«Vediamo il sangue scorrere e non chiudiamo occhio. Democrazia? La dittatura di Maduro uccide». La giornalista venezuelana Marinellys Tremamunno ci spiega cosa sta succedendo nel Paese
Uno spontaneo cacerolazo dai balconi, come un’orchestra di campane che suonano a morto, annuncia il presagio. Poi, in poche ore le piazze si riempiono, spontanee, di bandiere e cittadini delusi, stanchi, arrabbiati. Così Caracas affronta la resa dei conti con Nicolás Maduro, quella definitiva dopo le ennesime contestatissime elezioni in Venezuela. Ancora una volta, hanno vinto tutti e il Paese si ritrova con due presidenti: il primo rivendica una legittima elezione, il secondo preferisce la scorciatoia e si autoproclama direttamente.
[In copertina, una statua di Chavez decapitata dalle proteste dopo l’annuncio della vittoria di Maduro]
Nonostante l’appello dell’opposizione ad una transizione pacifica, il popolo non tollererà più nessuna ambiguità, a costo della vita, quella che hanno già perso 17 manifestanti, senza contare la vita (e le proprietà!) rubata agli 8 milioni di venezuelani in esilio nel mondo. È così che anche le statue di Hugo Chávez vengono giù, almeno 7 in pochi giorni, abbattute a martellate, una per ognuno dei 25 anni in cui il Partito Socialista Unito del Venezuela ha governato. Cannoni ad acqua, lacrimogeni e proiettili di gomma non bastano più, e annunciare un risultato ufficiale quando il 20% dei voti devono ancora essere scrutinati è troppo persino per una “democratura” come quella madurista.

Qui il riassunto dei precedenti: Elezioni in Venezuela
«Il fascismo non passerà nella terra di Bolívar e Chávez» rivendica Maduro che, come il più istruito dei dittatori, scandisce incessantemente la propaganda socialista, rilancia il conflitto ideologico, si ritaglia un ruolo di “guida” della resistenza e della rivoluzione. Nonostante il potere illimitato di cui dispone da 13 anni, più di quanti non sia riuscito a governare lo stesso Chávez. L’affluenza alle urne di queste elezioni però, che tocca il tasso record del 60%, è indicatore chiarissimo di due cose: la prima è che lo status quo non piace agli elettori. Un dato che sarebbe stato ancora più alto se tutte le persone in esilio (8 milioni su una popolazione di 28, più di un terzo) avessero potuto votare. Il regime, però, non ha consentito le procedure di registrazione per il voto all’estero. Secondo Machado, è stato impedito di votare ad almeno cinque milioni di venezuelani all’estero. Fra questi è compresa anche Tremamunno. La seconda, più straordinaria della precedente, è che a differenza di quanto accaduto negli anni scorsi il popolo venezuelano ci crede: un cambiamento è possibile, finalmente democratico, tanto lampante da non poter essere negato. O sì?
Chi è González, il presidente dell’opposizione
Abbiamo fatto una chiacchierata con la giornalista venezuelana Marinellys Tremamunno per capire meglio cosa succede in queste ultime concitatissime ore. Prima, un piccolo ritratto di quello che, secondo una buona fetta del Paese e del mondo, sarà il nuovo presidente del Venezuela. A patto che il precedente sia d’accordo.

La genesi della candidatura di Edmundo González Urrutia è stata tutto meno che convenzionale. Umile nei modi, sommesso nei toni, pacato nel sorriso, González è quanto di più diverso ci si possa aspettare da un candidato incaricato di sconfiggere uno dei leader populisti più popolare di sempre. E in effetti, Maduro non risparmia colpi bassi alla coalizione Piattaforma Unitaria Democratica (PUD) che riunisce sotto uno stesso tetto un ampissimo fronte dell’opposizione, dal centrodestra al centrosinistra. La candidata di punta del Partito era in origine María Corina Machado, vincitrice delle primarie del 22 ottobre 2023 con oltre il 90% dei voti ma poi interdetta dai pubblici uffici per 15 anni da un Tribunale vicino al presidente. Al suo posto viene scelta Corina Yoris. Anche lei viene fatta fuori, in questo caso con un intervento del Comitato Elettorale Nazionale (CNE) che non spreca nemmeno tempo a giustificare l’estromissione.

