle “condizioni meteo pessime degli ultimi giorni”. Secondo Leighton a questo potrebbe essersi sommata una serie di “fattori e decisioni prese dal pilota e forse persino dal presidente, quando si è trattato di decollare con questo velivolo”. In Iran, quando il presidente deve viaggiare in aereo viene scelto solo all’ultimo quale sarà il velivolo destinato a lui, per ragioni di sicurezza. Secondo i servizi segreti occidentali, la settimana scorsa quello stesso velivolo aveva avuto problemi a decollare, ma non era stato dichiarato fuori servizio.
L’ipotesi più accreditata al momento rimane dunque quella dell’incidente e del guasto. Sicuramente da escludere un attacco con missili terra-aria, per via delle condizioni meteo avverse, e benché il territorio al confine con l’Azerbaigian sia luogo di infiltrazione di agenti israeliani, appare al momento poco probabile il sabotaggio o l’attentato.




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Cosa succede ora
La morte di Raisi ha gettato l’Iran nel caos. Il vuoto di potere, sempre delicato di per sé, giunge in un momento storico particolarmente complesso per il Paese, in guerra con sé stesso da ormai un anno: nell’inverno del 2022 la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale per “aver indossato male il velo” ha scatenato un’ondata di proteste contro il regime e di repressione dallo stesso, che nelle ultime settimane si è aggravata: la polizia morale è tornata a pattugliare le strade su ordine degli ayatollah dopo che Teheran ha lanciato il suo primo attacco diretto contro Israele, non solo per imporre l’obbligo del velo alle donne e il rispetto della “legge della Sharia” ma anche per scoraggiare qualsiasi forma di dissenso in un momento particolarmente vulnerabile per il Paese con il conflitto nella Striscia di Gaza.
La morte di Raisi ha quindi un effetto notevole sulla situazione interna nel Paese: in molte zone l’incidente del presidente è stato celebrato già prima dell’annuncio ufficiale della sua morte. Sui social sono circolate immagini e video di fuochi d’artificio e festeggiamenti, peraltro già in corso per le celebrazioni per l’anniversario di nascita dell’imam Ali ibn Musa al-Reza, una sorta di santo nella religione sciita, quindi i festeggiamenti sono stati camuffati, per quanto in molti li hanno attribuiti alla dipartita di Raisi. Fuori dai confini nazionali invece, gli oppositori sono stati più espliciti.


A livello politico, l’articolo 13 della Costituzione del Paese prevede che se un presidente muore in carica subentri immediatamente il primo dei 12 vicepresidenti, Mohammad Mokhber Dezfuli in questo caso; entro 50 giorni, poi, bisogna tornare alle urne. La data delle nuove elezioni è stata fissata per il 28 giugno. La struttura piramidale dell’Iran evita così che ci siano vuoti di potere, con la guida suprema in vetta ma sotto di lui diversi organi onde evitare che la dittatura si trovi senza un uomo alle redini: sotto la guida suprema, Ali Khamenei, ci sono l’assemblea degli esperti, il presidente, la magistratura, il parlamento, il consiglio dei guardiani e i pasdaran. Secondo il professore iraniano di scienze politiche all’università del Tennessee ed esperto di Medio oriente, Saeid Golkar, intervistato dal Corriere della Sera, un grande problema per l’Iran oggi sarebbe la morte di Khamenei: “è vero che Raisi era in lizza per diventare il prossimo leader supremo, ma non è l’unico. Gli ayatollah hanno creato un super corpo armato, ma hanno anche creato un sistema interno di controllo molto potente. Da noi non succede come in Pakistan o in Egitto“.
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Chi era Ebrahim Raisi

Ebrahim Raisi aveva 63 anni, era nato il 14 dicembre del 1960 a Mashhad, in una famiglia clericale che gli aveva dato una forte educazione religiosa. Era diventato presidente nel 2021, dopo aver vinto le elezioni con il 62% delle preferenze, milioni di voti, secondo i dati del ministero dell’Interno. Non era un volto nuovo della politica: nel 2019 era diventato capo del sistema giudiziario del Paese, e prima ancora aveva fatto parte di una delle “commissioni della morte”, vale a dire quei gruppi che ordinarono esecuzioni di massa di migliaia di prigionieri politici e combattenti di fazioni rivali, nel 1988, alla fine della guerra contro l’Iraq e 10 anni dopo la rivoluzione “khomeinista”, vale a dire quella rivolta interna con cui i religiosi presero il potere a Teheran influenzando tutto il Medio Oriente e dando una svolta molto forte in senso conservatore alla politica del Paese. Con Raisi al potere, la legge del regime era diventata sempre più dura fino ad arrivare al settembre 2022 quando la 22enne Mahsa Amini, già citata in questo articolo, venne uccisa per non aver indossato correttamente l’hijab. La protesta iniziata subito dopo è stata ferocemente repressa nel sangue: si stima che siano stati uccisi almeno 500 manifestanti, ma i feriti sono stati migliaia, 20mila gli arrestati, e nei centri di detenzione fioccano le denunce di abusi, torture e stupri. Tra gli arrestati, 7 sono stati condannati a morte per impiccagione.



Per quanto riguarda il fronte internazionale, negli ultimi anni al Governo, dopo aver trionfato contro il più moderato Hassan Rouhani alle elezioni, il leader aveva ripreso il programma nucleare miliare interno, dopo il ritiro dall’accordo storico con gli Usa siglato nel 2015 che limitava la possibilità per l’Iran di sviluppare la tecnologia per un’arma nucleare in cambio della rimozione di alcune sanzioni internazionali che gli erano state imposte. Raisi non ha mai confermato ufficialmente la ripresa del programma nucleare, ma si è anche sempre negato a un’ispezione internazionale. Ha, anzi, chiuso molti ponti di dialogo: ha finanziato e addestrato molti gruppi radicali sciiti per riuscire ad aumentare l’influenza nell’area mediorientale e ha intensificato i rapporti commerciali con potenze radicali come Russia e Cina.

Le mani di Raisi erano, insomma, sporche di sangue. Per questo la sua morte è stata festeggiata in molte zone del Paese e sempre per questo si sospetta che dietro il suo incidente ci sia di più, nonostante la mancanza di prove in questo senso.
di: Micaela FERRARO
FOTO: SHUTTERSTOCK