Un’evoluzione dal culto del bello a figura angelico-tentatrice per poi diventare interprete di sé stessa

La donna, che fosse reale o personaggio frutto dell’immaginazione, ha da sempre assunto un ruolo fondamentale nell’ispirazione artistica di molti artisti e scrittori, immortalata in splendide pennellate ed in capolavori letterari. Cosa sarebbe stato Botticelli senza Simonetta Vespucci, Raffaello Sanzio senza Margherita Luti oppure Dante senza Beatrice? Probabilmente non conosceremmo quelle opere che oggi osserviamo sovente, capaci di inebriare il nostro io connettendo le anime, tramite un filo sottile quasi impercettibile, a stento comprensibile ma che ci fa sentire bene. Attraverso i sentimenti espressi in queste maestose opere, comprendiamo come tutti proviamo amore, tristezza, vergogna: dall’angoscia di un affetto tradito, dal tormento per un sentimento non corrisposto o dal rimembrare un amore forte, vissuto.

La donna, meraviglia del creato, nella visione della Creazione è l’ultima creatura di Dio, quella dove Egli inserisce tutte le perfezioni, colei capace di elevarsi rispetto allo status dell’uomo. In grado di superare questa condizione, la Madonna genera la Sacra Vergine. Proprio per questo motivo, la donna è un soggetto così frequente nelle rappresentazioni: non c’è stata arte senza donna, tanto da contribuire a scrivere la storia dell’arte. Se osserviamo i quadri e le sculture di maggior prestigio, non è difficile rendersi conto che le opere raffigurano sovente corpi e volti femminili. Certamente il modo di rappresentarla si è evoluto nel corso del tempo, sia per il cambiamento del pensiero che per le modifiche tecnico-stilistiche rappresentative, in linea con il gusto e le tendenze della società.

Nell’età di mezzo, osserviamo un percorso involutivo: la religione, assumendo un ruolo centrale nella società dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, mette un freno alla raffigurazione della donna. È una storia di sottomissioni e di ruoli prettamente domestici, vista solo come santa o come peccatrice. La bellezza femminile era riservata esclusivamente alle immagini religiose. La figura di Maria, infatti, era la protagonista indiscussa nella sua totale sacralità. Presentate composte, soavi ed eleganti, ne è esempio la “Madonna Rucellai” di Duccio di Buoninsegna, dove la Vergine si presenta maestosa. Imperativa e composta, dipinta al centro con in braccio il Bambino. Solo con Giotto osserviamo una Vergine “umanizzata”: è il caso della “Madonna di Ognissanti”, nel quale rinnova il genere della Maestà. Il pittore, infatti, ne mette in risalto il lato umano dolce ed espressivo, che non è più un’icona distante ma una persona vera, “fatta di carne ed ossa” in uno spazio definito, reale.

Ma l’immagine della donna viene stravolta completamente nell’epoca rinascimentale: non è più costretta ad uniformarsi nei modelli di Eva o di Maria, ma riveste un ruolo “pubblico”. Ed è proprio la bellezza soprasensibile che pone il suo punto di riferimento nell’immagine della Venere, concentrata sul simbolismo neoplatonico. Testimonianza rappresentativa è la “Nascita di Venere” di Botticelli, dove la donna diventa veicolo dell’amore come forza motrice della natura e della vita, legata al concetto di Humanitas, intesa come bellezza spirituale, volto di purezza e semplicità. Esplicito, invece, è Tiziano nella sua maestosa opera “Amor sacro e Amor profano”, dove simboleggia la Venere celeste e la Venere volgare, due figure distinte ma unite da un unico ideale di bellezza. La donna diventa soggetto e oggetto carnale, non fisico ma umano, assumendo proporzioni ben definite.

È solo nel corso del Seicento che osserviamo una significativa e progressiva evoluzione dell’immagine femminile: la donna si spoglia del religioso, per indossare abiti padronali, diventando educatrice, massaia. Iconica è la “Lattaia” di Johannes Vermeer, dove l’artista evidenzia una scena di cucina rappresentando una donna forte e robusta, colta nella piena quotidianità del fare.

