Una mostra in corso nell’Orangerie della Reggia di Monza propone un viaggio inedito nella storia dell’arte degli ultimi 200 anni: lo racconta la curatrice Bartolena

La stampa d’arte è la tecnica con la quale vengono prodotte (o riprodotte) opere artistiche mediante l’utilizzo del processo di stampa, soprattutto su carta. Non si tratta, quindi, di esemplari unici e questo ha portato il pubblico a considerare le opere grafiche come figlie minori nella produzione di un o di una artista.
Nulla di più sbagliato, secondo Simona Bartolena, curatrice della mostra (con Enrico Sesana e Luigi Tavola) Da Renoir a Picasso, da Miró a Fontana: 120 capolavori della grafica del ‘900, esposta nell’Orangerie della Reggia di Monza fino al 25 febbraio del 2025. «La mostra attrae perché i nomi sono clamorosi, non solo quelli citati nel titolo, ma anche perché dà un taglio alla lettura di questi nomi molto innovativo, particolare – spiega Bartolena, esperta nell’arte dell’‘800 e del secolo scorso. – È un viaggio nella storia dell’arte con gli occhi degli artisti che si sono occupati di grafica in maniera personale, interessante, con passione, e che hanno fatto della grafica uno strumento espressivo peculiare. Le opere non sono equiparabili alla produzione pittorica e/o scultorea, ma sono autonome. Sono artisti che non hanno pensato alla grafica per la riproduzione del quadro ma come territorio di esplorazione e di creazione».

Non mancano, infatti, gli artisti che hanno dedicato quasi più attenzione alla grafica che alla pittura o che sono arrivati a delle novità nella loro pittura attraverso la grafica (come Edvard Munch, raccontato nel numero di agosto). «In Italia, non è un punto di vista facile – lamenta Bartolena. – Invece, all’estero è un tema più diffuso: in molti musei ci sono i gabinetti delle stampe. Ad esempio, quando questa mostra, in versione embrionale, è stata esposta in Germania, i visitatori erano consci che la grafica fosse un mezzo espressivo autonomo. Ma, in realtà, in Italia abbiamo avuto degli stampatori d’eccellenza, da Giorgio Upiglio (stampatore d’arte milanese) al romano Valter Rossi. Per fare un esempio eclatante – prosegue la curatrice, – Giorgio Morandi è stato professore di Incisione, a Bologna. Il pubblico fa fatica a riconoscerlo, ma gli artisti la grafica l’hanno amata, seguita e sentita tantissimo».

Il motivo per cui il pubblico non specializzato “snobbi” questa forma d’arte è, purtroppo, molto banale: «generalizzando – spiega Bartolena, – il valore della grafica di Pablo Picasso costa molto meno di un suo dipinto, è ovvio. Potersi permettere una tela del genio spagnolo è molto difficile, una sua grafica magari è più abbordabile: costa comunque tanto, ma infinitamente meno rispetto a una scultura o ad un dipinto. Questo genera l’idea che la grafica sia un’arte di serie B». «Ma – enfatizza la curatrice, – questo approccio è sbagliato: perché a Picasso che la grafica costasse meno del dipinto non interessava: per lui era un territorio di esplorazione, era un territorio di indagine, di linguaggi. Dobbiamo toglierci dalla testa l’equivalenza che il valore dell’opera si esprima in danaro e non in importanza per la storia dell’arte e per l’artista. Ho citato Picasso perché è molto presente in mostra: le tecniche a stampa le ha provate tutte, ne ha anche inventate. È proprio un esempio perfetto».

Juan Gris, Nature morte, 1922, pochoir a colori, 164 X 250 mm, tiratura non conosciuta, Nuno n.162

Molto affascinante la storia de Nature morte (che rappresenta una chitarra) di Juan Gris, un “pochoir” allegato a una rivista di Le Corbusier e, quindi, stampato in centinaia di copie. «Il problema qual è? – spiega l’esperta. – Che essendo stato dato con una rivista, in pochi gli hanno dato importanza e moltissime copie sono andate perse. Oggi ne esistono poche sul mercato. Anche se ha avuto una tiratura altissima, paradossalmente è un’opera abbastanza rara». Opposta la storia della Natura morta di Morandi, che non ha una tiratura ufficiale e, per questo, il suo valore è altissimo. Poi ci sono le stampe con l’aggiunta personalizzata dell’autore, come la firma e/o delle pennellate aggiunte in seguito, che le rendono uniche e, quindi, di valore inestimabile. In sintesi, per una stampa si va dagli 800 ai 200 mila euro: una forbice amplissima.

Come evidenzia l’esposizione monzese, sono molti i grandi dell’arte del ‘900 che si sono cimentati con incisioni, litografie e stampe: Miró, Kandinsky, Chagall, Matisse… «È molto interessante anche la relazione che gli artisti sviluppavano con lo stampatore – spiega la curatrice: – pochi si stampavano le cose da sé, e questi pregevoli artigiani dovevano interpretare esattamente cosa volesse l’artista. Ad esempio, Rossi con Lucio Fontana e Alberto Burri ha dovuto fare i salti mortali: insomma, lo stampatore doveva metterci del suo. Tornando a Picasso, si portava il suo stampatore Ferdinand Mourlot in vacanza, perché quello era un momento in cui si divertiva a sperimentare».

La location della mostra è l’ex limonaia (“orangerie”) della Reggia, comunemente nota come “il serrone”: «è un corridoio stretto e lungo e va allestito ogni volta. Abbiamo fatto un sistema di pannelli che creano delle stanze – racconta Bartolena. – Il percorso si snoda in maniera cronologica, cercando di raccontare anche la storia dell’arte: si parte da Manet e si arriva a Fontana. Non voglio tralasciare gli esterni: c’è un roseto meraviglioso (purtroppo non è stagione), il Niso Fumagalli, e poi, accanto, c’è la villa, che è in fase di rilancio dopo lunghi momenti di trascuratezza. Insomma, anche la location è chiaramente molto suggestiva».

Il ragionamento di Bartolena su una sorta di superficialità nei collezionisti meno preparati nel considerare l’arte grafica ferisce. Non solo perché, come dimostra (anche) questa mostra, è stato un tema per molti artisti dell’‘800 e del ‘900, ma soprattutto perché non si rende giustizia ai grandi artigiani, celebri e non, che hanno fatto la storia della stampa nel nostro Paese. Solo per denaro. E per ignoranza.

FOTO: Crediti: Giulio Spera. Per gentile concessione