Il tycoon avrebbe pagato la porno attrice per comprare il suo silenzio su un rapporto sessuale nel 2006
Non solo l’assalto a Capitol Hill e le frodi fiscali: c’è un’altra tempesta che incombe sull’ex presidente americano Donald Trump. Una tempesta che si chiama Stormy Daniels, al secolo Stephanie Gregory.
Il caso
Sabato 18 marzo l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scritto sul suo social network Truth che martedì verrà arrestato nell’ambito di un’indagine della procura distrettuale di Manhattan. Il caso riguarda un presunto pagamento di 130mila dollari all’attrice di film porno Stormy Daniels. Un passaggio di denaro servito a comprare il silenzio dell’attrice su un rapporto sessuale avuto nel 2006. Il denaro, secondo quanto ha raccontato Daniels, le sarebbe pervenuto da Trump tramite l’ex avvocato del tycoon, Michael Cohen, nel 2016.
All’epoca dei fatti lui aveva 60 anni e lei 27. I due si incontrarono per la prima volta durante un torneo di golf per celebrità in Nevada. Trump allora era già molto noto come conduttore (oltre che produttore) del reality show The Apprentice, e promise dopo due parole e una cena a Daniels che le avrebbe fatto avere una parte nello show. Daniels sostiene che i due avrebbero passato la notte insieme (Trump ha negato) e che poi si sarebbero visti ancora ma senza più avere rapporti sessuali. Trump non diede nessuna parte a Daniels in The Apprentice e disse che dopo poco smise di rispondere alle chiamate di Trump. All’epoca dei fatti però Trump era già sposato con l’attuale moglie Melania.
Quando negli anni successivi Daniels provò a contattare i giornali e i tabloid statunitensi per divulgare la sua versione si trovò di fronte a un vero e proprio muro. La pornostar puntava sul fatto che lui le aveva promesso un ruolo televisivo per fare sesso con lei senza poi di fatto rispettare l’impegno. Ma non riuscì a bucare una presunta “censura” attuata dallo stesso Trump, che si preparava a correre per la Casa Bianca. In un caso il giornale che voleva comprare la storia di Daniels contattò Trump per avere la sua versione e si trovò di fronte alla minaccia di querela dell’ex avvocato di lui Michael Cohen, allora legale dell’azienda di Trump, la Trump Organization. Intimoriti dall’ipotesi di una causa milionaria, il tabloid decise di lasciar perdere.
Lo scandalo del 2016
Nel 2015 Trump decise di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti e la storia dell’incontro con Daniels acquisì improvvisamente un peso maggiore rispetto a quello che aveva avuto fino a quel momento. A curare la campagna d’immagine di Trump fu David Pecker, amico del miliardario ed editore del giornale di gossip National Enquirer. Daniels si era impegnato a pubblicare articoli che mettessero in buona luce la figura del tycoon. Ovviamente, nel pacchetto era incluso un servizio: mettere a tacere a suon di bustarelle quelle storie che avrebbero potuto minare la reputazione di Trump, un’operazione che in slang si definisce catch and kill. Tra i casi più famosi di “preso e ucciso” la storia di Karen McDougal, una ex modella della rivista per adulti Playboy, che voleva vendere ai giornali la storia di una sua relazione con Trump tra il 2006 e il 2007. Ma il National Enquirer blocco tutto comprando il suo silenzio.
Un lavoro che però si scontrò spesso con la stessa indole irruenta e scandalosa di Trump. Il 7 ottobre 2016, circa un mese prima delle elezioni, il Washington Post pubblicò un video del 2005 nel quale Trump faceva commenti molto volgari e sessisti. Una bomba mediatica che però diede speranza alla Daniels, che pensò di approfittare del differente clima intorno al miliardario per riprovare a vedere la sua storia, tra gli altri anche al National Enquirer. Immediatamente Pecker mise l’avvocato di Trump, Cohen, direttamente in contatto con l’avvocato di Daniels, Keith Davidson. I due legali fecero un accordo: Trump avrebbe pagato 130mila dollari a Daniels per il suo silenzio sul loro rapporto sessuale (Cohen ha ammesso che ci fu un pagamento). L’accordo fu siglato tra i due tramite due pseudonimi e solo da una lettera separata si è riusciti a risalire alla loro vera identità.
