È morto a 88 anni a Tirana lo scrittore albanese Ismail Kadare, il poeta che ha denunciato la repressione della dittatura filosovietica di Hoxha ed è stato costretto all’esilio in Francia
Il caos ha molte forme e quando si scatena una tempesta è difficile, una volta passata, fare la conta dei danni. Soprattutto quando l’occhio, per sua natura volubile, si concentra sul disastro che percepisce più vicino, più pericoloso, più drammatico. È per questo probabilmente che nel 1945, mentre il resto d’Europa – e del Mondo – usciva dalla Seconda Guerra Mondiale per entrare in un periodo di ricostruzione, ricrescita e benessere, un velo oscuro calava non visto sull’Albania, tagliandola lentamente fuori dal mondo occidentale e intrappolandola in un “loop” temporale che sarebbe durato per più di 40 anni.
Forse non ce ne saremmo nemmeno mai accorti – non a livello di opinione pubblica – se l’8 agosto del 1991 la nave Vlora, battente bandiera albanese, non fosse approdata al porto di Bari con a bordo oltre 20mila albanesi in fuga da un Paese distrutto tanto socialmente – dilaniato dal conflitto tra centri urbani e campagne, tra nord e sud – quanto economicamente.
Non è che non ci fossero stati testimoni di quanto stava avvenendo in Albania, semplicemente erano stati perlopiù inascoltati per moltissimi anni. Uno di questi, forse il più importante con il senno di poi, era lo scrittore e poeta albanese Ismail Kadare, morto il 1 luglio di quest’anno a 88 anni.

La dittatura in Albania
Facciamo un passo indietro. Negli anni ’40 del ‘900 l’Italia di Mussolini protese le sue braccia avide verso l’Albania in un tentativo di colonizzazione che portò a un’invasione brutale. Nacque in risposta il Movimento di Liberazione Nazionale guidato dal partito Comunista di Enver Hoxha, che nell’inverno del 1944 sconfisse le armate tedesche e le sue metastasi fasciste e naziste italiane e divenne – nella data del 28 novembre, celebrata ancora oggi come anniversario dell’indipendenza nazionale – il primo Governo democratico.
Il leader del partito, il già citato Hoxha, si era fatto strada affermando con una certa fermezza la sua ideologia stalinista. Era un uomo forte, nato a Gjirokastro: aveva studiato all’estero, aveva soggiornato a lungo in Russia, aveva imparato il modello politico sovietico e lo aveva interiorizzato; si pose come una guida, qualcuno in grado di salire su quel malandato carro che era il Paese reduce dall’invasione e prendere delle decisioni, necessarie per ripartire. Se anche qualcuno scorse un pericolo, nella sua rapida salita al potere, non lo disse o non venne ascoltato.

Una volta consolidato il suo potere, Hoxha mise in campo delle riforme che portarono alla costituzione di un sistema sociale di tipo stalinista: venne abolita la proprietà privata, vennero nazionalizzate le industrie, venne messa in atto una riforma agraria e vennero rivoluzionati i settori di istruzione e sanità. L’obiettivo era un Paese “nuovo, socialista e indipendente” ma per perseguirlo vennero messi in campo strumenti di repressione forzata man mano sempre più violenti. Hoxha vietò il culto religioso, qualunque culto, qualunque credo: possedere libri o oggetti religiosi, chiamare i propri figli con un nome religioso era un reato. Vennero confiscate chiese, cattedrali, moschee, sinagoghe: alcune vennero trasformate in musei e uffici, altre vennero fatte abbattere. Hoxha voleva arrivare a dichiarare l’Albania “il primo Paese completamente ateo” del mondo. Le feste religiose vennero soppresse e sostituite da festività nazionali, le persone vennero costrette a iscriversi al partito comunista e a tesserne le lodi; gli insegnanti vennero obbligati a fare propaganda nelle scuole e qualsivoglia forma di comunicazione passò nelle mani del regime, che la manipolò; arte, musica, spettacolo, finanche la letteratura, tutto divenne uno strumento di propaganda utilizzato per mostrare un Paese ricco e forte e mettere in cattiva luce l’Occidente, che presto cominciò a essere identificato come “il nemico numero uno”.
