ANSA/ANGELO CARCONI

I colori della vitalità, dell’armonia e dell’equilibrio tra i generi

della prof.ssa Angela Gadducci

È in corso anche quest’anno la campagna “16 Days of Activism against Gender-Based Violence”, sedici giorni di attivismo per promuovere la prevenzione e l’eradicazione di tutte le forme di violenza contro il genere femminile.

La campagna, che ha preso il via il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, si protrarrà per 16 giorni fino a confluire, il 10 dicembre, nella Giornata Internazionale per i diritti umani, a sottolineare come la rilevanza della violenza di genere, risultando nell’intero Pianeta come la più gravosa e pervasiva violazione dei diritti umani, non possa esaurirsi nell’arco di una giornata: già accentuata dalla recente pandemia, la sua evoluzione è ora tragicamente accelerata in quei contesti sociali ed istituzionali contrassegnati dalle crisi dovute al cambiamento climatico, al conflitto globale e all’instabilità economica. Si tratta di un’iniziativa, sostenuta dalla società civile e istituzionale di tutto il mondo, che dal 2015 annualmente si rinnova su proposta dell’ONU per promuovere interventi di sensibilizzazione sul fenomeno della violenza di genere e attivare misure idonee per prevenirlo e contrastarlo in nome dell’eguaglianza, della non discriminazione e del rispetto dei diritti umani. Parallelamente alla campagna nota come “16 Days Campaign” e a sostegno della medesima, il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon lanciò nel 2008 la campagna “UNiTE” che da allora si ripete annualmente: una rete di mobilitazione sociale che intraprende azioni di sensibilizzazione e informazione tese alla condivisione di conoscenze ed esperienze acquisite rispetto al superamento del problema della violenza di genere. Il focus della campagna, che risponde allo slogan “UNiTE! Attivismo per porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, è l’azione, l’operosità, l’unione delle forze di ciascuno alle iniziative promosse dagli organismi istituzionali preposti alla difesa delle pari opportunità: un appello rivolto a tutti gli stakeholder (governi, società civile, organizzazioni femminili, giovani, settore privato, media) affinchè -accomunandosi- sostengano gli ideali degli attivisti, oppongano resistenza ad ogni forma di discriminazione, forniscano alle donne di tutto il mondo gli strumenti necessari per poter riconoscere situazioni e fattori di rischio infondendo loro il coraggio per sporgere denuncia. Nel nostro Paese, per esempio, dal 1° gennaio al 24 novembre 2022 sono state massacrate ben oltre un centinaio di donne, una ogni tre giorni, e la maggior parte di esse ha trovato la morte per mano di congiunti, mariti, compagni ed ex partner che non sopportano di perdere il controllo e il possesso delle loro donne. Nello stesso periodo sono state registrate oltre 4.400 violenze sessuali, con un aumento del 9% rispetto al 2021. Oltre il 60% delle vittime ha dichiarato di subire violenze da anni e i maltrattamenti più denunciati sono la violenza domestica (53%), quella psicologica (30,5%), la violenza sessuale (9%), lo stalking (3%), il bullismo (3%), violenze online (1,5%): un grave allarme sociale, senza considerare che, su scala globale, il 35% delle donne sperimenta almeno una volta nella vita qualche forma di violenza fisica e/o sessuale e che oltre 700 milioni di femmine sono andate in sposa da bambine. 

