PALCO MICROFONO COCNERTO MUSICA

Negli ultimi anni si è ridotto il numero degli album dal vivo pubblicati. Ci sono, però, anche artisti che hanno deciso di dire addio al palco

I live album non sono più comuni come una volta. Sembra un’ovvietà ma ha a che fare con i cambiamenti che hanno interessato l’industria discografica, la fruizione della musica e, quindi, lo streaming. Sono tanti gli artisti che nella loro carriera hanno pubblicato almeno un album dal vivo, cioè la registrazione di un proprio concerto. Fino a venticinque anni fa gli album dal vivo erano considerati una chicca, non solo perché permettevano ai fan di ascoltare versioni rivisitate dei propri brani preferiti, ma anche perché rappresentavano una grande fonte di guadagno, anche per le case discografiche. Spesso, infatti, i live album venivano pubblicati in periodi di inattività o durante le registrazioni di un disco in studio, e assicuravano agli artisti altri introiti. Alcuni album dal vivo hanno venduto di più dei lavori in studio. Addirittura un live album è entrato nella lista dei dischi più venduti di sempre negli Stati Uniti stilata dalla RIAA (Recording Industry Association of America): si tratta di Double Live di del cantante country Garth Brooks, uscito nel 1998, con 21 milioni di copie vendute.

Gli album dal vivo sono sempre stati fondamentali nel jazz, genere musicale basato sull’improvvisazione e la rivisitazione, e per molti anni sono stati centrali anche nel mondo del rock (e lo sono ancora anche se maggiormente di nicchia). Questo genere musicale ha sempre avuto un pubblico di appassionati e appassionate che amano andare ai concerti e per i quali l’esperienza della musica live ha un’importanza sostanziale. Nonostante questo, i live album non sono sempre stati una nicchia nel rock anzi, negli anni Sessanta, quando le band iniziarono ad avere un successo planetario, registrare album dal vivo divenne molto remunerativo. Una tendenza seguita anche negli Ottanta, basti pensare al concerto dei Queen a Wembley del 12 luglio 1986, pubblicato prima su VHS nel 1990 con il titolo Queen Live at Wembley, poi come album con il titolo Live at Wembley ’86 nel 1992. Negli anni successivi ne sono state pubblicate versioni in DVD e con doppio DVD e doppio CD.L’album ha venduto moltissime copie, ottenendo la certificazione di platino, d’oro e di diamante in Francia, anche perchési tratta di uno degli ultimi concerti della formazione originale al completo con Freddie Mercury, che si esibì per l’ultima volta con la band il 9 agosto 1986 a Knebworth.

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Dai bootleg a MTV Unplugged

Tra molti appassionati erano diffusi anche i bootleg, registrazioni audio o video non ufficiali, realizzate in modo amatoriale, distribuite in modo gratuito e quasi sempre senza l’autorizzazione dei detentori dei diritti. Si tratta, quindi, di una violazione del copyright ma negli anni sono stati gli stessi artisti o le stesse case discografiche ad acquistare e distribuire i bootleg pubblicandoli legalmente. Esistono, infatti, anche quelli che vengono chiamati “bootleg ufficiali”, come quelli pubblicati dai Pearl Jam e dai Pink Floyd, ad esempio. Senza contare, poi, che venivano comunque venduti nei negozi di dischi. Il primo bootleg della storia del rock è stato Great White Wonder, registrazioni non ufficiali di Bob Dylan e pubblicato nel 1969 dalla Trademark of Quality (TMQ), etichetta pirata statunitense specializzata in bootleg (ne nacquero tante in quegli anni). La registrazione divenne nota per la sua copertina completamente bianca. Negli anni successivi lo stesso Dylan pubblicò le Bootlegs Series, album contenenti demo, registrazioni dal vivo e sessioni in studio.

Con l’avvento del downloading prima e dello streaming poi, il bootleg ha perso un po’ di appeal rispetto al passato, nonostante esistano bootleg digitali o ci siano dei “leak”, la diffusione di brani o parte di brani prima dell’uscita ufficiale (che da potenziale danno a volte si trasformano in forme di marketing). Di certo lo streaming ha inciso sul minor successo degli album dal vivo perché le piattaforme non privilegiano l’ascolto della musica registrata in studio. Oltretutto, il modo di fruire della musica in seguito alla smaterializzazione ha spinto sempre di più verso l’ascolto di un singolo brano anziché di album per intero.

Apparentemente sembra un controsenso visto che, nell’era dello streaming, la principale fonte di guadagno per gli artisti è rappresentata proprio dai concerti, oltre che da altre attività “collaterali”, ma l’apparente contraddizione è spiegata da quanto scritto in precedenza, ovvero l’indebolirsi del supporto fisico e l’avvento dello streaming.

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Per molto tempo il successo dei live album è stato trainato da MTV Unplugged, trasmissione in onda sulla nota emittente televisiva musicale dal 1989 e dalla quale vengano tratti album dal vivo. Questo il format: i musicisti suonano il loro repertorio in chiave acustica ai Sony Studios di New York. Sono tantissimi gli artisti che si sono esibiti, da Patti Smith ai Pearl Jam, dai R.E.M. (per due volte) a Tori Amos, fino a Lauryn Hill, ai Roxette, a Lenny Kravitz agli Alice in Chains (solo per citarne alcuni). Il concerto più famoso, però, rimane quello dei Nirvana, registrato il 18 novembre 1994, cinque mesi prima della morte del cantante Kurt Cobain. Il live album verrà pubblicato un anno dopo, l’ 1 novembre 1994 con il titolo MTV Unplugged in New York, sette mesi dopo la scomparsa di Cobain: l’album debuttò al primo posto della classifica di Billboard e nel 1996 vinse un Grammy come Miglior interpretazione di musica alternativa, l’unico vinto dalla band fino al Lifetime Achievement Award, il premio alla carriera, ricevuto nel 2023.

