Nel centenario della sua morte il compositore toscano rimane tra i più rappresentati al mondo. Ma il rapporto con la critica non è sempre stato idilliaco
Il 29 novembre si celebra il centenario della morte di Giacomo Puccini, uno dei più famosi operisti al mondo. Nato a Lucca il 22 dicembre 1858, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento il compositore diventa figura centrale dell’opera, che traghetta nel melodramma verista insieme ad altri compositori come Pietro Mascagni, Ruggero Leoncavallo, Francesco Cilea e Umberto Giordano. Come mostrano le statistiche del sito specializzato Operabase (dati 2023), Puccini è tra i compositori più rappresentati la mondo dopo Giuseppe Verdi e Wolfgang Amadeus Mozart.Già prima delle celebrazioni del centenario, il compositore toscano era molto presente nei cartelloni dei teatri lirici:in Italia sono quattro le opere di Puccini nella Top Ten delle più rappresentate: La bohème (1896), al secondo posto, Tosca (1900) al terzo, Madama Butterfly (1904) al settimo e l’incompiuta Turandot (1924) al nono.
Puccini arriva in un momento critico per l’opera italiana, sul finire dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, appunto, nel post-Giuseppe Verdi, che si apre alle influenze wagneriane. Puccini nasce in una famiglia di musicisti, attivi nella composizione di musica sacra e nell’insegnamento. A impartire l’educazione musicale al giovane Puccini è prima lo zio materno Fortunato Magi, poi il compositore Carlo Angeloni, entrambi ex allievi del padre Michele, che muore quando Giacomo ha cinque anni. Secondo Magi, il giovane è un allievo indisciplinato, non “particolarmente dotato”, ma Giacomo prosegue gli studi musicali e diventa prima fanciullo cantore poi organista.
Puccini studia prima all’Istituto Musicale Pacini di Lucca, poi al Conservatorio di Milano, dove studia con Amilcare Ponchielli. È in questi anni che conosce un altro importante compositore italiano, Pietro Mascagni, con il quale intesse una profonda amicizia, rinsaldata dal comune interesse per Richard Wagner. Un’altra amicizia importante è quella con il poeta scapigliato Ferdinando Fontana, che lavora ai libretti delle prime due opere di Puccini, Le Villi (1883) e Edgar(rappresentata per la prima volta nel 1889). Ancora prima, Fontana ha un ruolo decisivo nel percorso artistico del compositore toscano. Nel 1883 Puccini partecipa a un concorso organizzato dall’editore musicale Sonzogno il cui esito, però, è negativo, ma grazie all’aiuto di Fontana e al patrocinio dell’editore Giulio Ricordi, concorrente di Sonzogno, nel 1884 l’opera viene rappresentata al Teatro dal Verme di Milano, ottenendo un grande successo di critica e di pubblico. Non sempre questi due aspetti collimeranno nella carriera di Puccini: spesso, infatti, le sue opere non ottengono il plauso della critica che è, anzi, scettica nei suoi confronti.
È questo, però, un altro momento topico, perché segna l’inizio della collaborazione con Ricordi, che durerà per tutta la vita del compositore. Anche nei momenti più complicati come, ad esempio, dopo il fiasco di Edgar, che riceve un’accoglienza piuttosto fredda da parte del pubblico. Puccini pensa, poi, a nuovi soggetti, e la scelta ricade su Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut, romanzo dell’abate Antoine François Prévost pubblicato nel 1731. È così che inizia il lavoro su Manon Lescaut, che segna l’inizio del proficuo sodalizio artistico con i librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, che scriveranno i libretti delle successive tre opere, le più rappresentate del compositore (La bohème, Tosca, Madama Butterfly). Manon Lescaut viene rappresentata per la prima volta il 1° febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino: è subito un successo. L’opera presenta alcuni elementi che ritornano anche nelle opere successive del compositore: una donna protagonista e un finale tragico (la morte tocca in sorte a molte protagoniste femminili del repertorio pucciniano).