È così che si ricade su González: ambasciatore in pensione (fu ambasciatore in Argentina anche durante il Governo di Chavez, che difese persino dal tentato colpo di Stato del 2022), ricercatore e accademico, il 75enne non usa il solito copione da populista e rifiuta il sensazionalismo fine a se stesso, il che in alcuni frangenti lo porta ad essere persino poco chiaro. Meglio lasciare una questione aperta al dibattito, piuttosto che promettere asini volanti. Su una cosa però è molto chiaro: i migliaia di prigionieri politici arrestati da Maduro, moltissimi dei quali hanno subito e subiscono torture e gravi offese ai diritti umani, saranno scarcerati. Una boccata di libertà che non vuole reclutare nuove forze per un nuovo fronte dominante, ma punta piuttosto, da negoziatore conciliante qual è, a “porre fine alle diatribe affinché gli avversari politici vengano visti come concorrenti e non come nemici”.
Dopotutto, «González non è mai stato un leader dell’opposizione né un dirigente politico, tantomeno un attivista. Ed è proprio per questo che ha “passato” il test dell’iscrizione al registro delle candidature, perché il suo nome non era visibile a livello pubblico. L’opposizione ha dovuto cercare un candidato che non fosse già nel mirino del regime, in modo che il sistema informatico preposto a raccogliere le candidature accettasse la sua. Hanno accettato il suo nome e così è stato candidato. È comunque un personaggio competente e diplomatico, e nonostante le dinamiche della sua nomina è emerso come una figura ideale per un governo di transizione, in una elezione che sapevamo già non essere democratica» ci spiega Tremamunno.
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Tremamunno denuncia: “regime criminale”
Il Governo non ha ancora pubblicato risultati elettorali dettagliati, mentre l’opposizione sostiene di aver visionato più dell’80% delle ricevute del voto elettronico, rilevando una vittoria con oltre il 70% dei voti. Come è possibile questa impasse in una democrazia? «La risposta è che quello venezuelano è un regime di criminali, e non una democrazia come molti Paesi occidentali credono. Per legge, il CNE aveva 48 ore di tempo per pubblicare il 100% degli scrutini. Eppure dopo nemmeno 6 ore avevano già annunciato i risultati, in evidente disaccordo con gli ultimi sondaggi indipendenti e anche con quanto si era già annusato dalle strade del Paese – ci racconta Tremamunno. – Domenica è stata una vera e propria festa democratica per noi, la gente si è recata alle urne con molte speranze di poter mandare a casa Maduro».

Il sistema elettorale venezuelano è elettronico: per votare gli elettori utilizzano le macchinette, le quali poi con la chiusura dei seggi emettono dei report molto precisi, con il totale di voti registrati. Questi report vengono stampati e consegnati in più copie a tutti i Partiti, che hanno così potuto visionare quanto i risultati annunciati dal Comitato non corrispondessero a quelli reali.
Qui l’opposizione reso consultabili i risultati delle elezioni in Venezuela pubblicando i dati ricevuti dalle macchine elettorali.
Il martirio di Machado
Il candidato González è stato scelto dopo una burrascosa serie di ostacoli imposti dal regime. Sembra però che per Maduro il nemico numero uno continui ad essere Machado, addirittura accusata (ancora non formalmente incriminata) dal procuratore generale Saab di avere responsabilità in un presunto attacco hacker durante il voto. Perché Machado fa così paura al regime?
«Machado ha un sostegno impressionante da parte del popolo – ci conferma Tremamunno -. In questi mesi ha condotto un vero e proprio tour in tutto il Paese anche grazie all’aiuto della popolazione contro tutti gli ostacoli del regime. E non parliamo solo di interdizione ma anche di ostacoli materiali come, per esempio, i blocchi stradali per sbarrarle la strada verso i comizi: ogni volta che le veniva impedito di raggiungere un luogo prestabilito, era la gente comune a scortarla, in moto e persino a piedi. Così il Governo ha iniziato a punire chiunque la ricevesse, un albergo che la ospitava per la notte, un ristorante in cui consumava un pasto: ogni attività che le offrisse un servizio veniva automaticamente chiusa dal regime dopo poche ore».