MTV Unplugged ha anche una versione italiana. Il primo concerto italiano della serie è stato quello di Giorgia nel 2005, dal quale è stato tratto l’album MTV Unplugged. Nel 2007 la serie è ripresa con il concerto di Alex Britti e l’album Alex Britti MTV Unplugged, poi, nel 2021 hanno fatto seguito le esibizioni dei Negrita, dalla quale è stato tratto l’album MTV Unplugged, e quella di Rkomi, dalla quale è stato tratto l’album Taxi Driver (MTV Unplugged).

La copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, l’ottavo album dei Beatles pubblicato nel 1967 dopo l’addio ai concerti

Artisti che hanno detto addio ai live (e chi ci ha ripensato)

Abbiamo detto che in passato gli album dal vivo erano una prassi commerciale comune e che molti artisti ne hanno registrati. Ci sono, però, anche diversi artisti che hanno deciso di dire addio ai palchi e non esibirsi più dal vivo. Alcuni si ritirano dalle scene dopo lunghi tour di addio, altri, semplicemente decidono di non fare più concerti per i motivi più svariati, da quelli personali a quelli artistici. 

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Dopo anni di tournée, i Beatles si sono esibiti in quello che è stato il loro ultimo concerto ufficiale (davanti a un pubblico pagante) il 29 agosto 1966 allo stadio Candlestick Park, a San Francisco, prima dell’ultima esibizione vera e propria sul tetto della sede della loro casa discografica Apple, al numero 3 di Savile Row, a Londra, il 30 gennaio 1969. La motivazione ufficiale del ritiro fu che le loro canzoni diventarono sempre più complesse da replicare dal vivo. Nel 1967 i Fab Four pubblicano Sgt. Pepper’s Lonley Heart Club Band, album che ha fatto la storia della musica, ma che il quartetto di Liverpool non ha mai portato in tour.

Negli anni Ottanta hanno detto addio ai concerti anche Andy Partridge, cantante e chitarrista degli XTC. Il 18 marzo 1982, durante un concerto a Parigi, Partridge ebbe un attacco di panico. Poco dopo la band britannica partì per un tour negli Stati Uniti, ma vista la frequenza degli attacchi di panico del cantante decisero di non fare più concerti e continuarono a registrare album in studio.

La copertina del singolo Running Up That Hill di Kate Bush – SHUTTERSTOCK/KRAFT74

Nel panorama musicale italiano sono due i casi più noti di addio ai concerti, quelli di Mina e Lucio Battisti. I due cantanti non hanno detto addio solo al palco ma anche alle apparizioni pubbliche e alle interviste. Mina si esibì per l’ultima volta il 23 agosto 1978al teatro tenda Bussoladomani di Lido di Camaiore e proprio da questa storico concerto è stato tratto l’album dal vivo (il terzo per la “Tigre di Cremona”) Mina Live ’78.  Da allora la cantante ha deciso di ritirarsi a vita privata pur continuando l’attività in studio, che l’ha portata a duettare con tanti altri artisti della musica italiana, da Adriano Celentano a Manuel Agnelli e gli Afterhours fino a Blanco.

Durante la sua carriera Lucio Battisti è partito per soli due tour, nel 1969 e nel 1970. Da allora le sue apparizioni pubbliche si ridussero sempre di più fino a cessare del tutto. Nel 1980 il cantante si esibì per l’ultima volta durante una trasmissione della televisione svizzera in lingua tedesca cantando in playback Amore mio di provincia tratta dall’ultimo disco con Mogol Una giornata uggiosa, pubblicato nello stesso anno.Da allora si dedicòalla musica sperimentale e iniziò la collaborazione con il paroliere e poeta Pasquale Panella durante quello che viene chiamato “periodo bianco”, che durò fino al 1994. Battisti morì quattro anni dopo, il 9 settembre 1998.

Ci sono, però, anche artisti che sono tornati a calcare il palco dopo anni di lontananza. È il caso di Kate Bush, che dopo aver detto addio alle scene nel 1979 tornò nel 2014 per una serie di concerti (tutti sold out) all’Hammersmith Apollo (in precedenza chiamato Hammersmith Odeon) di Londra. Durante i 35 anni di assenza sono state fatte diversi ipotesi sul perché la cantautrice avesse deciso di non calcare più il palco, ma sono state tutte annullate dai suoi show del 2014. È anche vero che prima del ritiro la cantautrice aveva fatto pochi concerti. Per 12 anni, dal 1993 al 2005, l’artista si era presa una pausa anche dall’attività discografica, interrotta dalla pubblicazione dell’album Aerial nel 2005. L’ultimo lavoro in studio, 50 Swords for Snow, risale al 2011, in cui è presenta un duetto con Elton John nel brano Snowed in at Wheeler Street. . Kate Bush è ritornata nelle classifiche mondiali nel 2022 quando il suo celebre brano Running Up That Hill del 1985 è stato utilizzato nella colonna sonora della serie tv Stranger Things.

di: Francesca LASI

FOTO: SHUTTERSTOCK/ANDREY ARMYAGOV