La moda metrosexual e lo scardinamento degli stereotipi di genere
“Come potete giudicar per i capelli che portiam” cantavano i Nomadi nel 1966, la società intorno a loro era completamente diversa da quella attuale, ma ha conservato una certa rigidità mentale, riservata soprattutto agli uomini e al loro aspetto. Nei ‘60 erano i capelloni, gli hippie, la prima controcultura che andava a scuotere la società, ma poi? Cosa è successo dopo?
I processi evolutivi permeano ogni spazio del vivere e se per costruire è necessario prima decostruire è esattamente quanto avvenuto nella moda, nel costume e nella società per quanto riguarda la figura del maschio e del concetto stesso di maschile.
È il 1994 quando fa la sua comparsa, per la prima volta, la parola “metrosexual”, un neologismo coniato dal giornalista Mark Simpson con l’intento di definire i cambiamenti dei modelli di riferimento per l’estetica maschile degli abitanti delle metropoli.
Nel 2000, lo stesso Simpson individua nel calciatore David Beckham il modello della moda metrosessuale (in seguito anche Cristiano Ronaldo e Rafael Nadal saranno inseriti in questa categoria). Chi è, dunque, il metrosexual? È un uomo, giovane, vive in una metropoli, ha un reddito e ne impiega gran parte per la cura di sé, tende ad avere un aspetto curato e tenta di migliorarlo sempre.
Nel 2016 Simpson conia un nuovo termine per sottolineare il mutamento dell’uomo così interessato allo sport da diventare “spornosexual”, un’attenzione all’aspetto fisico che deve essere il più perfetto possibile e deve essere mostrato sui social come oggetto di desiderio. Qui è proprio l’aspetto di sentirsi oggetto di desiderio a essere il protagonista: mentre il metrosessuale punta su moda e cosmetica, l’uomo spornosessuale cerca nello sport e nel fitness la chiave per raggiungere la perfezione narcisistica.
Le prime decadi del Duemila sono anni in cui l’attenzione per la cosmesi e la cura di sé degli uomini prende sempre più piede. I prodotti pensati esclusivamente per gli uomini iniziano a riempire gli scaffali e, soprattutto, i carrelli degli e-commerce. Gli uomini si affidano a Internet per l’acquisto e per informarsi di quali prodotti siano quelli più adatti alle proprie esigenze, aumentano le ricerche e gli interessi che circondano il mondo beauty, ma anche le visite da dermatologi e medici specializzati nel campo dell’estetica. Tra gli interventi più richiesti ci sono soprattutto punture e trattamenti laser che agiscono in maniera significativa, ma sono poco invasivi. Compaiono nel mercato estetico anche filler ad hoc che riescono a rimodellare l’angolo mandibolare e definiscono il viso in maniera più accentuata, grazie all’unione di idrossiapatite di calcio e acido ialuronico.
Anche nella moda si può ravvisare un percorso di cambiamento di standard culturali dell’uomo inteso come lo era fino al dopoguerra, un uomo rinchiuso nei propri stereotipi di genere.
A ripercorrere le tappe della moda è difficile riscontrare un vero e proprio momento di rottura, mentre si può individuare un percorso più o meno evidente che scorre lungo tutte le epoche.
Nella seconda metà del ‘900 è stata la dirompenza di molte icone pop a fare la differenza nell’immaginario collettivo.
David Bowie, dai primi anni ‘70, ha iniziato un processo legato a doppio filo tra estetica e musica. I look di Bowie entrano nel dibattito pubblico, proprio perché scardinano l’idea di uomo avuta fino a quel momento. Dalla copertina del disco The Man Who Sold the World che ritrae Bowie in abiti femminili inizia una instancabile volontà di metamorfosi, tanto da arrivare al look androgino che, di fatto, super lo stesso concetto di sesso maschile e femminile.
In Italia si può fare un parallelismo con il Renato Zero di quegli stessi anni. Per tutti i ‘70 e gli ‘80 Zero si è contraddistinto per costumi e trucco mutuati dal glam rock. Iconico con tacchi, trucco vistoso e paillettes, più di una volta ha detto di sentirsi un marziano arrivato a Roma. L’idea dell’alieno scevro di preconcetti e che indossa semplicemente ciò che trova più bello è alla base di uno shooting fotografico che diventa iconico nel 1999, quello di Brad Pitt in abiti femminili su Rolling Stones. L’attore dirà esattamente di voler dare l’idea di essere un extraterrestre al di fuori dai pregiudizi che decide cosa indossare solo in base al gusto estetico. A rendere ancora più evidente il contrasto è la forma fisica, perfettamente definita, di Pitt che in quel periodo è nelle sale con Fight Club. L’attore si è fatto anche appositamente scheggiare un dente per essere più credibile nella parte di Tyler Durden e ha i capelli tagliati molto corti.
Nonostante il processo dovrebbe essere già stato assorbito dalla società, dato che, come si è visto, è sotto gli occhi di tutti da più di 40 anni, una parte di opinione pubblica è ancora attaccata a una stereotipizzazione di genere.
Nonostante un certo irrigidimento di una parte del pubblico, il mercato della moda ha sposato l’abbattimento delle distinzioni di genere già da anni. Sono soprattutto da notare il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, con la collezione MX, e Marc Jacobs con la collezione Heaven byMarc Jacobs. Anche Stella McCartney ha lanciato la collezione Shared che, fin dal nome, rivendica la fluidità e la non appartenenza a un genere prestabilito.
A rendere evidente come l’istanza sia portata avanti da grande parte della popolazione, soprattutto dai più giovani, anche i colossi della fast fashion puntano a una moda quanto più inclusiva e genderless possibile come ad esempio la collezione Denim Wo(Man) di Zara.
Le radici della moda genderless sono lontane. Il primo capo realmente pensato indistintamente per uomini e donne è stata la tuta, creata nel 1919 proprio con l’ambizione di diventare l’abito universale. Furono gli artisti futuristi Thayaht e Ram Michahelles a pensarla: un pezzo unico di tessuto tagliato a T, con sette bottoni e una cintura. L’avanguardia genderless, nella moda, è portata avanti da numerosi stilisti, quali Jacques Esterel (con la gonna per uomo), Vivienne Westwood (con le contaminazioni di genere in chiave punk), Jean Paul Gaultier (grazie al suo “guardaroba per due” del 1988), Yohji Yamamoto (promotore del gender neutral dal 1983).
Anche il mondo della cosmetica lavora in questa direzione: Danny Gray è il fondatore di War Paint For Men, una linea di make-up pensata e creata per il pubblico maschile. Givenchy, invece, sposa l’idea genderless con la linea “Mister” che, a dispetto del nome, si pone come universale per uomini e donne. In Italia c’è stato Fedez che ad aprile 2021 ha lanciato la sua linea di smalti. Mentre, per citare fenomeni di costume più recenti a Zero, basta guardare al Sanremo appena passato e ai look dei suoi vincitori, Mahmood e Blanco.
La visione dell’estetica maschile è, dunque, in continuo mutamento. Sembra però che la Generazione Z sia più sensibile sull’identità di genere, l’inclusività e le tematiche di autodeterminazione non binarie, rispetto alle generazioni precedenti. La possibilità che la determinazione dell’individuo passi anche dal campo estetico potrebbe rivelarsi la chiave di volta di una rivoluzione tentata, ma sempre sopita.