In verità il popolo albanese era povero, spaventato e malnutrito. Non per questo mancava di spirito d’iniziativa: essendo l’Italia tanto vicina, i cittadini scoprirono che riuscivano a prendere le emittenti televisive del nostro Paese, i canali Rai e poi Mediaset; impararono l’italiano così, guardando i programmi televisivi che riuscivano a bypassare i limiti del regime, e questo fu fondamentale quando la situazione nel Paese implose. L’Italia, vista come un “Eden” a portata di mano, divenne meta di migranti che credevano di poter trovare qui “l’America” degli anni d’oro. Ovviamente sappiamo quanto sbagliarono calcoli, ma questa è una parte di storia – seppur altrettanto drammatica – che cominciò diversi anni dopo la morte di Hoxha.
Tornando al regime, la dittatura di Hoxha impose la “rieducazione forzata e la riabilitazione” dei cittadini che disobbedivano alle leggi: prigionieri politici e ordinari venivano rinchiusi in carceri e in campi di lavoro e scontavano le loro pene eseguendo lavori per il “miglioramento e la costruzione di opere pubbliche”, quando non impegnati nell’estrazione di minerali o nel lavoro forzato sui campi agricoli. Le morti per maltrattamento, tortura e denutrizione furono difficili da conteggiare. Nel 2016 l’Istituto di studi sul crimine e le conseguenze del comunismo ci provò: si ritiene che i prigionieri politici in Albania fossero tra i 30 e i 34 mila, 26.700 uomini e oltre 7mila donne. Di questi, 5.577 uomini e 450 donne furono condannati a morte e uccisi. I corpi non sono mai stati restituiti alle famiglie. Devastanti anche i numeri di chi non poteva essere mandato ai lavori forzati per mancanza di prove e allora – sospettato comunque di essere una minaccia – venne internato in questi centri che erano veri e propri ghetti, villaggi da cui non si poteva andarsene. Per far perdere agli internati il contatto con amici e famiglia, i residenti del nord venivano internati al sud e viceversa.
La mano armata del potere di Hoxha era il Sigurimi, una sorta di intelligence preposta all’individuazione e all’eliminazione dei “nemici” del regime. Erano le SS albanesi, senza girarci troppo intorno: i ranghi erano formati perlopiù da volontari e da funzionari reclutati con l’uso di forza e minacce a familiari e parenti. A partire dagli anni ’80 il Sigurimi si occupò anche di controllare – come una sorta di Grande Fratello – che tutti i cittadini rispettassero l’isolamento completo in cui era stata chiusa l’Albania, per allontanare qualunque minaccia o fiammella di propaganda anti regime. Il meccanismo di controllo era basato sulle tecniche dell’Unione Sovietica e della Germania dell’Est. Erano state nascoste ovunque microspie, microfoni, fotocamere e nessuno poteva più fidarsi di nessun altro. Gli stranieri erano considerati subito sospetti e sottoposti a misure di controllo. Il regime imponeva tutto, persino il taglio di capelli e basette e lo stile nel vestiario, anche per i turisti: basti pensare che alle frontiere c’era sempre un barbiere e un negozio di abbigliamento.
In questo periodo oscuro, l’unico Stato straniero considerato “amico” dall’Albania era la Cina di Mao Tse-tung. I due Paesi erano vicini per ideali e obiettivi e l’Albania aveva un gran bisogno di un alleato potente, soprattutto perché nonostante ciò che Hoxha raccontava, il Paese era in crisi, debole, solo. Negli ultimi anni, il dittatore divenne per questo sempre più paranoico: a partire dagli anni ’50 aveva dato il via a una spettacolare quanto terribile bunkerizzazione del territorio. Si aspettava da un momento all’altro un’invasione straniera: ci sono più di 170mila bunker lungo la costa, sulle montagne e nelle città albanesi. Alcuni sono visitabili ancora oggi.
Se ribellione ci fu, non arrivò mai a scomodare Hoxha dal suo trono. Morì l’11 aprile del 1985 di malattia: aveva il diabete dal 1948 e fu colpito da una ischemia cerebrale. Il popolo – perlopiù costretto – si inchinò di fronte alla statua di Stalin per commemorare la morte della “gloriosa guida” del partito e del Paese.