Eppure Machado non si è mai fermata. Ha continuato a girare il Paese in lungo e in largo anche dopo la candidatura di González, che ha accompagnato ovunque, persino dopo essere scampata ad un attentato (provvidenzialmente, si accorge che qualcuno le aveva tagliato i freni della macchina). «È così che la persecuzione nei confronti di Machado è rimasta per tutta la campagna elettorale sotto gli occhi di tutti». Volevano indebolirla ma non hanno fatto altro che convalidare tutte le sue invettive.
«La stessa accusa di hackeraggio fatta a Machado non è altro che show, il solito montaggio televisivo creato apposta dal Governo per manipolare l’opinione pubblica internazionale a cui siamo abituati. Questo è un regime che inventa, fa montaggi, abusa della propaganda» ribadisce ancora Tremamunno. Il procuratore Saab ha accusato Machado di aver perpetrato un attacco hacker ai sistemi elettorali operando dalla Macedonia del Nord. Dopo alcune ore, il Governo di Skopje è dovuto intervenire, precisando di non aver mai ricevuto alcun contatto dal Governo venezuelano per presunto hackeraggio.
«Ripeto, siamo abituati a montaggi strumentalizzati da parte del Governo».
Come nell’Esequibo?
Ne approfitto per chiederle un riscontro sulla piccola Guayana Esequiba di cui da anni il Venezuela rivendica la sovranità, principalmente data la presenza di alcuni giacimenti di petrolio al largo delle coste della regione.
«Maduro ha usato questo argomento per distrarre l’attenzione dal processo elettorale. Ha persino tentato di utilizzare questa questione come scusa per evitare le elezioni in Venezuela, tanto che c’era il timore diffuso che prima o poi Maduro dichiarasse uno stato d’emergenza per questa crisi dell’Esequibo che in realtà, nell’opinione pubblica interna, non esiste. I venezuelani sono presi da altri problemi che non da rivendicazioni territoriali, e questa questione è stata creata artificiosamente da un regime che cercava un nemico per chiudersi in se stesso ed evitare di dover andare al voto».
Approfondisci con Esequibo: più che il nazionalismo poté il petrolio

L’ambiguità statunitense e il ruolo della sinistra latinoamericana
La candidata alla presidenza USA Kamala Harris ha commentato l’elezione con un tweet quantomeno ambiguo e ambivalente (lo riportiamo qui). L’amministrazione Biden ha rimosso e poi parzialmente reintrodotto alcune sanzioni economiche nei confronti del regime di Maduro, ma il vento della guerra in Ucraina soffia anche Oltreoceano e Washington, come spesso accade, ha chiuso un occhio sulle violazioni di diritti nel Paese per poter negoziare scambi commerciali vantaggiosi.
«Purtroppo l’attuale amministrazione USA ha alleggerito le sanzioni solo per avere il nostro petrolio – lo dice chiaramente Tremamunno – oltre che per liberare prigionieri politici USA detenuti in Venezuela. All’attuale amministrazione non importa nulla delle violazioni dei diritti umani in Venezuela, o almeno così hanno dimostrato fino al giorno delle elezioni. È per questo che, dopo che Biden aveva aperto una strada ai negoziati con Maduro per ottenere il suo petrolio, Harris deve necessariamente mantenersi in una posizione ambigua».
Questa ambiguità, però, può cambiare: «la nostra pazienza si sta esaurendo» ha ammonito il portavoce del Consiglio di sicurezza USA John Kirby, ribadendo che ci sono chiari elementi che il risultato non rispecchi il volere del popolo e chiedendo la pubblicazione dei risultati dettagliati. «Non mi fermerei solo sulle parole di Harris – prosegue la giornalista. – A Washington non cambia nulla chi sia l’interlocutore venezuelano, l’importante è che si confermi un affidabile fornitore di petrolio. Ma un regime autoritario e antidemocratico non è affidabile. Il Paese è soggetto a pesantissime repressioni che portano a veri e propri esodi, legali e non. Siamo la prima cittadinanza che arriva come immigrazione illegale negli Stati Uniti, e questo chiaramente è un problema per loro che dimostreranno di preferire un candidato più democratico».
L’ultima volta che abbiamo parlato della situazione venezuelana, abbiamo discusso sull’opportunità di rimuovere le sanzioni internazionali nei confronti di Caracas, che prima di tutto affamano il popolo. Due anni dopo, si rischia addirittura un inasprimento?
«Il popolo venezuelano non è affamato per colpa delle sanzioni. Il nostro Paese era distrutto già prima delle sanzioni che hanno sicuramente peggiorato la situazione, e la colpa è di Chavez prima e Maduro poi che hanno abbattuto il nostro sistema produttivo. Dopo anni di metodi illiberali come l’espropriazione di aziende, la chiusura di negozi, la persecuzione di migliaia di imprenditori, oggi il Venezuela è un Paese 100% dipendente dalle importazioni, che è il motivo per cui le sanzioni incidono particolarmente».