Dal XIX secolo in poi, la condizione femminile inizia a migliorare rispetto ai secoli precedenti. Una vera svolta rappresentativa è certamente l’opera di Eugène Delacroix in “La Libertà che guida il popolo”, dove la Libertà è impersonificata da un soggetto femminile, con i vestiti logori che imbraccia un fucile. La donna, per la prima volta in tutta la storia dell’arte, non è oggetto ma soggetto allegorizzato: è protagonista, è la reincarnazione delle virtù sociali e della rivoluzione francese.

Verso la fine dell’Ottocento, le donne acquistarono maggior indipendenza e iniziarono ad affermarsi concretamente sul piano sociale. Contemporaneamente, artisti dell’Art Nouveau, ritraevano il soggetto femminile attraverso forme seducenti, fortemente femminili e idealizzate. La pubblicità ebbe un ruolo significativo nel determinare il modo in cui il pubblico percepiva le donne, utilizzate per vendere prodotti e suggerire stili di vita ai consumatori. In particolare, il fascino e la sensualità sono celebrati nelle affiches disegnate da Mucha per le sigarette Job: l’immagine della donna sedotta dal piacere del tabacco, con lunghi capelli trasformati in spire e il fumo che sale verso l’alto è fortemente provocatoria. Ma non solo: la figura è associata alla forza generatrice della natura e la donna è allegoria del mondo naturale, come nei manifesti dedicati ai fiori “Les Fleurs”, nei quali l’artista paragona i significati delle piante ai vari aspetti caratteriali del genere femminile. Ad esempio, il garofano e la rosa sono associati a donne seducenti e passionali, mentre l’iris e il giglio a giovani intraprendenti e coraggiose.

Nonostante questo spaccato idilliaco, la cultura estetica del periodo enfatizza una tipologia di donna: la femme fatale. È una donna ambigua, seduttrice e pericolosa che riflette pienamente i cambiamenti valoriali dell’epoca: l’annullamento del sistema patriarcale e i primi fervori dell’emancipazione femminile. Contemporaneamente, Freud si riferiva ai miti della letteratura con le sue figure di donne vendicatrici, da Medea ad Atena. Ed è proprio in quel momento che gli artisti rivedono il proprio modus operandi. Parliamo di Edvard Munch, ne “Amore e dolore”, in cui il soggetto femminile è rappresentato come demone predatore, o Franz Von Stuck ne “Il peccato”, nel quale mostra la figura di Eva immersa in un profondo nero, avvolta da un serpente, che si rivolge direttamente allo spettatore per condurlo alla perdizione, attraverso uno sguardo sì diabolico ma ammaliante.

Donne ambigue, fatali, tenebrose ma anche anticonformiste e anticonvenzionali: sono i soggetti raffigurati da Ramon Casas, dipinti in posizioni scomposte, completamente disinteressati nel mantenere un profilo decoroso. Erano donne sia borghesi che umili, ritratte nel loro intimo. Ma il volto e il corpo femminile si fa carico anche di valori decadenti, come nel caso de “L’assenzio”, opera iconica di Degas: la bevitrice, rinomata attrice Ellen Andrée, è persa nel vuoto e si abbandona totalmente ai piaceri dell’alcool, diventando metafora della decadenza sociale e mondana della vita cittadina parigina trascorsa all’interno dei locali notturni.

Metaforicamente, l’emancipazione possiamo intravederla come un fiore, che germoglia durante il periodo delle suffragette per poi fiorire nella rivisitazione della figura femminile nella società e nelle rappresentazioni artistiche avanguardiste. La donna novecentesca inizia a riflettere sulle proprie capacità, tentando di modificare quel modello sociale che la rappresenta chiusa all’interno delle mura domestiche. L’opera che evoca al meglio questo tentativo emancipatorio è “Il Dubbio” di Giacomo Balla: la donna si fa interprete di sé stessa, prendendo consapevolezza del ruolo attivo che potrebbe e dovrebbe avere nella società.

Com’è la raffigurazione femminile oggi, nella contemporaneità? Certamente, l’evoluzione e la consapevolezza hanno portato ad una modifica della rappresentazione oggettiva della figura umana, che non è e non sarà più maschile o femminile, bensì mista. A prescindere da quale percorso figurativo sceglieremo di percorrere, la bellezza del corpo femminile e del corpo maschile, saranno sempre fonti ispiratrici. Apriamoci verso nuovi orizzonti, non per evolverci, bensì per rivoluzionarci.