L’ex presidente della BCE ha presentato, su mandato di Von der Leyen, un rapporto di 400 pagine sulla competitività europea: percorso obbligato o “libro dei sogni”?

«La situazione al momento è davvero preoccupante. In Europa, la crescita sta rallentando da molto tempo, ma noi l’abbiamo ignorata… Ora, non è più possibile. Ora le condizioni sono cambiate». Con queste parole, Mario Draghi, ex presidente della BCE ed ex primo ministro italiano, ha esordito nella conferenza stampa di presentazione del rapporto Il futuro della competitività europea, che gli era stato commissionato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, a cavallo tra i suoi due mandati.

Le prospettive di Draghi e del suo prestigioso team sono fosche. Secondo il rapporto di 400 pagine, e secondo l’intero mondo economico, l’Unione ha un grosso problema di produttività. I ​​suoi lavoratori generano meno output all’ora rispetto a quelli degli Stati Uniti e la causa principale è il gap tecnologico: negli ultimi 20 anni l’America ha dominato la transizione al digitale, mentre l’Europa è stata in gran parte assente o in ritardo. Non solo: l’UE è ostacolata da mercati finanziari mal progettati; l’energia è troppo costosa; la ricerca è disorganizzata e suddivisa tra molti Paesi diversi; la sua politica sempre più polarizzata rende qualsiasi accordo frustrante e doloroso quanto cavare un dente. E poi c’è il problema del settore difesa, mai così cruciale dalla Seconda Guerra Mondiale. In breve, l’Europa è meno della somma delle sue parti.

«Le aziende leader nella ricerca e nella spesa per investimenti sono le stesse che avevamo 20 anni fa: quelle automobilistiche – ha detto Draghi. – Anche negli USA sono le stesse, automobili e farmaci, ma ora è tutto digitalizzato». E c’è la Cina, che non sta solo recuperando terreno, ma, in settori come i veicoli elettrici, sta sorpassando il Vecchio Continente. Secondo l’economista, la partita della competitività si gioca su innovazione, energia, sicurezza geopolitica e sugli approvvigionamenti di materie prime e critiche. E va portata avanti assieme alla decarbonizzazione, con una riduzione delle dipendenze e delle vulnerabilità esterne, rafforzamento delle capacità industriali su spazio e difesa, potenziamento dei mezzi di finanziamento e, infine, dei processi di governo dell’Unione europea. Tutto questo, come fortemente specificato nel rapporto, senza intaccare lo status attuale del welfare continentale.

La presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e l’ex presidente della BCE Mario Draghi alla presentazione del Rapporto Il futuro della competitività europea, settembre 2024

La visione di Draghi, focalizzata su energia pulita, alta tecnologia e resilienza, è ambiziosa. Le proposte spaziano dalla riforma del mercato energetico, a regole più flessibili sulle fusioni fino a modifiche al processo di consultazione legislativa. Ma, soprattutto, l’investimento di una cifra monstre: 800 miliardi di euro in più all’anno (fino al 5% del PIL continentale), sia per il pubblico che per il privato, al fine di avviare un circolo virtuoso e, soprattutto, salvifico. Per avere una misura della proposta, il Piano Marshall per la ricostruzione post bellica si aggirava tra l’1 e il 2% del prodotto interno lordo dell’epoca. 

Per arrivare a questa cifra, il rapporto prevede più prestiti congiunti. L’UE li ha introdotti in modo limitato, durante la pandemia di Covid, per aiutare a pagare la ripresa economica, ma non sono visti di buon occhio, per usare un eufemismo, da un gruppo di Paesi, tra cui Germania e Paesi Bassi, che hanno bassi livelli di debito e sono sempre stati restii a sostenere i loro vicini più indebitati. Infatti, a una manciata di ore dalla presentazione del rapporto, il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner si è affrettato ad affermare che «la Germania non accetterà». Con buona pace dell’ex presidente della BCE, che aveva affermato poco prima: «o si fa così o sarà una lenta agonia».

C’è molto di buono da dire sia su Draghi sia sul rapporto. Per chi è abituato al linguaggio tendenzioso e prudente tipico dei burocrati della Commissione europea, l’economista è stato piacevolmente diretto, persino brusco. Ma non ha una bacchetta magica: una diagnosi, seppur perfetta, è il primo passo, ma non garantisce la cura. Lo storico britannico Perry Anderson ha descritto come i burocrati dell’Impero ottomano avessero tentato invano di riformare il loro stato morente, scrivendo che nonostante innumerevoli reinvenzioni, «è semplicemente diventato sempre più frantumato, fino a rompersi del tutto».

Come possono i leader europei impedire che ciò accada? In primis, il declino del Continente non è né preordinato né ineluttabile. Ci sono già state svolte in passato. Nessuno avrebbe potuto aspettarsi il miracolo economico che seguì le due guerre mondiali e che vide le dimensioni del prodotto interno lordo pro capite dell’Europa occidentale avvicinarsi a quelle degli Stati Uniti. E i duri shock degli ultimi due decenni, come la crisi finanziaria, il Covid e la guerra in Ucraina, hanno finalmente spinto i governi a mettere da parte i loro interessi particolari e ad avviare le riforme.

Tuttavia, secondo gli analisti di Eurasia Europe, «le difficoltà politiche in Germania e Francia, e le divisioni di lunga data tra gli altri stati membri dell’UE, probabilmente impediranno il significativo balzo in avanti nell’integrazione prescritto da Draghi». «Inoltre – proseguono, – i recenti sviluppi politici in Francia, nonostante la nomina di Michel Barnier a primo ministro, ci rendono molto più scettici sulla capacità dell’UE di realizzare ambizioni fiscali significative…». E non si può ignorare che l’aumento del numero degli europarlamentari di destra fa soffiare a Bruxelles venti di nazionalismo sempre più forti.

Il rapporto Draghi richiede, come presupposto, una grande maturità politica da parte dei governi dell’Unione, perché sopravvivere a una crisi è una cosa, affrontare un lento e inesorabile collasso è un’altra. Non dovrebbe essere pensabile legare una battaglia esistenziale a logiche opportunistiche di partito o a un’ideologia, ma, forse, ci vorrebbe davvero una bacchetta magica.