SPARIZIONI FORZATE MESSICO

Il 30 agosto ricorre la Giornata internazionale per le vittime di sparizioni forzate. Ne abbiamo parlato con la professoressa Gabriella Citroni, vicepresidente del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite contro le sparizioni forzate o involontarie

[L’immagine in copertina raffigura una manifestazione dei familiari delle persone scomparse a Guadalajara, Messico, in occasione della Giornata internazionale per le vittime di sparizioni forzate, il 30 agosto 2018]

Ogni giovedì le Madri di Plaza de Mayo si riuniscono nella celebre piazza di Buenos Aires per chiedere chiarezza e giustizia per i figli desaparecidos, scomparsi durante la dittatura militare tra il 1976 e il 1983. Durante la “guerra sporca” argentina (“guerra sucia” in spagnolo) il regime ha sequestrato, torturato e ucciso migliaia di oppositori politici facendone, poi, perdere le tracce. L’associazione è nata il 30 aprile 1977 quando un gruppo di madri si riunì per la prima volta davanti alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale, con le foto dei figli e il pañuelo blanco, il fazzoletto bianco annodato sulla testa, diventato, poi, simbolo del movimento. Oggi ai desaparecidos e a tutte le vittime di sparizioni forzate in tutto il mondo è dedicata una Giornata internazionale, che cade il 30 agosto, istituita dall’ONU con la risoluzione 65/209 del 2010. Contestualmente è entrata in vigore la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata, già adottata nel 2006. Già in precedenza, nel 1992, l’Assemblea generale aveva adottato la Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata. In base alla definizione contenuta nel preambolo alla Dichiarazione le sparizioni forzate si verificano nel momento in cui le persone vengono arrestate, detenute o rapite contro la loro volontà e private della loro libertà da parte di agenti dello Stato o da gruppi o individui privati che agiscono “per conto di, o con il sostegno diretto o indiretto, il consenso o l’acquiescenza del Governo” e che si rifiutano di rivelare la sorte delle persone rapite, il luogo in cui si trovano o di ammetterne la privazione della libertà.

La sparizione forzata è una violazione dei diritti umani in quanto nega la dignità stessa della persona: lede il diritto alla sicurezza e alla tutela da parte della legge, a non essere privati arbitrariamente della libertà e a non essere sottoposti a tortura o ad altre pene degradanti. Sono molte, infatti, le persone che vengono torturate, che vengono uccise, tenute in prigionia sotto costante minaccia; alcune vengono, poi, rilasciate, altre trovate senza vita. Una crudeltà che colpisce non solo le stesse vittime, ma anche i loro familiari, in attesa per mesi, spesso per anni (a volte, come vedremo, anche per periodi più brevi) di avere notizie della persona cara ed essi stessi in pericolo, in un ciclo di tempo sospeso. 

L’ONU ha diversi meccanismi che si occupano di sparizioni forzate e, prima di proseguire con l’analisi del fenomeno, è bene delinearne brevemente le differenze, visto che nel testo si farà riferimento a entrambi. Il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite contro le Sparizioni Forzate o Involontarie (Working Group on Enforced or Involuntary Disappearances, WGEID) ha come strumento di riferimento la Dichiarazione del 1992, mentre il Comitato sulle sparizioni forzate (Committe on Enforced Disappearances, CED) si rifà alla Convenzione. Come vedremo, si tratta di gruppi differenti ma che lavorano in stretto coordinamento.

Il pañuelo blanco, simbolo delle Madres de Plaza de Mayo, a Buenos Aires, fotografato durante un raduno per ricordare Hebe de Bonafini, co-fondatrice e presidente dell’Associazioni delle Madri, morta il 20 novembre 2022, a 93 anni – ANSA/EPA/Enrique Garcia Medina

Definizione di sparizione forzata

Quello delle sparizioni forzate o involontarie è un fenomeno complesso e globale, diffuso in tutto il mondo, in una pluralità di contesti differenti, dal Messico al Myanmar, dall’Argentina allo Sri Lanka, dall’Egitto all’Ucraina, solo per citare alcuni Stati. Spesso sono state usate – e vengono ancora utilizzate – come strumento politico di intimidazione ma possono verificarsi anche in altri contesti. Ad aiutarci a capire come si articola oggi questo fenomeno e quali sono gli attori coinvolti è Gabriella Citroni, ricercatrice in Organizzazioni Internazionali e Professoressa aggregata di Tutela internazionale dei diritti umani presso l’Università di Milano-Bicocca, dal settembre 2022 è vicepresidente del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite contro le Sparizioni Forzate o Involontarie. È titolare del corso Enforced Disappearances in International Law presso la Geneva Academy of Humanitarian Law and Human Rights.