L’ispirazione per il secondo libretto arriva dal romanzo Scènes de la vie de bohème (Scene della vita di Bohème, 1851) di Henri Murger. La stesura dell’opera prosegue tra alti e bassi, intervallata dai numerosi viaggi di Puccini per le diverse messe in scena di Manon Lescaut, anche all’estero. Finalmente, nel febbraio 1896, arriva la prima de La bohème, che lascia entusiasta il pubblico ma meno la critica, che le riserva un atteggiamento tiepido. È, però, con quest’opera – oggi tra le più popolari al mondo – che Puccini raggiunge la fama internazionale.

Dopo il successo de La bohème, Puccini riprende un’idea maturata già ai tempi di Manon Lescaut, ovvero musicare La Tosca, dramma storico di Victorien Sardou. Anche in questo caso la scrittura si rivela tortuosa, in quanto per Illica e Giacosa non è semplice adattare un testo simile all’opera lirica. E anche stavolta non mancano le perplessità della critica. La prima rappresentazione della Tosca si tiene il 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma: il successo ottenuto non è paragonabile a quello de La bohème, ma in poco tempo l’opera approda nel repertorio di diversi teatri europei. In seguito Puccini si dedica meno alla composizione musicale e solo nel 1902 iniziano i lavori per Madama Butterfly, ispirata alla tragedia in un atto di David Belasco, che Puccini vede in scena a Londra. Ricordata come la prima opera esotica del compositore toscano – è ambientata in Giappone – rappresenta l’ultima collaborazione tra Puccini, Illica e Giacosa. Nonostante sia oggi una delle opere liriche più note a livello globale, inizialmente non riscuote successo. Anzi la prima è un disastro e segna l’inizio di anni particolarmente difficili per Puccini, dal punto di vista artistico e personale, segnati dal suicidio della giovane collaboratrice domestica Doria Manfredi nel 1909 e dalla morte di Giulio Ricordi nel 1912.
Negli anni successivi arrivano La fanciulla del West, primo caso in cui la prima di un’opera di Puccini si svolge fuori dall’Italia, al Metropolitan Opera di New York, nel 1910, e La rondine, operetta commissionata al musicista da una casa editrice viennese che, però, non ha grande successo (è il 1917 e imperversa la Prima guerra mondiale). In questi anni si dedica anche alla composizione de Il Trittico, ovvero tre opere in un atto, che comprende Il tabarro (su libretto di Giuseppe Adami), Suor Angelica e Gianni Schicchi (testi di Giovacchino Forzano). Nel frattempo Puccini, alla ricerca di nuovi modi per rinnovarsi, inizia a lavorare sulla Turandot, unica sua opera di ambientazione fantastica. L’opera rimane incompiuta: al musicista viene diagnosticato un tumore alla gola e muore il 29 novembre 1924. L’ultimo atto della Turandot, che contiene il duetto finale, viene ultimato da Franco Alfano in base agli appunti lasciati da Puccini. La prima dell’opera si tiene al Teatro alla Scala di Milano il 15 aprile 1926, con la direzione di Arturo Toscanini.
A cento anni dalla sua morte si ragiona ancora sull’eredità di Giacomo Puccini, il cui lavoro negli anni è stato analizzato secondo diverse chiavi di lettura. E su cui si è detto molto, a partire dalla rappresentazione della donna nelle sue opere, da un lato criticata, dall’altro intesa come un esempio di emancipazione, ma che è ancora oggi fonte di dibattito. La ricerca pucciniana si muove nella volontà di mantenere in equilibrio il Verismo, il melodramma verdiano, le influenze del Decadentismo e gli influssi wagneriani sul linguaggio e sulla struttura narrativa (un esempio è l’uso del Leitmotiv tipico del compositore tedesco, ovvero un tema musicale ricorrente associato a un personaggio, a un oggetto, a un concetto). In tutto questo rimangono al centro una forte intensità lirica ed emotiva e un quadro umano intricato.
«La mia musica viene ad essere come la ripercussione sonora di un’azione drammatica della mia sensibilità», diceva Puccini. A cento anni dalla morte è anche questo quello che rimane di uno dei compositori italiani più noti e studiati al mondo.