AMAZZONIA DEFORESTAZIONE

La lotta dei popoli indigeni prosegue con la risalita al potere di Lula che promette: “creerò un ministero per i popoli”

Si chiama Ari Uru-Eu-Wau-Wau e dall’aprile del 2020 è diventato il simbolo della storia dei popoli indigeni brasiliani, del loro genocidio, della loro lotta quotidiana per avere giustizia in un oggi caratterizzato dal cambiamento climatico e in un Brasile in cui, dopo anni, il presidente Jair Bolsonaro è stato sconfitto proprio sull’onda del suo disprezzo per l’Amazzonia e i suoi abitanti.

L’ultima volta che Ari Uru-Eu-Wau-Wau, il 33enne leader indigeno del Grupo de vigilantes e protetores do território, è stato visto vivo, poco prima della mezzanotte del 18 aprile del 2020, si trovava nel cosiddetto bar di Guiga, un locale nel sud dell’Amazzonia che prende il nome dal suo proprietario. La mattina dopo il corpo di Ari è stato trovato sul ciglio di una strada a circa mezz’ora dal bar con testa incrostata di sangue. Il suo telefono era nascosto nell’erba a pochi metri di distanza, ai lati della strada quel che resta della foresta pluviale amazzonica.

La storia brasiliana degli Uru-Eu-Wau-Wau, di cui Ari faceva parte, inizia negli anni 70 quando i militari aprono un sentiero nella parte incontaminata della foresta. Dal quel momento l’Amazzonia divenne l’El Dorado del Sud America: metalli, gioielli, piante, animali e materie prime mature, un posto ricco da sfruttare e distruggere sullo slogan del “una terra senza uomini per uomini senza terra”.

Ma gli uomini, in quella terra, c’erano: gli indigeni, divisi in centinaia di gruppi. Oggi restano circa 200 rappresentanti degli Uru-Eu-Wau-Wau, la maggior parte dei quali vive in 6 comunità sparse in una riserva di 1,8 milioni di ettari nella Rondônia, uno dei 9 Stati brasiliani che compongono l’Amazzonia spremuta da taglialegna e allevatori.

Le responsabilità a Bolsonaro, alla presidenza brasiliana per quasi quattro anni, sono diverse: ha svuotato l’agenzia statale incaricata di proteggere i gruppi indigeni, nota come FUNAI, privato di fondi e personale le agenzie ambientali, dato libero spazio a taglialegna, minatori, allevatori e cacciatori di invadere la foresta. Il 99% di tutte le attività di deforestazione del 2021 conteneva indicazioni di illegalità, con un aumento esponenziale di aggressioni e assedi ai danni degli indigeni.

È a questo che si imputa la morte di Ari, i cui responsabili non sono ancora stati individuati, ma i popoli indigeni che rappresentava vedono ora un faro di speranza nella recente vittoria del presidente socialista Lula che ha promesso: «preparatevi, popolo indigeno del Brasile, perché creerò un ministero per i popoli indigeni. Preparati, perché il FUNAI non sarà più guidato da un uomo bianco con gli occhi verdi. Sarà gestito da un uomo o una donna indigeni».

La speranza, per i popoli e l’Amazzonia tutta, sarà l’ultima a morire.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: SHUTTERSTOCK