«Perché si possa parlare di sparizione forzata tradizionalmente devono esserci tre elementi – ci ha spiegato la professoressa Citroni – Il primo è la privazione della libertà contro la volontà della persona: può iniziare o con un arresto perfettamente legale che poi degenera successivamente o direttamente con un sequestro fuori dal circuito legale. Il secondo elemento riguarda i perpetratori: tradizionalmente chi commette sparizioni forzate sono agenti di Stato, per cui abbiamo militari o polizia, come nel caso delle sparizioni più politiche nell’America Latina degli anni Settanta, cosa che esiste ancora. Oggi lo vediamo più nelle proteste o in alcuni luoghi come repressione di ciò che viene visto, a torto o a ragione, come possibile opposizione. Il secondo gruppo di perpetratori sono persone o gruppi di persone che agiscono con la tolleranza o l’acquiescenza dello Stato, di solito si pensa ai paramilitari (ad esempio in Colombia) veri e propri eserciti paralleli. Questo tipo di sparizioni forzate lo vediamo soprattutto in contesti di lotta per l’ambiente, dove ci sono ambientalisti che si oppongono a maxi-progetti o in molti luoghi dove ci sono comunità indigene che rivendicano la proprietà della terra ancestrale o si scontrano con latifondisti che ingaggiano questa sorta di eserciti privati. Il terzo elemento che distingue la sparizione forzata da altri reati è che le autorità negano ci sia mai stata una privazione di libertà e nascondono la sorte della persona scomparsa. Questo sul piano giuridico determina che quando si parla di vittime di sparizione forzata non si intenda solo la persona scomparsa ma anche quello che è il suo circolo, come i familiari. Ho voluto partire da questo perché si fa un po’ fatica a utilizzare questa definizione per fenomeni che stiamo registrando come la migrazione o situazioni in cui agiscono attori non statali».

Oggi si verificano molti casi di sparizione anche nel contesto migratorio. Qui possono esserci, però, delle “zone grigie” e non tutte possono essere considerate come “sparizioni forzate”. «Nella migrazione ci sono moltissimi casi di sparizione – non aggiungo forzata – quello che in inglese di direbbe “missing” – ha affermato la professoressa Citroni– La persona parte e, poi, non si sa cosa sia successo. Non necessariamente questa è una sparizione forzata. Però, in base agli elementi visti prima, ci sono casi che si possono qualificare come sparizione forzata: la privazione di libertà iniziale, un coinvolgimento di agenti di Stato, o gruppi paramilitari che agiscono con lo Stato e, poi, la negazione successiva. Sono registrati soprattutto in casi in cui ci sono pratiche di pushback dove, quindi, c’è una detenzione e una privazione iniziale della persona che, poi, scompare. E questo avviene sia in Europa, sia in altri contesti. Poi sono stati registrati casi dove le persone vengono detenute, messe in centri che possono chiamarsi, a seconda dello Stato, di identificazione o di trattenimento, e poi scompaiono. Qui ci sono comunque tutti gli elementi: la privazione di libertà, un coinvolgimento dello Stato, una negazione successiva e la sparizione».

C’è, poi, la questione degli “attori non statali”, attorno alla quale c’è un dibattito. Come spiega la professoressa bisogna innanzitutto chiarire la definizione di “attori non statali” «”Attori non statali” è un’espressione molto ampia, nella quale possiamo far rientrare un cartello della droga, a gruppi organizzati come possono essere gli Houthis, Hamas, Boko Haram o l’Isis in alcuni luoghi. Benché in passato gruppi di opposizione o di guerriglia non ricorressero alla pratica della sparizione forzata, oggi è innegabile ci siano casi in cui questo avviene. Si ritiene, però, che non sia corretto usare il termine “sparizione forzata” per tutti questi casi per non diluire eccessivamente la responsabilità dello Stato; per cui si parla solo di alcuni attori non statali, quelli che esercitano una specie di controllo del territorio e della popolazione e agiscono come fossero un governo. Gli Houthis in Yemen, ad esempio, rientrano in questa definizione. Di questo se ne occupano anche gli organismi internazionali perché hanno un interlocutore come il gruppo delle Nazioni Unite di cui faccio parte che si occupa di fare da mediatore tra lo Stato e le famiglie per stabilire cosa è successo alle persone scomparse. Dal 2019 abbiamo ampliato questa operazione e lo facciamo anche con gruppi non statali con cui possiamo avere un’interlocuzione. Non mi sento di dire che questo fenomeno è in crescita semplicemente perché prima non veniva visto attraverso le lenti della sparizione forzata: i numeri che vediamo oggi probabilmente c’erano anche cinque anni fa, semplicemente non venivano calcolati in questo modo».

