Alle spalle di una delle oasi naturali più grandi del New Hampshire vengono trovati due barili contenenti i corpi di una donna e di tre bambine. Il quadruplo omicidio è ancora un mistero
Il Bear Brook State Park è uno dei parchi naturali più grandi del New Hampshire. La riserva, con i suoi quattromila ettari che si sviluppano nella contea di Merrimack, prende il nome dal fiume che l’attraversa ed è una delle mete turistiche più rinomate della città di Allenstown. Turisti, escursionisti, famiglie con bambini: tutti sono i benvenuti al Bear Brook, perché tra sentieri, laghetti per nuotare e pescare, campi da giochi e stabilimenti balneari, ma anche grazie alla presenza del museo delle motoslitte e degli edifici storici che rimandano al periodo del Civilian Conservation Corps, è davvero difficile annoiarsi. Il Parco è un luogo di festa: nella riserva ci si riconcilia con la natura, si trova rifugio dalla frenesia e dall’inquinamento della città, si stacca dallo stress quotidiano; ma non è sempre stato così. O almeno, non lo è stato per tutti.
Nel 1985 vicino al Bear Brook Park sorgeva il Gardens Mobile Home Park, un parco roulotte con 115 lotti: qui vivevano circa 470 persone, perlopiù transitori ed ex detenuti della vicina prigione di Stato del New Hampshire. Era l’altra faccia della medaglia del parco, quella più buia, dove emergeva il lato più miserabile dell’umanità. Proprio qui, il 10 novembre di quell’anno, un cacciatore si imbatté in un fusto di metallo da 55 galloni, abbandonato nei pressi di un negozio bruciato. Quando, insospettito, ci guardò dentro, fece una macabra scoperta: i corpi di una donna adulta e di una bambina, avvolti nella plastica. Allertate le autorità, si scoprì che le due vittime erano morte a causa di un trauma da corpo contundente: si trattava di una giovane donna di età compresa tra i 23 e i 33 anni e di una bambina tra i cinque e gli 11 anni, che indossava un paio di orecchini e aveva un diastema, lo “spazio” tra i due denti anteriori. La piccola inoltre aveva avuto la polmonite poco prima di essere uccisa. Il capo della polizia di Allenstown di quegli anni si chiamava Norman Connor: non aveva indizi, provò a concentrare le ricerche sul parco roulotte, ma con l’andirivieni dei transitori e la generale diffidenza nei riguardi delle forze dell’ordine, fu come cercare un ago ben sepolto nel pagliaio. Si stabilì che le due donne fossero morte tra il 1977 e il 1985 e per 18 mesi i loro resti rimasero nell’obitorio del New Hampshire Hospital, nella speranza che qualcuno si facesse avanti per l’identificazione. Alla fine, nel maggio del 1987, Connor fu costretto a seppellire i corpi sotto una lapide senza nome: per 13 anni il caso venne accantonato. Nel 2000 un soldato che perquisiva la zona del ritrovamento, nella speranza sempre più fievole di trovare altri indizi, si imbatté in un secondo barile, identico a quelli in cui erano stati trovati i resti delle due vittime sconosciute: all’interno del contenitore di metallo venne rinvenuto un sacchetto di plastica contenente i cadaveri di altre due bambine. L’inaspettata svolta diede nuova linfa al caso: il DNA confermò che la donna che era stata trovata nel 1985 era la madre delle vittime più giovani, almeno di due di loro, mentre per la terza non fu possibile in un primo momento risalire a una parentela biologica. Ciò nonostante la polizia sapeva di avere a che fare con un quadruplo omicidio e, una volta che la nuova scoperta venne resa pubblica dai media, le vittime del Bear Brook passarono alla cronaca come “gli Allenstown Four”. Le indagini si concentrarono a quel punto sul parco roulotte, vicino a dove erano stati scoperti i corpi, e la ricerca si espanse: agli sforzi del National Center for Missing & Exploited Children si unirono quelli dei residenti locali ma dovette arrivare il 2013 perché venissero fatti degli effettivi passi avanti. Il NCMEC, appoggiandosi al Florida Institute of Forensic Anthropology, condusse degli esami che rivelarono che la donna e due delle bambine, la più grande e la più piccola, provenivano dalla stessa area geografica, probabilmente il New Hampshire stesso, mentre la bambina “di mezzo” era cresciuta più a Nord. Vennero realizzati dei profili e ricostruite delle immagini per dare un volto alle vittime ma fu tutto vano, gli omicidi di Bear Brook e le identità degli Allenstown Four rimasero un mistero. Si scoprì solo che tutte e quattro le vittime, secondo quanto riportato dall’assistente procuratore generale Ben Agati, avevano vissuto insieme nell’area del New Hampshire per diversi mesi prima di essere uccise nel periodo compreso tra il 1980 e il 1984.