Da quel momento la crepa, che si era formata silente nell’arco di quarant’anni, cominciò ad allungarsi e ad espandersi e presto divenne uno spiraglio di luce sempre più ardente, sempre più forte, pronta a esplodere: l’Albania fu travolta, insieme all’interno blocco sovietico, dalla caduta del muro di Berlino e quel terremoto mise finalmente fine a un regime che aveva provocato decine di migliaia di morti.

Il ruolo di Kadare
Ismail Kadare era stato impegnato politicamente in Albania dal 1970 al 1982: era membro dell’Assemblea del Popolo e successivamente era divenuto vicepresidente del Fronte democratico del Paese. Si fece alfiere della tolleranza religiosa ma la sua fu una dissidenza a tratti moderata, non ha mai rifiutato manifestamente i limiti teorici e letterari imposti dal realismo socialista.
Esordì come poeta giovanissimo, aveva appena 20 anni, ma divenne celebre in tutto il mondo con il suo primo romanzo, Il generale dell’armata morta, che venne pubblicato in Albania nel 1963 e arrivò in Italia nel 1982 grazie a Longanesi. Il romanzo è ambientato 20 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e racconta la storia di un generale e un cappellano dell’esercito italiano che vengono incaricati di trovare i resti dei soldati italiani caduti in Albania. Nel 1983, Il generale dell’armata morta divenne un film di Luciano Tovoli con Marcello Mastroianni e Michel Piccoli.
Kadare ha usato la letteratura per cercare di arginare la censura del Paese: ha rielaborato storie e leggende dell’Albania e usato allegorie politiche per criticare il regime in vigore nello Stato. Diverse sue opere, tra cui Concerto alla fine dell’inverno, Il mostro e Il palazzo dei sogni, sono state bandite dal Governo albanese.

Parola all’esperta
Per approfondire la figura di Kadare e comprendere meglio il suo ruolo nelle dinamiche politiche albanesi, Il Mondo ha intervistato la professoressa Giuseppina Turano, docente di Lingua e letteratura albanese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
È morto Ismail Kadare, che ha testimoniato forse più di chiunque altro il regime di Hoxha. Cosa ci rimane oggi della sua eredità?
«Kadare può essere considerato, a ragione, il più fecondo e innovativo romanziere contemporaneo d’Albania. Oserei dire il rappresentante mondiale della cultura del suo paese. È stato interprete di uno dei momenti più complessi e tragici della società albanese: quella segnata dalla dittatura e dall’autoritarismo di Enver Hoxha. Ma, pur vivendo in un continuo stato di assedio, con la potenza della sua scrittura ha cercato di aggirare la censura del regime comunista, ricorrendo spesso a vicende ambientate nel passato che sono chiaramente metafora del presente. A ben guardare, ogni suo romanzo si presta ad una lettura allegorica che rinvia inevitabilmente all’attualità. Esplorando il passato, Kadare ha disvelato il presente, intrecciando contemporaneità e storicità. Con la sua eccezionale forza creativa ha rievocato nei suoi romanzi motivi ancestrali. I miti e le leggende della tradizione culturale albanese hanno trovato nelle sue opere una loro
indiscussa realtà e attualità. Kadare rappresenta una nazione per doti letterarie e fama che va oltre i confini della patria. Spirito europeo e identità albanese. Dell’Albania è stato cantore non solo nelle opere poetiche
ma in tutta la sua vasta produzione narrativa. Di lui resta la sua straordinaria opera che trascende i confini della patria, che è espressione di una cultura secolare sviluppatasi in uno spazio, quello balcanico, caratterizzato da una commistione di culture diverse (latina, slava, greca, ottomana). Restano le sue poesie, i suoi romanzi, i suoi saggi che hanno un legame molto stretto e profondo con le radici culturali albanesi».
Parliamo del suo romanzo più celebre, “Il generale dell’armata morta”: possiamo considerarlo la fotografia più attendibile di un pezzo di storia a cui tendenzialmente si pensa poco?
«Beh! Il romanzo rappresenta in un certo senso la memoria storica della seconda guerra mondiale.
