30 anni fa, il 5 aprile 1994, il cantante e chitarrista dei Nirvana si toglieva la vita. Spesso il racconto della sua storia cade nella retorica della tragedia e tralascia le molte sfaccettature di un artista poliedrico e complesso

Le ricorrenze, gli anniversari della nascita di un artista, e soprattutto della sua morte, sono ambigui. Da un lato l’istinto e l’urgenza, tramutate in impegno, nel ricordare – giustamente – cosa quella persona ha fatto in vita e cosa ci ha lasciato. Dall’altro la tendenza a ripercorrere la sua dipartita, a scandagliarne ogni dettaglio, per cercare chissà cosa, forse una risposta, forse una conferma, ennesimo luogo sicuro in cui far abitare la tendenza umana a catalogare e a classificare. Spesso, nel ricordare una o un artista che non c’è più si parte dalla fine, da una data precisa. Colpevolmente cadiamo anche noi in questo tranello, un espediente per andare oltre. Esattamente 30 anni fa, il 5 aprile 1994, moriva Kurt Cobain. Molto si è detto sulla sua vita e sulla sua morte, appunto, tra chi non crede alla tesi del suicidio e pensa sia stato ucciso, tra libri e documentari, tra chitarre spaccate, chitarre all’asta, tra giudizi e pregiudizi sulla vita privata, tra l’avversione, il mito della rockstar e il culto del martire mediatico.

Kurt Cobain era il cantante e chitarrista dei Nirvana, band che assurgerà (in parte suo malgrado) al ruolo di icona del grunge agli inizi degli anni Novanta. Ma amava anche dipingere, come ci ricorda, tra le altre cose, la copertina di Incesticide, raccolta di b-sides, cover, inediti, nuove versioni di pezzi già noti, del gruppo di Seattle, pubblicata nel 1992. Spesso nel descrivere le sue opere e il suo percorso artistico in generale vengono usati i seguenti termini: l’angoscia, il tormento, la disperazione, la disillusione, il disagio esistenziale, le paure, i demoni, la furia. Ora, noi che non lo abbiamo conosciuto possiamo solo ipotizzare che tutto ciò gli appartenesse ma non darlo per scontato. Nei suoi dipinti e disegni, però, possiamo vedere anche tanto altro. Colori accesi, vibranti, ironia, sarcasmo, nonsense, arguzia, grottesco, tenerezza, una visione solo apparentemente caotica ma tremendamente lucida. Così come nei testi delle sue canzoni, spesso scritti con il metodo del cut-up.

Possiamo anche ipotizzare che nella sua musica ci sia quel bambino nato il 20 febbraio 1967 ad Aberdeen, nello Stato di Washington, che a 6 anni disegna fedelmente a memoria Topolino e altri personaggi Disney, che canta, comincia a suonare il pianoforte e si avvicina sempre di più alla musica grazie alla zia Mary Fradenburg Earl, musicista, che lo invita alle prove della sua band, gli regala molti dischi così come la sua prima chitarra elettrica e il suo primo amplificatore, a 14 anni. C’è anche il dolore per il divorzio dei genitori, nel 1975, che lo segna profondamente e che, come dichiarerà lui stesso in un’intervista rilasciata al giornalista e critico musicale Jon Savage nel 1993, determinerà quella tensione costante verso un tipo di normalità che sentiva di non avere più.

La musica rimane il perno della sua crescita: dai primi ascolti dei Ramones, dei Beatles, dei Monkees, fino all’incontro con Buzz Osborne dei Melvins, una delle band più influenti della scena alternativa statunitense. È proprio “King Buzzo” ad avvicinare il giovane Kurt al punk e all’hardcore punk, ai Black Flag, ai Flipper, ai Butthole Surfers,ai Minor Threat e ai Dead Kennedys. E proprio lì trova la sua dimensione culturale e politica. Negli anni gli ascolti di Cobain si ampliano e diversificano dai Velvet Underground a David Bowie, fino ai Black Sabbath, gli Hüsker Dü, i Dinosaur Jr., Iggy Pop e gli Stooges, e ai Sonic Youth – fondamentali nel percorso dei Nirvana -, ai Vaselines, ai Pixies, ai Bad Brains, ai Meat Puppets, solo per citarne alcuni. Dei brani di alcuni di questi artisti farà delle cover insieme ai Nirvana, come Molly’s Lips, Son of Gun e Jesus Don’t Want for a Sunbeam dei Vaselines, Lake of Fire dei Meat Puppets e The Men Who Sold The World di Bowie. Queste ultime tre compaiono nel famoso MTV Unplugged in New York,l’album che ripropone il concerto acustico registrato dalla band ai Sony Studios. Un disco, questo, che mostra la trasversalità della musica dei Nirvana e il suo aspetto melodico, presente in modi differenti anche nei dischi precedenti Bleach (1989), Nevermind (1991) e In Utero (1993), insieme alla causticità e alla ruvidezza. Danny Goldberg, manager dei Nirvana e amico di Cobain, nel libro Serving the Servants: Ricordando Kurt Cobain scrive che il cantautore“era in grado di combinare la struttura di una canzone pop con l’hard rock”e cheriusciva a comunicare“sfruttando linguaggi culturali diversi: l’energia dell’hard rock e l’integrità del punk, la familiarità contagiosa delle hit pop e il fascino stimolante della coscienza sociale”.

