Un calvario iniziato 12 anni fa a causa di un insetto tanto minuscolo quanto feroce, una zecca. La speranza di una ragazza ligure è in America e nella generosità delle persone

Federica Monte è una ragazza ventiseienne che vive a Recco, un incantevole comune lungo la costa ligure. Ma Federica non sta vivendo la gioventù con il sorriso e la spensieratezza dei suoi anni: è affetta da una serie di patologie che la stanno costringendo su una sedia a rotelle e stanno velocemente erodendo la sua speranza di vita. Per continuare la sua lotta per la sopravvivenza, ha bisogno di trasferirsi negli Stati Uniti, dove le hanno proposto una serie di terapie che potrebbero strapparla a un finale tragico. E troppo vicino. Federica e la sua famiglia chiedono aiuto e hanno aperto un conto corrente in Poste Italiane (iban IT62X0760101400001072741877), grazie al quale tutti possono contribuire. 

Vuole raccontare quando è iniziato il suo calvario?

«Da piccola, nel 2012, sono stata punta da una zecca nella zona ombelicale e, al Pronto soccorso, l’hanno tolta con una pinzetta. Secondo alcuni neurologi che mi hanno visitato successivamente l’intervento non sarebbe riuscito perfettamente. Ma di questo non c’è certezza. Comunque, vengo dimessa senza la corretta profilassi antibiotica e, in seguito, compare l’eritema migrante, febbre e vomito. Tutti sintomi della malattia di Lyme, causata proprio dal morso delle zecche. La situazione sembra comunque stazionaria, a parte delle forti tachicardie». 

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Poi cosa è successo?

«Nel 2016 ho avuto un grave incidente stradale, che mi ha costretto a  subire tre interventi. Dopo il primo, comincio ad avere una febbre serotonina che ho tuttora, per la quale i medici non riescono a trovare una risposta, nonostante io avessi sempre detto della puntura di zecca.  Quando il Lyme diventa cronico, in Italia mancano i reagenti per riuscire a riscontrare la malattia, perché il corpo si immunodeprime e quindi gli anticorpi rimangono bassi. Io arrivo alla diagnosi solo nel 2021, dopo essere stata operata al cuore per le aritmie. Inoltre è subentrata la disautonomia: non riesco a alzarmi in piedi perché dopo un minuto collasso, svengo. Questo mi aveva portato in carrozzina, ma poi la situazione è andata ancora a peggiorare ed è andata a intaccare il sistema neurologico. Ora mi ritrovo la paraparesi alle gambe: tremo tutta e non riesco a stare in piedi». 

Com’è proseguito il suo percorso?

«Grazie a una precedente raccolta fondi, ho girato mezza Europa per cercare di capire la mi a situazione e mi hanno diagnosticato la co-infezione da Bartonella ma soprattutto da Babesia, una sottoclasse di malaria. Grazie a delle dialisi l’infezione diminuisce ma poi mi viene dignostictata la malaria da Plasmodium falciparum, quella più letale. In Italia mi hanno risposto che se non l’ho contratta in Africa non mi curano». 

Tutto questo a causa di una zecca?

«Sì, che in Italia è endemica, anche se non ufficialmente. Se una zecca punge prima un cervo o un cinghiale che ha la malaria, poi la trasmette all’essere umano. Ricordo che il mio primo cardiologo imputò le mie febbri alte alla malaria ma aggiunse che non era compito suo trovare la diagnosi».

Arriviamo ai giorni nostri.

«Ora la malaria è stata dignosticata e abbiamo contattato una clinica in America: hanno confermato la diagnosi e anche il Lyme cronico. Loro possono curarmi ma il costo è molto elevato. Per questo ho bisogno di aiuto». 

Mi ha sempre parlato in prima persona ma, vista la sua giovane età, immagino che sia sempre stata affiancata dai genitori…

«Noi non siamo ricchi, viviamo in affitto. Mia madre, che faceva le pulizie, mi segue e, da poco, abbiamo avuto l’indennità di accompagnamento. Mio padre è un impiegato. Abbiamo già fatto una raccolta fondi e questo ci ha esposto a critiche, anche feroci, sui social». 

Sta parlando di hater?

«Sì, uno addirittura commentò che “se ero ridotta così era meglio l’eutanasia”. Da quel momento abbiamo chiuso con i social network». 

Agghiacciante. Nonostante tutto, sento in lei una grande voglia di lottare, una grande voglia di vivere.

«Sì però sono distrutta, sono in carrozzina, non chiudo occhio per la febbre alta. Non ce la faccio più. Tanti medici continuano a dire che il Lyme acuto si cura, a me non interessa. Il problema sono i pazienti cronici, i pazienti che sono affetti da malaria, affetti da co-infezioni, come me. Sono tutti bravi a risolvere i problemi banali, però quando il problema diventa difficile ti chiudono le porte. Mi stanno trattando come una malata terminale, mi danno la morfina per i dolori agli arti… . La clinica americana mi ha detto che c’è speranza».

Nel caso di Federica Monte non è appropriato parlare di malasanità, ma di sanità poco adeguata o non all’altezza. La ventiseienne di Recco è affetta da un insieme di patologie non comuni ma ha ancora voglia di lottare, di vivere. Per farle realizzare il suo “sogno americano” l’iban è IT62X0760101400001072741877.

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di: Giulia GUIDI

(foto Federica Monte)