È il viaggio tormentato di un generale ed un cappellano dell’esercito italiano alle prese con un compito gravoso: recuperare e riportare in patria i resti dei soldati italiani caduti in Albania durante la seconda guerra mondiale. In realtà, ciò che interessa al generale non è tanto la verità storica, quanto il recupero della ‘totalità’ delle spoglie dei suoi compatrioti, giacché nessuno di loro deve essere abbandonato in quella terra straniera. È un viaggio grottesco, attraverso un’Albania cupa e brumosa, contrassegnato da incidenti che a volte sfiorano il tragicomico: ossa sotterrate in un campo di calcio, elenchi incompleti, inversione dei ruoli invasore-occupante giacché un soldato italiano diserta per fare il ‘servo’ presso un mugnaio albanese. Più che un romanzo storico, direi che è un romanzo che ha avuto il merito di strappare la letteratura albanese dal letargo tematico e stilistico del tempo e questo gli ha garantito il grande e immediato successo dentro e fuori dell’Albania».
Kadare è stato più volte candidato al premio Nobel per la Letteratura: perché non ha mai vinto, secondo Lei?
«Kadare è un fenomeno culturale complesso, sempre in bilico tra l’esaltazione e le polemiche dei lettori e della critica letteraria albanese. È stato autore di opere che hanno aperto dibattiti e scatenato reazioni perché alla polemica letteraria ha fatto sempre seguito quella ideologica. Kadare non ha mai rifiutato manifestamente i limiti teorici e letterari imposti dal realismo socialista (era comunque difficile farlo in un regime totalitario!): alcune sue opere in prosa e poesia mostrano la loro chiara appartenenza al realismo socialista. La sua è stata una dissidenza mitigata. L’autore non ha mai risolto il dilemma dei suoi rapporti col regime, e nella sua opera non è facile cogliere la coerenza politica e morale dell’uomo, mentre l’originalità artistica è un fatto innegabile e resta al di sopra di ogni sospetto».
L’Albania di Enver Hoxha è, ancora oggi, poco conosciuta e questo è anche il motivo per cui il lavoro di Kadare è stato così importante. Può farcene un ritratto?
«Al potere dal 1941, quando ha preso la guida del Partito Comunista Albanese, Enver Hoxha vi è rimasto fino al 1985, anno della sua morte. È stato un dittatore che, per più di 40 anni, ha deciso il destino di tre milioni di albanesi e condannato il paese all’isolamento. Attraverso la polizia segreta (Sigurimi), il dittatore aveva costruito in Albania un serrato sistema di controllo di massa senza uguali nella storia. Enver Hoxha non tollerava il dissenso: ogni forma di dissidenza veniva punita col carcere o l’internamento nei campi di ‘rieducazione’. Negli anni del totalitarismo comunista furono incarcerati e fucilati poeti, scrittori, artisti e intellettuali la cui opera non si allineava ai canoni del realismo socialista, imposto come manifesto dell’arte di partito. Altri furono ridotti al silenzio o mandati nei campi di rieducazione. Altri ancora furono costretti
all’esilio. Enver Hoxha ha represso con la forza la libertà di pensiero e di parola sottoponendo la stampa e tutti gli organi di informazione ad una severa censura. Le scelte del dittatore in politica estera portarono il paese all’isolamento totale: vennero chiusi i confini agli stranieri e si impedì agli albanesi di lasciare il Paese senza l’autorizzazione dello Stato. In economia, ha imposto una statalizzazione forzata abolendo la proprietà privata, nazionalizzando le industrie, espropriando le terre. In campo religioso, il dittatore ha condotto una lotta costante contro ogni credo presente sul territorio (cattolicesimo, ortodossia e islam). I religiosi hanno subìto processi, esecuzioni sommarie, torture e decessi in carcere, o sono morti in seguito alla prigionia e ai lavori forzati. Moschee, chiese e monasteri vennero distrutti. I pochi edifici di culto che non subirono tale sorte, furono riconvertiti in centri giovanili, sportivi, scuole, presidi medici, luoghi di riunione, sale di teatro, magazzini per le provviste. Nel 1967 l’Albania fu dichiarata il primo stato totalmente ateo nel mondo. Nella Costituzione del 1976 furono introdotti i reati religiosi e le relative pene. Nel Codice Penale del 1977 venne bandita la propaganda religiosa. Un decreto del 1976 ordinava il cambiamento dei nomi di origine biblica o coranica. Il tragico squilibrio sociale dell’Albania è nel contesto di tutte le opere di Kadare, che ha saputo cogliere le inquietudini, le lacerazioni, le contraddizioni della sua terra; ha monumentalizzato la storia del suo paese e con la sua eccezionale forza creativa, con le sue allusioni dirette o indirette, la suggestività, il simbolismo, l’invenzione narrativa ha annunciato il rifiuto di quel totalitarismo che deforma continuamente la realtà e la storia».