Sempre secondo i documenti dell’indagine, Cohen si trovò di fronte a un grosso grattacapo: come pagare quella somma senza che risultasse nei rendiconti dell’azienda di Trump? Alla fine Cohen decise di fare un pagamento direttamente dal proprio conto; lo ha già ammesso in una precedente testimonianza, risalente al 2018. Secondo le indagini, nel corso del 2017 la Trump Organization rimborsò Cohen, ma per nascondere la vera ragione del pagamento lo registrò come un compenso per una consulenza legale inventata. E qui sta il nodo giudiziario che potrebbe trasformare la tempesta Stormy, che Trump pensava di aver sedato con una bustarella, in un uragano che potrebbe travolgerlo.
Cosa succede ora?
Se infatti fosse confermata l’incriminazione, per ottenere una condanna la procura dovrebbe dimostrare che Trump falsificò questi documenti aziendali con l’intento di commettere una frode. Un reato che prevede una condanna fino a 4 anni di carcere. La faccenda però qui si complica, e nella sua ricostruzione il New York Times mette le mani avanti, asserendo che “la pubblica comprensione della teoria di Bragg rimane oscura e incompleta”.
Da una parte infatti posizione di Trump potrebbe peggiorare ulteriormente: se la procura riuscisse a dimostrare che la falsificazione dei documenti aziendali fu fatta per nascondere un altro reato, questa seconda imputazione potrebbe essere considerata una violazione delle norme sui finanziamenti elettorali. Qui però sorgono due dilemmi: primo, come dimostrarlo; secondo, come stabilire se la scelta sia di competenza della procura di Manhattan o della giustizia federale.
Se si dovesse arrivare a un’incriminazione, Trump sarebbe il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti ad affrontare un processo penale. Il caso però è parecchio complicato, oltre che ancora poco noto in certi passaggi, e potrebbe essere molto difficile per la procura dimostrare la colpevolezza di Trump. Si tratterebbe per altro di reati minori, soprattutto se paragonati ad altre cause legali che impensieriscono l’ex presidente repubblicano.
Oltre al caso del pagamento a Daniels, Trump è coinvolto in diversi altri casi giudiziari: presunti pagamenti illegali per la campagna elettorale, interferenze elettorali, tentativi di ribaltare i risultati elettorali del 2020 e aver portato a casa sua centinaia di documenti coperti da vincolo di segretezza dopo aver lasciato l’incarico. Trump è preoccupato soprattutto che la faccenda possa aggravare il suo quadro legale, estromettendolo dalla corsa alla Casa Bianca del 2024 e dando modo alle ali dei repubblicani più infastidite dalla sua partecipazione di trovare un sostituto. Bloccandogli così la strada verso il potere e, in ultima battuta, l’impunità. Tutto ora può essere deciso da una sola tessera di domino: il procuratore distrettuale di Manhattan che sta seguendo le indagini sul caso, Alvin Bragg, deciderà se chiedere l’incriminazione per Trump e iniziare un processo?
Testimone chiave
Il testimone principale della procura è proprio Cohen, che nei giorni scorsi ha testimoniato davanti alla giuria incaricata di valutare gli elementi dell’indagine e già nel 2018 si era dichiarato colpevole di violazione della legge sul finanziamento alle campagne elettorali. Tra le altre cose aveva ammesso di aver organizzato il pagamento di Daniels. Nelle scorse settimane Bragg ha fatto sapere agli avvocati di Trump che potrebbe essere incriminato, dando così modo all’ex presidente di testimoniare davanti alla giuria incaricata di valutare che le prove contro di lui siano sufficienti per iniziare un processo penale. Ma anche di organizzare una contromossa, che secondo alcuni (anche se non ci sono conferme a riguardo) potrebbe essere stata quel post sul social Truth in cui Trump esortava, martedì scorso, i suoi sostenitori alla ribellione.
di: Caterina MAGGI
FOTO: EPA/JUSTIN LANE