Un filosofo dell’800 talmente immortale da essere utile a interpretare i timori intorno all’Intelligenza Artificiale: Søren Kierkegaard
L’ampiezza di respiro del pensiero di un filosofo si dimostra nella capacità di costruire strumenti per decodificare il presente pur vivendo in secoli ben lontani dalle sfide che il presente pone, continuamente, ai viventi.
«L’angoscia si può paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi al fondo di un abisso, è preso dalla vertigine. Ma la causa non è meno nel suo occhio che nell’abisso; perché deve guardarvi. Così l’angoscia è la vertigine della libertà» viene scritto da Kierkegaard nel 1844 ne Il concetto dell’angoscia e sicuramente affacciarsi nell’universo dell’Intelligenza Artificiale non può che generare sentimenti di angoscia e libertà. Angoscia e libertà per una forma di conoscenza nuova e con prospettive uniche. Perché, come illustrato dalle speculazioni del filosofo danese, libertà e angoscia sono intrinsecamente collegate dato che l’infinita possibilità che caratterizza il tempo attuale ha due aspetti: uno di libertà, che è un volto luminoso che ritorna al soggetto come vertigine, un altro è il volto buio dell’angoscia che diviene il residuo dell’azione positiva della libertà, rendendo evidente come ombra e luce coesistano.
Kierkegaard in Timore e tremore ritiene l’angoscia pericolosa per gli “smidollati”, ovvero coloro che, manchevoli di capacità di discernimento, rischiano di cedere al nero abisso dell’angoscia e non alla luce della possibilità, rischiando di trovarsi paralizzati dalla paura e non più in grado di esercitare la libertà. La paura, va comunque ricordato, è un sentimento positivo e irrinunciabile dato che è grazie alla paura che è possibile misurarsi con cose rischiose e riesce a divenire un pungolo intenso e formidabile, un vero e proprio stimolo per la definizione di vita come ricerca.
Proprio l’angoscia sembra essere alla base della decisione di Geoffrey Hinton che, nel maggio 2023, ha annunciato l’abbandono di ogni incarico presso Google – dove ha lavorato per circa un decennio perfezionando l’Intelligenza Artificiale – per poter parlare proprio dei pericoli dell’IA in maniera totalmente libera. Il lavoro decennale sulle reti neurali dello psicologo cognitivo, scienziato e informatico è stato la base per lo sviluppo del machine learning ma adesso Hinton spiega su Twitter che, nonostante si tranquillizzi del fatto che “Google ha agito in modo molto responsabile”, le diverse AI “in questo momento, non sono più intelligenti di noi, per quanto ne so. Ma penso che presto potrebbero esserlo” aggiungendo ai microfoni della Bbc che il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano; “in questo momento, quello che stiamo vedendo è che cose come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale che ha e la oscura di gran lunga. In termini di ragionamento, non è così buono, ma fa già un semplice ragionamento. E dato il ritmo dei progressi, ci aspettiamo che le cose migliorino abbastanza velocemente. Quindi dobbiamo preoccuparcene”.
Se si volesse cercare di costruire una storia della paura sarebbe interessante notare come l’uomo non abbia paura e non abbia avuto paura sempre nello stesso modo. Mentre in passato la paura dipendeva da fatti empirici – ad esempio, come ricorda Vittorio Alberti, le preghiere per le seminagioni concludevano con l’invocazione di liberare i supplici dalla folgore, dalla grandine, dalla tempesta, dalla peste, dalla fame e dalla guerra – e dunque si trattava di paure seppur violente e intense, prevedibili e arginabili; con l’avvento del tempo contemporaneo le paure si tramutano in imprevedibili e non catalogabili. Con l’avvento della tecnica e della tecnologia si apre, appunto, un universo di infinite possibilità che genera angoscia proprio per le infinite possibilità che in sé contiene. Ed ecco tornare Kierkegaard.
L’angoscia esistenziale per le infinite possibilità traspare anche dalle preoccupazioni di Yoshua Bengio, altro nome cruciale intorno all’Intelligenza Artificiale: «premesso che nessuno sa davvero cosa accadrà nel prossimo futuro, posso dire che sono allo stesso tempo ottimista ma anche molto preoccupato. Sono ottimista perché penso che l’IA possa offrire e anzi abbia già offerto servizi estremamente utili e importanti alla società rendendosi utile in campi come la lotta al cambiamento climatico, l’assistenza sanitaria, l’istruzione o ancora l’efficienza industriale e i servizi. Quello che vediamo oggi è solo la punta dell’iceberg». Il vincitore del Turing Award nel 2018 nonché fondatore e direttore scientifico del Mila – Quebec AI Institute ha lavorato intensamente al deep learning e, in diverse interviste, si dice preoccupato dal “rischio che strumenti molto potenti come l’IA possano venir utilizzati da organizzazioni criminali o governi autoritari e militari per controllare le persone, ad esempio per costringerle a votare in un modo o a comprare quello che si vuole. Man mano che l’IA diventa più potente, contemporaneamente diventa più facile fare queste cose”.
Secondo quanto sosteneva quasi 200 anni fa Søren Kierkegaard l’angoscia di fronte alla libertà è la vera formatrice dell’uomo in quanto essere libero, in grado di guardare verso la dimensione del futuro: «colui che è formato dall’angoscia è formato mediante possibilità. E soltanto chi è formato dalla possibilità è formato secondo la sua infinità», ma la formazione alla libertà avviene solo attraverso l’esperienza del suo aspetto più cupo: la consapevolezza che ogni momento l’essere umano è esposto al fallimento e alla morte. Secondo Kierkegaard l’angoscia nasce in seno alla consapevolezza che proprio perché tutto può essere, allora è impossibile sapere cosa succederà. È l’angoscia propria di Adamo che davanti al divieto di mangiare il frutto della conoscenza esperisce per la prima volta la differenza tra il bene e il male, non comprendendo il divieto stesso. Adamo è posto davanti a una scelta – tra l’obbedienza e la disobbedienza – di cui non può comprendere le conseguenze, ma è comunque chiamato a scegliere. Anche le Intelligenze Artificiali sono poste di fronte a delle scelte, ma se per l’uomo l’indeterminatezza diviene la spinta verso l’angoscia esistenziale della impossibilità ovvero la scelta tra volere o non volere se stesso (se l’io sceglie di volere se stesso, ovvero realizzare se stesso fino in fondo, si trova dinnanzi alla propria limitatezza essendo impossibile compiere il proprio volere fino in fondo; mentre se l’io rifiuta se stesso deve divenire altro da sé ed essere posto davanti a un’impossibilità ancora maggiore), la macchina davanti a cosa viene posta? Quale motore immobile muove i processi decisionali di una macchina? Qual è, in ultima analisi, l’io di un oggetto? Per Kierkegaard la malattia mortale dell’uomo, che è la disperazione, è propria di uno spirito incarnato cioè di un essere che ha in sé una libertà che non è necessità, ma libertà condizionata dalla possibilità di ciò che può accadere, mentre le possibilità dell’Intelligenza Artificiale si trovano a essere unicamente infinite, la macchina è dunque manchevole dell’esperienza della morte e della sua limitatezza. E per questo insegnamento non basterà staccare la spina.