Per comprendere meglio questa affermazione, così come le diverse sfaccettature di Cobain, dobbiamo tornare al piano storico e lievemente nozionistico. E torniamo al 1985, quando Kurt Cobain si trasferisce nella piovosa Olympia (ma siamo pur sempre nello Stato di Washington), 100 chilometri a Sud-Ovest di Seattle, dove si mantiene facendo l’insegnante di nuoto. In questo periodo insieme a Dale Crover dei Melvins fonda la sua prima band, i Fecal Matter.Zia Mary gioca ancora un ruolo essenziale: mette infatti a disposizione la sua casa, dove il gruppo registra la prima demo, Illiteracy Will Prevail, 8 tracce immerse nel punk e nel noise. L’anno seguente la band si scioglie, ma Cobain fa ascoltare la demo al bassista Krist Novoselic, conosciuto tempo prima. A Novoselic quella musica piace, ne rimane colpito, e i due decidono di suonare insieme. Cambiano diversi nomi fino a quando non arrivano a quello definitivo, Nirvana, che richiama il concetto buddhista della liberazione dal dolore e rimanda a un affrancamento dalla sofferenza: questo era il punk per Kurt Cobain. Dopo diversi (cioè tanti) cambi alla batteria, nel 1988 i due assoldano Chad Channing e pubblicano il singolo Love Buzz, cover del gruppo psych-rock olandese Shocking Blue, e, l’anno seguente, il primo album Bleach per laSub Pop, una delle prime etichette a occuparsi di grunge. Channing rimarrà nel gruppo fino alle prime sessioni di Nevermind, nel 1990,ma poi lascerà per “divergenze”, chiamiamole così, con Cobain. Poco dopo, su consiglio del fidato Buzz Osborne, Cobain e Novoselic “provinano” Dave Grohl, giovane batterista della band hardcore punk Scream.Ecco il trio che conosciamo.  

I Nirvana si muovono, così, all’interno della vivace scena punk di Olympia tra la metà e la fine degli anni Ottanta. Kurt Cobain ha molto chiaro il progetto musicale, artistico e culturale che vuole portare avanti, che contempla anche una denuncia del sessismo e una nuova idea di mascolinità. Olympia, e più in generale il Nord-Ovest, è anche la “casa” del movimento punk femminista riot grrrl, che avrà il suo culmine agli inizi degli anni Novanta. Le donne e le soggettività queer si incontrano, creano una comunità, fanno musica, scrivono fanzine per far luce sulla violenza di genere, la violenza domestica, la misoginia imperante e l’importanza del diritto all’aborto. Cobain conosce bene il movimento e in quel periodo intreccia una relazione con Tobi Vail, batterista delle Bikini Kill, pioniera del movimento. Uno degli aneddoti che viene raccontato più spesso vede Kathleen Hanna, cantante delle Bikini Kill, scrivere con un pennarello sul muro della stanza di Cobain «Kurt smells like Teen Spirit», in riferimento a un deodorante curiosamente chiamato proprio Teen Spirit. Insomma, con il senno di poi possiamo dire un pezzo di storia.

Lo stesso Cobain nell’intervista con Savage dichiara di aver iniziato a pensare alla pervasività del sessismo durante gli ultimi anni del liceo. «Passando molto tempo con amiche donne finii per comprendere a quanta mancanza di rispetto, a quanta oppressione erano sottoposte – dice il musicista. – Voglio dire, le parole ‘tr**a*’ e ‘pu***na’ erano molto comuni. Anche se ho ascoltato molte band come Aerosmith e Led Zeppelin, e alcune delle loro melodie mi piacevano, dopo molti anni mi sono reso conto di quanto la loro musica avesse a che fare con il sessismo. Il modo in cui scrivevano dei loro ca**i e del fare sesso. Ho cominciato a rendermi conto di ciò che mi infastidiva così tanto negli ultimi anni di liceo». I Nirvana si burlano della figura del macho in Territorial Pissing,brano contenuto in Nevermind,che racchiude un invito alle persone a unirsi per cambiare lo status quo e la cultura dominante. Cobain e i Nirvana sostengono apertamente la lotta femminista, affrontano il tema dello stupro in canzoni come Polly e Rape Me (spesso fraintese)e suonano allo show per sostenere le vittime di violenza sessuale nella guerra in Bosnia ed Erzegovina.

Kurt Cobain non si tira indietro neanche nel puntare il dito contro l’omofobia, sempre con il suo stile irriverente e provocatorio. Basta ricordare uno degli episodi più noti, ovvero il bacio appassionato tra lui e Novoselic durante una puntata del Saturday Night Live per, come disse lo stesso cantante, “far incazzare gli omofobi”. E che dire della frase nelle note di copertina di Incesticide, in cui la band invita gentilmente e caldamente gli omofobi, i razzisti e i misogini a fare loro un favore, cioè non andare ai loro concerti e non comprare i loro dischi?

