Confagricoltura, il presidente Giansanti: “in neanche 10 anni abbiamo più che raddoppiato l’export e a breve diventeremo il terzo Paese in Europa dopo Olanda e Germania”
I numeri del nostro agroalimentare sono in costante crescita, segno evidente dell’importanza del settore come forza trainante dell’intera economia italiana. Ma le sfide attuali sono molteplici, tra inflazione, contesto geopolitico incerto e cambiamenti climatici. Abbiamo fatto il punto con il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti.
Quante sono ad oggi le imprese agricole in Italia e qual è l’incidenza dei giovani nel comparto?
«In generale oggi abbiamo 800 mila percettori di domanda PAC (Politica Agricola Comune) ma solo una parte di loro sono professionali. Quindi attualmente il numero di aziende agricole vocate al mercato sono all’incirca 120 mila. Un terzo sono quelle a conduzione familiare ma il numero sta aumentando. Normalmente i giovani che lavorano in questo settore prendono il posto del padre o del nonno nella gestione aziendale, si parla di ricambio generazionale e in questo caso il numero risulta stabile negli anni e nelle epoche. Ci sono anche giovani che si avvicinano all’agricoltura per nuove attività ma qui il numero tende a variare molto a seconda dei casi. Prendendo in considerazione gli under 40, sono diminuiti da circa 180 mila unità a 104 mila unità in pochi anni. È anche vero però che le aziende agricole condotte da giovani sono tendenzialmente più grandi rispetto alla media gestita dagli over 40, vantano una redditività superiore del 30% ma soprattutto sono quelle che guardano ai grandi temi della sostenibilità con più attenzione».
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Quali sono i numeri dell’agricoltura in Italia ma anche all’estero?
«In Italia vantiamo un modello agricolo che anno dopo anno sta crescendo in maniera significativa, dando certezze e strategicità al Paese. Abbiamo conosciuto, ahimè, il Covid, stiamo sentendo gli effetti delle guerre ma non è mai mancato il prodotto nazionale sulle tavole degli italiani. Ciò è frutto del duro lavoro di tanti anni da parte degli agricoltori che, nonostante i fattori esogeni, continuano a resistere. Restiamo il primo comparto dell’economia del Paese, perché dal campo alla tavola il settore agroindustriale rappresenta circa 570 miliardi in termini di contributo al PIL. Dal punto di vista dell’export, il 10% si deve al nostro settore. Oggi siamo arrivati a 64 miliardi, un numero in costante crescita se pensiamo che nel 2015 eravamo a 27 miliardi, quindi in neanche 10 anni abbiamo più che raddoppiato l’export con una dinamica di crescita che da qui a pochissimo tempo ci vedrà diventare il terzo Paese esportatore a livello europeo dopo Olanda e Germania. Ciò da una parte vuol dire che c’è una predisposizione sempre maggiore a livello globale a conoscere il Made in Italy, dall’altra però ci deve anche porre di fronte alla sfida di produrre di più. Con questo obiettivo, come Confagricoltura, stiamo sviluppando un progetto sindacale, insieme a tutta l’industria alimentare, per promuovere, tutelare e preservare i grandi valori della dieta mediterranea, costruendo al contempo modelli vincenti all’interno delle filiere per avere più capacità produttiva, più competitività, maggiore possibilità di distribuire reddito lungo la catena del valore. Questa iniziativa, avviata con Unione Italiana Food, si chiama “Mediterranea”».

Tutte ottime notizie ma sappiamo che le incognite attuali sono impattanti. Quanto l’inflazione e le tensioni geopolitiche stanno influenzando i consumi alimentari degli italiani?
«Sono due fattori estremamente correlati perché le tensioni sui mercati internazionali per le guerre in corso hanno acceso una forte speculazione sui beni primari. È evidente che oggi il cibo viene inteso non solo come elemento alla base della dieta di tutti noi, ma è anche motivo di scontri e conflitti. Certamente la disponibilità o meno di determinati prodotti può avere un impatto significativo nella geopolitica. Basti pensare alla Russia che da qui ai prossimi raccolti diventerà il principale esportatore di grano a livello mondiale o al fatto che la Cina al momento detiene la metà delle scorte delle principali derrate agricole. I mercati risentono di queste situazioni, i valori dei prezzi delle materie prime sono estremamente volatili con ricadute pesantissime sull’inflazione alimentare e generale. Molte famiglie risparmiano anche sul carrello della spesa, reindirizzando le loro politiche di scelta su prodotti più convenienti».
Un altro problema è legato ai cambiamenti climatici. A quanto ammonta la conta dei danni nell’agricoltura?
«Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto danni per oltre 6 miliardi di euro per eventi catastrofali o comunque eccezionali. Le cose purtroppo peggioreranno nel prossimo futuro, almeno secondo i modelli previsionali delle più importanti università. Si tratta di un tema delicato che va affrontato seriamente, con l’ausilio della scienza e della tecnologia, continuando a tutelare le nostre risorse naturali».
Veniamo ora all’attualità. Il Governo ha varato il Decreto Agricoltura con fondi aggiuntivi per sostenere le imprese agricole. Come giudica questo intervento e, soprattutto, secondo lei serve di più?
«Sicuramente serve di più ma finché a livello europeo non troviamo un sistema di norme che garantisca a tutti i Paesi di poter intervenire con gli stessi strumenti di aiuti di Stato, non supereremo mai le reali criticità del settore. È evidente che il debito pubblico italiano limita molto la capacità di spesa del nostro Governo, di questo ne siamo consapevoli, e quindi è fondamentale trovare un nuovo patto di stabilità, altrimenti andremo a costruire modelli europei in cui alcuni Stati membri riescono ad aiutare i settori in crisi ed altri no, in quanto impegnati nei piani di rientro. Detto questo, secondo me quello che si poteva fare è stato fatto. Apprezziamo soprattutto gli strumenti che possono dare liquidità alle imprese appesantite, non solo dall’inflazione, ma anche dagli alti tassi di interesse».


Il Consiglio europeo ha approvato le misure di riforma per la PAC. Presidente, una battuta su questo.
«Il minimo sindacale è stato portato a casa rispetto alle tante proteste e richieste degli scorsi mesi. Il tema della semplificazione è senz’altro importante, ma è fondamentale non fermarsi, andare avanti con l’obiettivo di una profonda revisione della Politica Agricola Comune che sia votata al mercato. I nostri imprenditori vogliono essere messi nelle condizioni di produrre, garantendo standard sempre più alti, ma per far questo abbiamo bisogno di una diversa assegnazione di risorse economiche perché per troppi anni la PAC è stata snaturata dalla sua funzione originale, ovvero economica, diventando invece sociale. Noi vogliamo che torni ad essere una politica economica per combattere l’importazione selvaggia di prodotti extra europei che non rispettano gli standard garantiti dai nostri agricoltori».
Per Giansanti fare di più vuol dire rafforzare il ruolo dell’UE nel mercato globale e lavorare ad una profonda revisione della PAC per incrementare la produttività, la competitività e la stabilità dei redditi degli agricoltori.