Sono in crescita, invece, quelle che vengono chiamate, forse impropriamente, “sparizioni forzate di breve durata”. Spesso si tende a legare il concetto di “sparizione forzata” a una situazione che si protrae nel tempo ma, come abbiamo visto prima, ci sono altri elementi che concorrono alla definizione di “sparizione forzata”. Tra i casi di sparizione di breve durata rientra anche quello di Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito il 25 gennaio 2016 a Il Cairo e ritrovato senza vita, con evidenti segni di tortura sul corpo, il 3 febbraio dello stesso anno. Spiega la professoressa Citroni: «Un fenomeno in crescita è quello che forse, un po’ impropriamente viene chiamato “sparizioni forzata di corta durata”, legato soprattutto alla repressione di proteste o, recentemente, a situazioni di violenza elettorale o dove si applica una legislazione o una politica anti-terrorista “muscolare”. La sparizione può durare uno o due giorni ma ci sono tutti gli elementi di cui parlavo prima. La persona, poi, riappare o, ahimè, morta, come è stato nel caso di Giulio Regeni, o in situazioni di detenzione arbitraria. Oppure viene rilasciata dopo essere stata torturata. Il numero di questo tipo di sparizioni forzate è decisamente in aumento, anche perché gli Stati continuano a dire che non si tratta di sparizioni forzate anche se, in realtà, giuridicamente lo sono».

Le “Madri del Sabato” durante una manifestazione nel quartiere Beyoğlu a Istanbbul, Turchia, il 25 maggio 2024 – © Tolga Uluturk/ZUMA Press Wire)

Tutte le vittime

Tra le vittime delle sparizioni forzate non ci sono solo le persone effettivamente scomparse, ma anche le loro famiglie, esse stesse sotto costante minaccia. A volte– quando è possibile – i familiari si organizzano in associazioni che si impegnano non solo per arrivare alla verità su quanto accaduto alla persona cara, ma anche per lottare contro le sparizioni forzate in generale, come avviene nel caso delle Madri di Plaza de Mayo. In alcuni contesti, però, non è affatto semplice non solo portare avanti la lotta, ma perfino costituire un’associazione.

«In casi chiamiamoli impropriamente di sparizione “tradizionale” abbiamo associazioni molto attive, ma ci sono campi in cui i familiari stanno facendo molta fatica a organizzarsi, come quello della migrazione per ovvie ragioni – ha dichiarato Citroni– non sappiamo dove la persona sia scomparsa nel tragitto migratorio; i familiari sono sparsi in diversi Paesi di provenienza, non si conoscono tra di loro. Ci sono, poi, Paesi in cui molto spesso formare un’associazione è al di là dell’immaginazione, in più ci sono una serie di ostacoli e barriere linguistiche. Con l’eccezione del Centro America, in cui ci sono collettivi di familiari di persone scomparse molto attivi e che sono riusciti a ottenere alcuni risultati importanti, in Messico in particolare, questo campo si trova ancora in una fase molto nucleare. Ci sono piccole associazioni in Tunisia, in Marocco, ma per il resto è difficilissimo, sebbene il problema sia ampio. Questo porta a una invisibilizzazione. Il numero di migranti scomparsi è fuorviante perché sì, è quello, ma viene del tutto invisibilizzato tutto ciò che c’è attorno, quindi quei numeri sono solo la punta dell’iceberg».

Questo è un aspetto fondamentale da tenere presente. Spesso nell’affrontare questo fenomeno si fa riferimento ai numeri. Certo, le cifre ci sono ma, a volte, non rappresentano la totalità e la complessità della questione, anche perché è il fenomeno in sé a essere sottostimato. Perché si tratta di persone. Oltre al fatto che bisogna considerare da quando questi numeri vengono “conteggiati” e quali casi vengono registrati (parole asettiche che tralasciano molti aspetti).

Come accennava la professoressa, non sempre i familiari godono delle tutele che spetterebbero loro e, anzi, sono loro stessi in pericolo. «Tradizionalmente in America Latina ci sono associazioni molte attive, ciò non vuol dire che abbiano vita facile. Ad esempio, in questo momento forse uno dei luoghi in cui essere familiari di persone scomparse è più pericoloso è il Messico dove, pur essendoci una lunga tradizione di associazionismo e una certa visibilità delle persone coinvolte nella lotta contro la sparizione forzata, sono almeno tre anni che, soprattutto le Madres Buscadoras [persone, soprattutto donne impegnate nella ricerca di persone scomparse, NdR] si recano loro stesse a cercare i parenti scomparsi. Questo già la dice lunga: se lo fanno loro è perché dall’autorità non hanno ricevuto il tipo di assistenza di cui necessitavano. Da due anni a questa parte il numero di donne uccise che si dedicano a questo è particolarmente elevato, una al mese. Quindi lo Stato non le protegge sufficientemente».

