Chi ha ucciso Frances Cochran? A Salem ancora oggi nessuno sa rispondere a questa domanda e il nome della ragazza morta nell’estate del 1941 aleggia ancora tra i pini secolari

C’è un silenzio antico tra gli alberi del cimitero di Pine Grove. I pini secolari svettano alti contro un cielo impietoso e il vento che fischia tra i rami sussurra nomi ormai perduti, mentre le radici si intrecciano sotto terra avvolgendo tombe e storie dimenticate. Qui, nella contea di Salem, tra le lapidi scolorite e il muschio che si arrampica lento sulla pietra, riposa Frances Cochran. Una tomba semplice la sua, poco vistosa, si confonde facilmente con il paesaggio, eppure l’aria che la circonda è ferma come se qualcosa ancora trattenesse il respiro davanti al suo nome scolorito dal tempo. 

Era l’estate del 1941. Frances, all’anagrafe Frances Marie Cochran, era appena uscita dal lavoro: era contabile alla Dudley Leather Company, un’azienda attiva nel settore della lavorazione della pelle situata al 54 di Water Street nel vivace distretto industriale di Lynn, in Massachusetts. La città, soprannominata al tempo “Shoe Capital of the World”, perché vantava una fiorente industria calzaturiera sin dal XIX secolo, è molto vicina a Salem: sono separate da pochi minuti di viaggio lungo la costa nord di Boston, cinque o sei miglia al massimo. Frances aveva 19 anni e si spostava in autobus, non aveva un’auto: abitava in Webster Street. Non era un percorso lungo ma all’epoca Lynn era una città tutto sommato piccola e il clima di provincia spingeva le persone a essere meno caute di quello che avrebbero dovuto. Frances, ad esempio, era solita accettare passaggi in macchina dal lavoro fino a casa: si conoscevano un po’ tutti. Forse conosceva anche la persona che accostò al marciapiede quella calda sera del 17 luglio: minuta, riservata ma curiosa, Frances si avvicinò al finestrino della macchina che in seguito alcuni testimoni descrissero come “nera con rifiniture gialle e ruote a raggi in legno”, parlò con l’uomo che sedeva al volante e salì. Era tranquilla, sembrava serena. Probabilmente chi la stava guardando non ci fece nemmeno troppo caso, era una scena quotidiana, un momento che scorreva nel tempo come tanti altri, uguale all’istante che lo aveva preceduto e sicuramente identico a quello che lo avrebbe seguito: eppure chi guardò Frances Cochran salire su quell’auto quella sera fu inconsapevolmente testimone dell’ultima scelta che quella giovane donna avrebbe mai potuto compiere. Sparì nell’abitacolo dell’auto nera e il buio l’avvolse per sempre.

Harold e Jenny Cochran, i genitori di Frances, diedero l’allarme poche ore dopo la scomparsa della figlia: era una giovane coscienziosa, non era da lei tardare senza avvisare. Il fratello minore, Charles, che all’epoca aveva 16 anni, partecipò alle ricerche della sorella insieme a tutto il resto della comunità. Furono tre giorni di ansia crescente, finché il 20 luglio la redazione della stazione radio WESX ricevette una telefonata anonima: era una voce maschile, calma e distante, che disse all’interlocutore dove trovare Frances. “Seguite il sentiero tra i pini sulla Swampscott Road, vicino al confine con Salem. Lì troverete quello che cercate”. 

Frances Cochran era lì, tra gli alberi. Il suo corpo abbandonato in una radura isolata, nascosto tra i pini. Nudo dalla vita in giù, con evidenti segni di violenza sessuale, percosse e strangolamento. Accanto a lei c’erano la borsetta rovesciata, vuota, e le scarpe. Il medico legale spiegò alla polizia che era stata uccisa altrove e poi trascinata nel bosco.
Scattò un’indagine su larghissima scala, tra le più vaste e frenetiche che il Massachusetts avesse mai visto. Furono interrogate oltre 1.900 persone, setacciati chilometri di foresta e bosco, e raccolte decine di dichiarazioni e confessioni sospette. La posizione del cadavere e la precisione della segnalazione anonima fecero sospettare agli inquirenti che l’assassino conoscesse bene la zona, e che potesse persino aver seguito le notizie sui giornali locali: tutti avevano la sensazione che il colpevole fosse nascosto lì, in piena vista. Le indagini si concentrarono in particolare sull’auto misteriosa, ma nessun veicolo compatibile fu mai rintracciato. Vennero iscritti nel registro degli indagati uomini noti per frequentare i “lovers lanes” della zona (letteralmente “vicoli degli innamorati”, i lovers lanes sono luoghi appartati, spesso strade secondarie o aree boscose, dove le coppie si recavano per cercare intimità e privacy, soprattutto quando non potevano farlo in casa), un venditore di automobili e un uomo sposato che, pochi giorni prima della scomparsa, aveva offerto un passaggio a Frances. Venne vagliato anche il gruppo dei cosiddetti “Triggers”, giovani che si riunivano nei boschi per bere e cacciare, ma ogni pista finì in un vicolo cieco. Non c’erano prove concrete, testimoni oculari affidabili, e la tecnologia forense era rudimentale: il caso, poco a poco, si raffreddò. Il tempo, si sa, è grande nemico della verità nei casi di assassinio: il fascicolo Cochran finì per ingiallire negli archivi della polizia di Lynn. 

Decenni dopo una donna di nome Joan Noble Pinkham, residente a Lynn, recuperò quel fascicolo. Era una scrittrice e riaprì, idealmente, il caso: dopo anni di ricerche meticolose, interviste e sopralluoghi pubblicò un libro intitolato “Who Killed Frances Cochran?”, “Chi ha ucciso Frances Cochran?”. Benché il suo lavoro fosse puntuale e la ricostruzione del caso non puntasse arbitrariamente il dito contro qualcuno, non fu ben accolto da tutti. Nel 1993 Pinkham ricevette una serie di minacce anonime: lettere, telefonate, messaggi minatori lasciati nella sua cassetta postale; qualcuno non voleva che quella storia tornasse alla luce. L’assassino forse, o qualcuno che sapeva qualcosa e non aveva mai parlato; fatto sta che nel 2003 una nuova telefonata anonima descrisse la scena del crimine in modo così preciso da dimostrare quel che l’autrice aveva tentato di dimostrare: qualcuno, qualcuno che conosceva i dettagli in prima persona o che addirittura era coinvolto, sapeva ed era ancora vigile, nascosto lì, tra le ombre certo, ma in bella vista. Perfettamente confuso con il paesaggio circostante, al punto che, anche stavolta, la polizia non fu in grado di trovare un nome. 

Pine Grove è ancora là, e là rimarrà a sancire la sua idea terrena di eternità. È un cimitero, ma è anche memoria viva, teatro senza attori dove l’unico spettatore è il tempo che si veste del vento che soffia tra gli alberi e rallenta davanti a una lapide sbeccata. Pine Grove è il luogo in cui la giustizia mancata prende forma nella nebbia, nel silenzio, nel ciclo continuo di un giorno che si ripete sempre uguale. Perché alcune storie rifiutano l’oblio: rimangono lì, tra le crepe della pietra e su labbra serrate, in attesa che qualcuno ascolti ciò che chi giace sotto le fronde non ha mai potuto dire.