Se l’America del Nord si mantiene ambigua, quella del Sud invece fa sentire la propria voce. «La sinistra latinoamericana potrebbe avere un ruolo centrale nella transizione. Mi ha stupito Boric, il presidente cileno, che ha preso posizione praticamente subito, denunciando già lunedì il processo elettorale falsato, tanto che Maduro ha poi espulso tutti i diplomatici cileni in Venezuela». Il resto della sinistra latinoamericana si sta accodando un po’ alla volta: parla il brasiliano Lula, anche lui ex alleato di Maduro, parla il colombiano Petro, parla chiaramente Milei (e questo stupisce meno) e seguono Perù, Panama, Repubblica Dominicana, Uruguay. Tutti convinti che un altro mandato di Maduro non sarebbe altro che una spina nel fianco per i loro Governi.
Elezioni in Venezuela: è tempo di futuro
Le chiedo, quindi se la sinistra latinoamericana non possa avere un ruolo in questa transizione.
La sconfitta del Chavismo, forse, potrebbe arrivare proprio da sinistra: Lula, Petro e Boric hanno preferito esprimere preoccupazione e rifiutare l’esito piuttosto che schierarsi nel solito fronte del socialismo latinoamericano contro l’imperialismo occidentale (usano la parola “fascismo”…). Si può lavorare su questo argine per favorire una transizione pacifica?
«Maduro sa bene che il suo stesso popolo non lo vuole più, ma non vuole lasciare perché la sua testa ha un prezzo. Ricordiamoci che è ricercato dalla DEA e che, insieme alla sua famiglia e a tutti i membri del Governo, è coinvolto in gravi reati di narcotraffico, corruzione, riciclaggio con la criminalità organizzata internazionale. Tutti loro sanno che se lasciano il Governo finiscono in galera. Potrebbero uscirne solo attraverso dei negoziati, con una sorta di amnistia che consentirebbe loro di lasciare il Paese in modo pacifico, e questo lo sanno bene. Non sarebbe giusto per il popolo venezuelano, ma forse in un primo momento servirebbe davvero una transizione pacifica per fargli lasciare il Paese. Finché non riceveranno garanzie in merito, non si schioderanno mai dal potere. In questo la sinistra latinoamericana potrebbero aiutare nella transizione. La sua posizione e la sua credibilità stanno mettendo in difficoltà tutta la sinistra latinoamericana, che a un certo punto dovrà per forza assumere una posizione collettiva e per prendere le distanze da questo regime, che non aiuta di certo la loro immagine».
Ora però, è ancora presto per pensare al futuro. È presto, anche se è tardi, perché i morti per le strade accertati da diverse organizzazioni per i diritti umani, compresa Amnesty, sono già 17, e forse aumenteranno ancora mentre la repressione si fa sempre più violenta. «Dopo la clamorosa e inappellabile vittoria elettorale che noi venezuelani abbiamo ottenuto il 28 luglio, la risposta del regime è l’omicidio, il rapimento e la persecuzione. Allerto il mondo sull’escalation crudele e repressiva del regime, che fino ad oggi conta 11 sparizioni forzate e almeno 16 omicidi nelle ultime 48 ore» scriveva Machado su X il 31 luglio.




Cosa sta succedendo in queste ore?
«Cioè che mi ha impressionata di più è stato vedere come anche le classi basse, per la prima volta in assoluto, hanno preso spontaneamente parte alle manifestazioni contro Maduro. Questo è stato uno spartiacque. Sono scese in piazza persino gli abitanti delle favelas, una cosa mai vista. Il popolo è affamato e non ha altra scelta che protestare. Un regime senza popolo non può resistere».
Un segno inequivocabile che la distanza fra la base popolare del chavismo e la leadership si è allargata parecchio, e che si stia rafforzando quel “chavismo morbido” che ammicca al cambiamento. Eppure, le proteste sono iniziate in modo pacifico e soprattutto spontaneo.
«È da lunedì che nessun venezuelano chiude occhio, perché riceviamo costantemente immagini e video dei nostri connazionali che riprendono la violenza inaudita delle repressioni. Alle forze dell’ordine, oltretutto, si uniscono i collettivos, cellule paramilitari create da Chavez e sostanzialmente formate da civili armati al soldo del regime. Sono stati i primi a uscire nelle piazze, a raggiungere il popolo che protestava davanti al palazzo presidenziale di Miraflores e a sparare dalle moto sulla gente che manifestava pacificamente».
Ecco il pasticcio del regime, l’orrore finale: il popolo armato contro quello affamato. Machado però lo ha promesso: «yo les he dicho que vamos hasta el final y ¡vamos hasta el final».
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/Juan Carlos Hernandez/ZUMA