di Elisa Ortuso

Il penitenziario iraniano al centro della cronaca e delle denunce internazionali per violazione del diritto alla vita

Lo chiamano “l’Università” ma non va confuso con l’Ateneo di Sharif. Il secondo è conosciuto come la fabbrica dei geni dove vengono formate voci libere e consapevoli, il primo quelle stesse voci le mette a tacere.

Si tratta del carcere di Evin, il penitenziario di massima sicurezza di Teheran. Viene aperto nel 1972 e la sua gestione è affidata alla Savak, la polizia segreta al servizio dell’ultimo Shah, Mohammed Reza Pahalavi. Il carcere nasce per rinchiudere oppositori politici, intellettuali e chiunque sia sospettato di andare contro al regime della Repubblica islamica. Dalla sua fondazione il carcere è stato ampliato, all’inizio poteva contenere al massimo 320 detenuti ma già dal 1977 arrivò ad ospitarne 1.500. Ad oggi si stima che ad Evin ci siano circa 15mila persone in cella.
Evin è noto in tutto il mondo a causa di svariate denunce internazionali per violazioni dei diritti umani. La vita dei detenuti è caratterizzata da torture fisiche, psichiche, sovraffollamento e negazione dell’assistenza medica. Dentro il carcere di Evin, secondo le accuse, viene violato il diritto alla vita.

Nel carcere di Evin è stata tenuta prigioniera anche la giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata il 19 dicembre 2024 a Teheran e liberata l’8 gennaio successivo dopo il rilascio dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, arrestato a Milano il 16 dicembre. Crediti: ANSA/CHORA MEDIA

Un reportage di Amnesty International racconta come questa violazione derivi da una cultura istituzionale che ha poco riguardo per la sacralità delle vite umane e la dignità dei prigionieri.
In primo luogo, la violazione sistematica del diritto alla vita è agevolata da un sistema socioculturale basato su torture e maltrattamenti, in cui nessuno vigila sul potere dei funzionari carcerari. In secondo luogo, coerentemente con un modello basato sull’impunità, le autorità iraniane si sono più volte rifiutate di condurre indagini tempestive e trasparenti su decessi avvenuti in carcere in seguito alla privazione di cure mediche. Tuttavia, la questione non è legata soltanto ad un aspetto etico ma riguarda anche la mancanza di cliniche carcerarie attrezzate per affrontare problemi complessi e un numero insufficiente di medici specializzati. Questa situazione comporta che i detenuti si ritrovino a sopravvivere in carcere patendo gravi sofferenze a causa delle compromesse condizioni di salute e nei peggiori dei casi a perdere la vita prematuramente.

Tuttavia, dietro le denunce mondiali su quanto accade dentro il carcere di Evin si intrecciano destini di uomini, donne e bambini e iniziano storie di sopravvivenza ognuna diversa dalle altre.
Fariba e Mavash sono due delle esponenti dei baha’i, la più grande e perseguitata minoranza religiosa in Iran. Le due donne vivono in una cella di quattro metri per cinque, dormono per terra senza un cuscino e a malapena con una coperta. Nasim è finita ad Evin in seguito ad una manifestazione per la morte di Masha Amini. La ragazza è costretta a sentire le urla delle altre compagne di cella con la paura di essere la prossima ad essere maltratta. Vidaè una giornalista ed è stata condannata a morte con l’accusa di aver usato armi per combattere il regime, viene sottoposta a interrogatori di ore con la faccia incappucciata al muro. Pahkshan Azizì è un attivista curda, condannata recentemente a morte, lotta per una sentenza che la salvi. Tra le detenute c’è anche Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace e attivista, condannata a 16 anni di reclusione. La donna, in un’intervista rilasciata nei pochi giorni lontano dal carcere per motivi di salute, ha raccontato che lo strumento più usato per torturare i prigionieri è l’isolamento, nei confronti delle donne anche le violenze sessuali.

Non è possibile sapere con certezze quante persone siano detenute oggi ad Evin ma sicuramente è in aumento costante il numero di donne. A seguito della morte di Masha Amini, fermata dalla polizia iraniana perché non indossava correttamente il velo e successivamente morta in circostanze misteriose, sono aumentate le proteste nel Paese contro il regime della Repubblica Islamica. Jin, Jiyan, Azadì, “Donne, vita e libertà”, è lo slogan del movimento culturale che dal 2022 scende in piazza per dire basta alla repressione del regime.

L’attivista e Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, detenuta nel carcere di Evin a Teheran dal 2021. A dicembre 2024 è stata scarcerata per 21 giorni per sottoporsi a cure mediche. Crediti: Nooshin Jafari/Middle East Images/ABACAPRESS.COM

Evin è anche un luogo chiave per la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi”. Spesso molte persone straniere vengono arrestate con l’accusa di aver violato la legge della Repubblica islamica ma senza specificare di che tipo di violazione si tratti. In molti casi si tratta di un espediente che l’Iran utilizza per avere in cambio cittadini del loro Paese. È avvenuto così per la giornalista italiana Cecilia Sala, imprigionata per 21 giorni ad Evin nel corso di un’operazione di scambio con l’ingegnere Mohammad Abedinì. Una vicenda che ha avuto una conclusione positiva ma sono molteplici gli ostaggi che Evin tiene ancora nel braccio della morte. Al centro di un mancato scambio lo scienziato svedese-iraniano Ahmadreza Djalali, arrestato nel 2016 e condannato a morte nel 2017.  Il governo svedese aveva negoziato il ritorno in patria di due suoi cittadini detenuti in cambio del cittadino iraniano Hamid Nouri, ma alla fine Djalali è stato escluso da questo scambio. Lo scienziato chiede disperatamente in un appello di aiutarlo a liberarsi dalle catene che lo trattengono da 9 anni.

Ad Evin entrano vite di persone di provenienza diversa, ceto sociale diverso, credo diverso, ma tutte vengono poi accomunate dal sentimento di dolore, ingiustizia e violenza che infligge il carcere iraniano. Evin è un luogo oscuro in cui le persone vengono imprigionate per la loro volontà di combattere e non arrendersi di fronte ad un regime che sopprime la libertà. Chi entra ad Evin finisce nel braccio della morte ma esiste qualcosa che ha sempre resistito alla morte, la speranza, l’unico sentimento che sopravvive sempre anche quando è tutto buio.