Da qui l’importanza della parola d’ordine “UniTE!” per sfidare convenzioni sociali, invocare meccanismi di protezione, costruire solidarietà. Si tratta di uno sforzo globale e pluriennale che, al di là delle specifiche iniziative dedicate a donne, ragazze e minori, si pone in linea con il tema dell’uguaglianza di genere, della leadership e dell’ empowerment delle donne che continua ad essere una priorità trasversale in tutti i progetti di cooperazione tesi al raggiungimento dell’OSS(Obiettivo di Sviluppo Sostenibile) n.5 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite[1]

Questi sedici giorni di attivismo sono noti anche come orange days perchè l’iniziativa, inserita nella campagna ONU fin dal 2015 e conosciuta come “Orange the word”, vede nell’arancione il colore-trait d’union che lega tutti gli eventi che ne fanno parte, a simboleggiare un futuro luminoso e ottimista libero da questo tipo di violenza. “Colora il mondo di arancione” è l’invito lanciato dall’ONU anche per la campagna 2022: l’arancione, tema unificante che percorre tutte le azioni della campagna “UniTE!”, è il colore individuato per rappresentare la famiglia umana in un mondo a venire inondato del colore del sole e della vita. L’arancione comunica energia, tenacia, coraggio e, in psicologia, stimola la tolleranza, l’accoglienza, la socializzazione.

Al colore rosso si associa, invece, la “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne”, una ricorrenza che si rinnova ormai da 41 anni, da quando venne istituita nel lontano 1981 in occasione del primo “Incontro Internazionale femminista delle donne latinoamericane e caraibiche” che si svolse in Colombia. Tale commemorazione è stata poi definitivamente sancita dall’ONU nel 1999 dopo l’approvazione a Vienna nel giugno 1993 della Dichiarazione e del Programma d’Azione per la promozione e tutela dei diritti umani nel mondo, a conclusione della Conferenza Mondiale dell’ONU sui Diritti Umani che riconosceva la sopraffazione sulle donne come fenomeno sociale da combattere. La data designata per la celebrazione è come sempre il 25 novembre e da alcuni anni a questa giornata si associano delle scarpe rosse. 

Sono state utilizzate per la prima volta nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet nell’istallazione artistica della sua piece “Red shoes” messa in scena al Consolato messicano di El Paso in Texas, dove centinaia di scarpette rosse abbandonate in una piazza stavano a simboleggiare, per tutti, le centinaia di donne stuprate e uccise a Ciudad Juarez e, per l’autrice, la sorella uccisa dal compagno a soli 22 anni. Da allora le scarpe rosse sono diventate il simbolo del femminicidio e della denuncia di abusi sulle donne. Il rosso, emblema della piaga dei femminicidi, è un simbolo  vistoso, potente, di effetto immediato: rappresenta il sangue delle donne uccise dal dominio sessista, ma è anche il colore dell’amore possessivo, della passione che si trasforma in violenza, in male, diventando accecante e intollerabile. E le scarpe vuote, che urlano lo strazio, la vergogna e il terrore delle vittime che le hanno calzate, assumono anche un altro valore simbolico: si ergono a vessillo di una lotta silenziosa ma tenace contro ogni forma di squilibrio relazionale, diseguaglianza e discriminazione a svantaggio del genere femminile. 

Ma rosso è anche il Codice che si propone di rafforzare la tutela delle vittime di  maltrattamenti, lesioni, atti persecutori e violenza sessuale domestica e di genere: nel luglio 2019 venne emanata la Legge n. 69 che, in seno alle disposizioni in tema di violenza di genere connessa a contesti familiari o di convivenza, introdusse un provvedimento definito “Codice Rosso”, ovvero una corsia preferenziale per la trattazione dei reati contro le donne (il  pubblico  ministero  assume informazioni dalla persona offesa anche in forma orale) nell’intento di velocizzare l’instaurazione del procedimento penale per i delitti di violenza domestica e di genere, accelerando conseguentemente l’eventuale adozione di provvedimenti a protezione delle vittimedi tali reati[2].  

NOTE

[1] In seno all’Agenda 2030 che, approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 25 settembre 2015, individua 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) da realizzare a livello globale entro il 2030, l’Obiettivo n.5 prescrive il raggiungimento dell’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile al fine di annullare ogni forma di discriminazione.

[2] Legge n. 69 del 19 luglio 2019, Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. 

FOTO: ANSA/ANGELO CARCONI