Cosa è successo dopo la vittoria dei Democratici nel ’92 e com’è la situazione adesso? Cosa rimane di quel periodo nella cultura albanese e nei rapporti intessuto a livello internazionale con l’Occidente, che prima era considerato “nemico numero uno”?
«Nel 1992, con la vittoria elettorale del Partito Democratico Albanese, Ramiz Alia (successore di Hoxha) è costretto a dare le dimissioni. Sali Berisha sarà il Presidente dell’Albania dal 1992 al 1997, anno in cui il suo governo cadrà in seguito al crollo delle piramidi finanziarie, imprese che promettevano tassi di interesse molto vantaggiosi, attirando numerosi investitori. Queste però fallirono tra gennaio e febbraio del 1997 e gli albanesi che avevano investito i loro risparmi persero tutto. Essendo imprese gestite da privati, il governo si rifiutò di risarcire i cittadini truffati e questi, in risposta all’indifferenza del governo, scesero in piazza a manifestare. Le proteste dei cittadini, dapprima pacifiche e democratiche, divennero violente di fronte alla linea politica repressiva del governo. Ai primi di marzo, cominciarono gli scontri tra la popolazione e la polizia. Migliaia di soldati e poliziotti disertarono. Vennero assaltati, saccheggiati e svuotati i depositi di armi; distrutti gli edifici governativi, i locali della polizia. In quella situazione di anarchia, con le città presidiate da bande armate, il presidente Sali Berisha fu costretto a dichiarare lo stato di emergenza. Alla fine dell’anno si svolsero le elezioni e vinse il partito socialista. Oggi, quella libertà tanto sognata non sembra ancora del tutto appagata. Negli ultimi 30 anni il boom economico si è manifestato con una urbanizzazione violenta, col passaggio da un’economia agricola a un’economia di mercato, con le privatizzazioni incontrollate, con la produzione e il traffico di stupefacenti, con il riciclaggio di denaro e con una migrazione massiccia dai villaggi di montagna verso le città e verso l’estero. Cosa rimane del passato? Non mancano le tracce. L’Albania è un incrocio di passato, presente e futuro. Su città come Scutari, Argirocastro, Berat, Croia svettano le antiche fortezze bizantine o medievali e le vecchie case in legno si alternano a quelle in pietra, e alle case-fortezza di Argirocastro. Il regime comunista ha lasciato in eredità palazzine fatiscenti con il cemento grigio a vista e complessi industriali dismessi. Minareti di fronte a chiese cattoliche e ortodosse ricordano l’anima multiculturale dell’Albania. E c’è quel forte senso di identità che Pashko Vasa, alla metà dell’Ottocento, aveva condensato nella parola ‘albanesità’, e poi c’è ancora il Kanun, sulle montagne del Nord, e il canto polifonico al Sud, i costumi tipici, i balli, le tradizioni. Quanto al rapporto con l’Occidente, bisogna chiarire che solo per il dittatore, che viveva nella sindrome dell’assedio geopolitico, l’Occidente rappresentava una minaccia col suo modello capitalista. La propaganda politica non ha in nessun modo soffocato lo slancio dell’Albania verso l’Europa e soprattutto verso l’Italia che gli albanesi vedevano di nascosto in TV. È bene ricordare che il rapporto tra italiani e albanesi non inizia con le navi Legend e Vlora degli anni ’90. L’Albania fin dall’antichità ha intrattenuto relazioni e intrecciato legami con l’Europa medievale. C’è una emigrazione albanese verso l’Italia già in pieno 400, ai tempi della dominazione ottomana; c’è l’Albania protettorato dell’Italia dopo la caduta di re Zog nel 39. E benché gli italiani fossero arrivati con le armi in mano, gli albanesi hanno accolto e protetto nelle loro case i soldati disertori; ci sono i soldati italiani rimasti in Albania a fare i partigiani, nel battaglione Gramsci; ci sono i prigionieri politici albanesi nel carcere di Ventotene perché oppositori del fascismo. Tutto il resto è storia di oggi».
di: Micaela FERRARO
FOTO: ANSA
In copertina: manifestanti distruggono la statua di Stalin dopo la caduta del muro di Berlino