La situazione è allarmante anche in altri luoghi. «Da un anno in Turchia c’è un inasprimento delle misure repressive contro le ‘Madri del Sabato’  [dal 1995 si riuniscono ogni sabato a mezzogiorno in piazza Galatasaray, a Istanbul, per chiedere verità sulla sorte dei loro familiari, NdR] per impedire anche solo che si riuniscano per protestare pacificamente, con arresti o dispersione violenta delle manifestazioni pacifiche – ci ha spiegato la professoressa Citroni– Ma anche in Sri Lanka e in Pakistan, dove ci sono associazioni di familiari che, però, operano in condizioni estremamente complesse. Non sono gli unici Stati, ovviamente». Anche in Egitto, spiega la professoressa, “la società civile in questo momento si trova in grande difficoltà nel portare avanti battaglie storiche, non perché la situazione sia migliorata ma perché non vogliono finire detenuti o con l’associazione sciolta”.

Una donna tiene in mano un cartello con la scritta “Porre fine alle sparizioni forzate” durante una manifestazione in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne a Islamabad, Pakistan, l’8 marzo 2024 – ANSA/TAHIR ALI

Un esempio: il Messico

Lo abbiamo detto e lo ribadiamo: le sparizioni forzate non vengono perpetrate solo in Messico, ma qui, come sottolineava Citroni, non solo c’è una lunga tradizione di associazionismo, ma c’è anche un grandissimo pericolo per i familiari delle persone scomparse.

Come abbiamo detto, non è una questione di numeri ma per un attimo facciamovi riferimento per inquadrare il fenomeno e contemporaneamente capire come vengono utilizzati. Il Comitato delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate (The Committee on Enforced Disappearances, CED), in una nota pubblicata nell’ottobre 2023, ha evidenziato che nel National Register of Disappeared and Forcibly Disappeared Persons del Paese le persone registrate come scomparse dall’1 gennaio 1962 al 12 settembre 2023 sono 111.540 ma ha segnalato che i dati sono stati aggiornati senza seguire l’Homologated Search Protocol e gli standard internazionali. Le persone scomparse, appunto, potrebbero essere molte di più. Per questo ha chiesto al Paese di adottare procedure che assicurino la trasparenza, l’indipendenza e l’imparzialità nell’aggiornamento dei dati, oltre ad invitarlo a implementare processi che garantiscano la partecipazione delle vittime per “evitare la loro vittimizzazione” ma anche per “proteggere la sicurezza delle informazioni contenute nel Registro”. Un altro fattore allarmante è quello della quasi totale impunità: anche per questo il Comitato ha chiesto al Messico di avviare indagini imparziali sulle accuse di sparizioni forzate così come sulle sparizioni causate da “persone o gruppi che agiscono senza l’autorizzazione, il sostegno o il tacito consenso dello Stato”. Fin dalla “guerra sporca” messicana degli anni Sessanta la sparizione forzata viene usata come strumento di controllo e repressione, anche se, poi, hanno iniziato a “utilizzare” questa “pratica” i gruppi legali alla criminalità organizzata, ad esempio per il controllo del territorio, o in generale da attori privati. Per questo nel 2017 è stata introdotta una nuova legge sulla sparizione di persone commessa da privati.

In alcuni Stati messicani molte delle vittime sono donne, in altri uomini. «Il fenomeno è diffuso a livello federale, poi la situazione varia molto a seconda di quale Stato si prende in considerazione – ha spiegato la professoressa Citroni Ce ne sono alcuni in cui tradizionalmente scompaiono donne con un certo profilo: di una certa età, indigene, provenienti da famiglie mononucleari. Mentre ci sono Stati dove la stragrande maggioranza degli scomparsi sono uomini, a volte migranti: sono Stati in cui è chiara la rotta di passaggio di droga o traffico di migranti. Nello Stato di Tamaulipas ci sono alcune donne scomparse, ma non è la maggioranza, non è il profilo tipico. Negli Stati come Chihuahua, invece, il numero di donne scomparse nei gruppi che indicavo sale considerevolmente. Forse è ciò dovrebbe guidare la risposta dello Stato: se c’è un gruppo di persone a rischio le misure preventive dovrebbero mirare a quella categoria».