Nel 2010 ebbe inizio una concatenazione di eventi apparentemente slegati tra loro che avrebbe avuto risvolti completamente inaspettati. In una prigione californiana morì un uomo di nome Robert Evans, meglio conosciuto come “Bob”. Evans stava scontando una pena per omicidio: nel 2002 aveva ucciso la moglie, Eunsoon Jun, e benché fosse stato arrestato e condannato per il delitto gli investigatori non avevano ancora scoperto la sua vera identità. “Robert Evans” era infatti uno pseudonimo. Investigando su questo caso, venne alla luce un legame tra la morte della moglie di Evans e un caso irrisolto del New Hampshire, la scomparsa e il sospetto omicidio di una donna di nome Denise Beaudin. Beaudin era scomparsa nel 1981 e poco prima di sparire stava frequentando proprio Evans. Quando i detective fecero per la prima volta il collegamento tra i due casi, la morte di Jun e la scomparsa di Beaudin, l’incognita della donna trovata nel barile a Bear Brook apparve come la “x” all’interno di una facile equazione. Il DNA di Evans venne analizzato nuovamente e si scoprì che l’uomo era il padre biologico della bambina trovata morta insieme alle due sorelle nei boschi, l’unica che risultava geneticamente “estranea” alle altre. L’interesse per la figura di Evans raggiunge il parossismo: si trattava di un elettricista che, al momento delle uccisioni, lavorava in un mulino locale: i barili usati per nascondere i corpi provenivano probabilmente da lì. Si ipotizzò che la donna trovata morta fosse proprio Denise Beaudin, ma il test del DNA smentì questa possibilità. Nell’agosto del 2017 Evans venne identificato come Terrence Peder Rasmussen, che sarebbe passato alla storia come “il killer camaleonte”, e il 6 giugno 2019 il procuratore del New Hampshire rivelò le identità delle vittime del Bear Brook: si trattava di Marlyse Elizabeth Honeychurch e delle sue figlie biologiche, Marie Elizabeth Vaughn e Sarah Lynn McWaters. Honeychurch usciva con Rasmussen prima di morire: la sua famiglia l’aveva vista l’ultima volta insieme alle bambine il giorno del Ringraziamento del ‘78 ma non l’avevano mai più cercata perché, in quell’occasione, un brutto litigio tra la donna e sua madre – proprio a causa di Rasmussen – aveva portato a una frattura irreparabile nella famiglia.
Secondo la polizia è stato il killer camaleonte a uccidere Honeychurch e le bambine ma la prova definitiva non è mai stata trovata e la morte si è posata come un velo sugli occhi della giustizia. Mentre un altro sole tramonta sulla distesa di Bear Brook l’ombra del camaleonte sfiora la lapide che porta incisi i nomi di una famiglia spezzata, ma proprio come l’animale che gli ha dato il nome, l’assassino sfugge a chi gli dà la caccia mimetizzandosi con un paesaggio che è spettatore eterno e silenzioso di una verità che i più coraggiosi possono intuire ma che non sarà mai raccontata.