Spesso i Nirvana e Cobain vengono presentati come emblema dell’apatia della Generazione X, i giovanissimi e giovani dei primi anni Novanta, ma come abbiamo potuto constatare da questi pochi stralci sono tutt’altro che anestetizzati, anzi, sono al contrario propositivi e sentono l’urgenza di una ricostruzione dell’esistente. Certo, vivono l’adolescenza e la post-adolescenza durante le presidenze Reagan e Bush Senior, momenti in cui l’alienazione e il torpore sono diffuse tra le persone più giovani, che però non smettono di sperare nel cambiamento, cercando vie di fuga.

Torniamo un momento alle vicende discografiche. Dopo varie peripezie e attriti con la Sub Pop (un’altra storia molto lunga da raccontare), i Nirvana decidono di passare a una major, la Geffen, su consiglio di Kim Gordon e Thurston Moore dei Sonic Youth,reduci da un contratto con la casa discografica in occasione dell’uscita di Goo, album che nei due anni successivi venderà 220 mila copie negli Stati Uniti. Questo ha certamente rappresentato uno spartiacque nella storia della band ma non ha minato la loro credibilità di artisti indipendenti. Secondo quanto raccontano le fonti, come Goldberg, è anche questo a convincere Cobain a passare a una realtà mainstream. Il musicista è scisso tra la lealtà al mondo punk e underground, all’etica DIY (Do It Yourself), e il desiderio di raggiungere un pubblico più vasto e variegato; non ha, infatti, mai nascosto la sua ambizione. Un’altra delle contraddizioni del cantante che, seppur combattuto, decide di provare a sovvertire il sistema dall’interno. Nel 1990, ancora prima di passare alla Geffen, i Nirvana iniziano a lavorare al secondo album insieme al produttore Butch Vig, futuro co-fondatore e batterista dei Garbage. Nevermind esce il 24 settembre 1991. L’obiettivo della Geffen è di vendere almeno 250mila copie: ad oggi l’album ne ha vendute oltre 24 milioni.Trainato dall’iconico singolo Smells Like Teen Spirit, Nevermind raggiunge immediatamente il successo planetario e scrive una nuova pagina nella storia dell’alternative e della musica in generale.È il periodo in cui esplode il Seattle Sound: band come Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam, Mudhoney fanno conoscere il grunge a tutto il globo, seppur molto diverse tra loro.

Nel febbraio 1992 Kurt Cobain sposa Courtney Love alle Hawaii: lui in pigiama, lei con un vestito appartenuto all’attrice originaria di Seattle Frances Farmer, a cui Cobain dedica il brano Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle, contenuta nell’album In Utero. Nell’agosto di quell’anno nasce la figlia Frances Bean.

Da questo momento in poi la narrazione del percorso di Cobain si concentra su alcune parti della sua vita come i dolori lancinanti allo stomaco, la dipendenza dall’eroina, iniziata diversi anni prima, e al ricovero d’urgenza al Policlinico Umberto I di Roma per una ingestione di Roypnol e alcol. In realtà, inizialmente non si parla di tentato suicidio: alcuni ritengono si tratti di un’overdose accidentale.

Un mese dopo, in quel 5 aprile 1994, Kurt Cobain mette fine alla sua vita con un colpo di fucile alla testa. Da quando il suo corpo è stato ritrovato tre giorni dopo, l’8 aprile, tante cose sono state dette, tante speculazioni sono state fatte, sulla sua morte e sulla sua vita. Questo ha fatto sì che il suo percorso, come quello di molti altri artisti scomparsi, venisse traslato quasi in chiave “cristologica” (con tutte le virgolette del caso) e che la sua immagine, così come il suo ruolo di personaggio pubblico e poi addirittura la sua persona, venisse trasformata in effigie dell’epica e della tragedia. Insomma, abbiamo creduto (e, forse, crediamo tutt’oggi) di conoscerlo, di sapere chi fosse e di poter rintracciare le motivazioni alla base di ogni suo gesto e, a volte, ci siamo accomodati sull’aura di tragicità che, però, scolpisce statue che fanno ombra alle diverse sfaccettature dell’essere umano.

Noi che non lo abbiamo conosciuto personalmente possiamo, però, ascoltare le parole di chi, invece, lo ha vissuto. Danny Goldberg nel suo volume lo ricorda come un uomo timido, con un bizzarro senso dell’umorismo e un “intelletto raffinatissimo”, sarcastico, lunatico, gentile, a volte scontroso, a volte attaccabrighe, sicuramente era “più della somma dei suoi demoni”.Krist Novoselic ha rivelato a Goldberg: «Kurt poteva essere una persona splendida, dolcissima, e per me ha fatto cose veramente commoventi, ma sapeva anche essere meschino e aggressivo».

C’è poi una frase con cui lo ha ricordato Mark Kates, uno dei dirigenti della Geffen. «Ecco due cose che si dimenticano di Kurt. Uno, era un tipo molto divertente. Due, era incredibilmente intelligente».

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