Un raduno a Tijuana, nello Stato della Bassa California, in Messico, in occasione della Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate, il 30 agosto 2022 – © Carlos A. Moreno/ZUMA Press Wire

Il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie

Il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie (Working Group on Enforced or Involuntary Disappearances, WGEID) istituito con lo scopo di aiutare i familiari a conoscere la sorte e la localizzazione dei parenti scomparsi. È composto da cinque esperti ed esperte provenienti da diverse regioni del mondo. Abbiamo chiesto alla professoressa Citroni di spiegarci come lavora e di cosa si occupa nello specifico.

«Il gruppo esiste dal 1980 ed è stata la prima risposta data dalle Nazioni Unite di fronte a questo fenomeno. Ha un mandato umanitario, quindi non si occupa né di stabilire la responsabilità degli individui né degli Stati. Agisce come un canale di comunicazione. Quando i familiari o chi per loro (organizzazioni non governative, avvocati) presentano un caso, ne viene valutata l’attendibilità. Una volta stabilita quest’ultima il caso viene riferito allo Stato in cui la sparizione forzata si è verificata o che si ritiene sia coinvolto. Un esempio: il luogo da cui stiamo ricevendo più casi in assoluto è l’Ucraina. Noi inviamo i casi alla Russia perché la persona è stata vista per l’ultima volta nelle mani dell’esercito o di gruppi che agiscono per conto e in nome della Russia. Poi il gruppo resta a monitorare il caso fintanto che non si arriva a stabilire che l’informazione che ci è stata data è sufficiente per chiarire la sorte della persona scomparsa. Dal momento della creazione il gruppo ha ricevuto circa 61.700 casi che riguardano 115 Stati. Questo numero è chiaramente fuorviante, sottostimato, per molteplici ragioni: mancanza di conoscenza, paura dei familiari. Di questi casi registrati ad oggi ne rimangono aperti 48.500 che riguardano 100 Stati. Aperti significa che rimane un canale di comunicazione con lo Stato perché o non ci hanno risposto o la risposta che hanno dato non è soddisfacente. [cioè, la persona viene ritrovata senza vita e vengono date indicazioni su dove si trova il corpo, o viene ritrovata viva in stato di detenzione, NdR]. Lì finisce il mandato umanitario. Quando noi siamo soddisfatti del fatto che la risposta che ci è stata data è attendibile non ci occupiamo del resto. Poniamo che la persona venga trovata viva, sia detenuta e si tratti di una detenzione arbitraria: di questo se ne occupano altri meccanismi delle Nazioni Unite. Come dicevo prima, dal 2019 stiamo registrando anche questi casi attribuibili ad attori non statali (solo quelli che hanno la struttura di cui sopra). Quest’anno c’è stato un boom di casi attribuiti ad attori non statali: molti sono attribuiti agli Houthis – più di 90 casi – a Hamas  – 22, fino all’anno scorso erano solo due – più alcuni casi attribuiti all’Esercito Nazionale Libico, alcuni relativi al Myanmar e al Consiglio di Ristorazione dello Stato di Shan, che comunque sono attori non statali. Oltre a questo mandato, ne abbiamo un altro più di “accompagnamento”, nel senso che cerchiamo di aiutare gli Stati a migliorare sia la loro legislazione, sia le loro politiche in materia di sparizione forzata. Lo strumento di riferimento è la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1992 contro la sparizione forzata. La nostra competenza è su tutto il mondo, quindi tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite. Ad esempio: ci viene detto che la legislazione di tal Stato non rispetta quello che richiede la Dichiarazione, allora noi ci rivolgiamo allo Stato. Non è una corte, non è un confronto, ma dire ‘Possiamo aiutarti nel migliorare la tua legislazione’. La Convenzione è una sorta di “upgrade”, adottata nel 2006 ed è stato creato un meccanismo chiamato Comitato contro le sparizioni forzate il cui ruolo è vegliare sul rispetto di quella Convenzione. Siamo complementari e lavoriamo in stretto coordinamento. La loro competenza al momento è più ristretta e riguarda solo gli Stati che hanno ratificato la Convenzione (al momento sono 75). Noi, invece, abbiamo una competenza molto più ampia, basta che uno Stato sia membro delle Nazioni Unite».

Dietro tutto questo ci sono famiglie, storie, la cui rivendicazione passa non solo attraverso l’esercizio della memoria, ma anche attraverso l’esercizio del presente.

di: Francesca LASI

FOTO: ANSA/EPA/FRANCISCO GUASCO