Il rapporto OCSE sull’analfabetismo funzionale mette in luce la sfida del domani: fornire gli strumenti per comprendere un mondo che cambia

La scuola dell’obbligo italiana ha fallito? In molti se lo chiedono da quando lo scorso dicembre ha fatto tanto parlare l’ultimo Survey of Adult Skills del Programme for the International Assessment of Adult Competencies (PIAAC) dell’OECD (in italiano OCSE) secondo il quale – per farla breve – il 26% degli italiani di età compresa tra i 16 e i 65 anni ha scarse capacità di lettura, calcolo e risoluzione dei problemi.

Il concetto di analfabetismo funzionale (“functional illiteracy”), così viene detto, è stato introdotto negli anni Ottanta dall’UNESCO per definire un nuovo tipo di analfabetismo, non più basato sulla scolarizzazione – quindi l’analfabetismo strumentale – ma sulla capacità di utilizzare le competenze apprese per affrontare la vita quotidiana. I dati sulla scolarizzazione, infatti, sarebbero – limitandosi alla sola Italia – positivi: secondo uno dei più recenti rapporti Istat sul tema, il numero di analfabeti (ovvero coloro che non hanno conseguito alcun titolo di studio e non sanno né leggere né scrivere o che sanno leggere e scrivere pur non avendo conseguito alcun titolo di studio) è sceso dall’1,1% allo 0,5% tra il 2011 e il 2021. Una spirale positivamente in discesa libera se, andando molto indietro, pensiamo che all’indomani dell’Unità d’Italia, nel 1861, secondo il primo censimento del Regno gli analfabeti sopra i 6 anni erano il 74,68% della popolazione e che nel 1927, stando a un dato approssimativo del Ministero della Pubblica Istruzione, rappresentavano circa il 25% degli italiani. Un risultato così sorprendente è stato raggiunto nei decenni attraverso numerosi provvedimenti legislativi, tra tutti l’introduzione del diritto-dovere dell’obbligo formativo nella Costituzione, che all’articolo 34 sancisce: «la scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Certo, non è tutto oro quel che luccica: ancora oggi il sistema scolastico italiano deve fare i conti con un grande mostro, la dispersione scolastica, che nel 2023 si attestava al 10,5% (al quinto posto nel contesto europeo). A questo, ora, sembra aggiungersi una nuova sfida: l’analfabetismo di ritorno, la mancanza (o meglio, perdita) di competenze basilari anche di chi, la scuola, l’ha frequentata.

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Riprendiamo il rapporto OCSE, dal suggestivo titolo Do Adults Have the Skills They Need to Thrive in a Changing World?. Lo scopo è ben chiaro: porre all’attenzione di chi di dovere che gli adulti di oggi e gli adulti di domani non hanno e nella peggiore delle ipotesi non avranno le capacità per affrontare una società che cambia a ritmo serrato, ancora peggio – riflettendo in termini economici e lavorativi – non partecipano e non parteciperanno positivamente a questo cambiamento. Per forza di cose, così, il cambiamento diviene appannaggio di pochi e altrettanto i suoi benefici, causando l’aumento delle disparità economiche e sociali, il tutto coadiuvato dallo scarso se non assente pensiero critico dei più – estrema conseguenza dell’analfabetismo funzionale. Lo scenario che viene fuori è quello di una società che smette di evolvere per iniziare a involversi.

Il fenomeno va considerato da molteplici punti di vista. Uno degli aspetti che più spesso vengono sottolineati quando si parla di analfabetismo funzionale, infatti, è quello legato alla capacità, o incapacità che dir si voglia, di lettura e comprensione del testo. L’UNESCO, infatti, ha definito analfabetismo funzionale la “condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. In merito alla parola scritta sono tanti i nemici additati negli ultimi anni: si legge sempre meno, si passa sempre più tempo sui social, il linguaggio è influenzato da inglesismi e messaggistica istantanea (tutti abbiamo, prima o dopo, scritto “ke” invece di “che” o “x” al posto di “per”, forse dimenticando che doveva essere un’eccezione e non la regola), la soglia dell’attenzione si avvicina inesorabilmente allo zero, e così via. C’è tuttavia, in riferimento ai recenti e allarmanti dati, un altro aspetto da attenzionare con forse più urgenza: i test sull’analfabetismo funzionale, infatti, tengono conto di più gruppi di competenze, quelle legate alla “literacy”, quelle legate alla “numeracy” e, in generale, l’“adaptive problem solving” (APS). La seconda, in particolare, si può tradurre come “saper far di conto” (sebbene chi scrive ritiene che questa traduzione faccia perdere spessore al suo significato) e si riferisce alla conoscenza dell’aritmetica di base, ovverosia la capacità di saper svolgere calcoli e operazioni, semplici e meno semplici, e, dunque, di relazionarsi con i numeri, comprendendone il significato in relazione ad un contesto. Secondo il rapporto OCSE, il 35% degli italiani ha ottenuto nella categoria “numeracy” un punteggio pari o inferiore al Livello 1: chi sta al di sotto di tale livello è in grado di sommare e sottrarre piccoli numeri, chi ci rientra si destreggia nei calcoli di base con numeri interi e denaro, comprende i decimali ed è in grado in estrarre informazioni da tabelle e grafici semplici. Solo il 6% degli italiani rientra nella categoria degli high performer, di Livello 4 e 5, ed è in grado di comprendere tassi e rapporti, interpretare grafici complessi e valutare criticamente informazioni statistiche. Trasportando il dato alla vita quotidiana, la mancanza di determinate capacità incide, ad esempio, sulla gestione del proprio denaro, sulla comprensione e valutazione dei sondaggi e dei risultati politici, sull’accesso a interi settori della società, una società che sempre più si basa sui numeri, sui dati, sulle statistiche, sugli algoritmi, su una tecnologia che fa delle cifre le sue fondamenta. Non va meglio nelle altre categorie: il 35% degli italiani ha ottenuto un punteggio pari o inferiore al Livello 1 nella “literacy” contro il 5% degli high performer, mentre il 46% non supera il Livello 1 nell’APS e solo l’1% raggiunge il Livello 4 (dimostrando un più alto grado di adattamento a cambiamenti inaspettati). Queste percentuali, già di per sé preoccupanti, lo diventano ancora di più in rapporto alla media OCSE (31 Paesi), pari al 26% degli adulti di Livello 1 in literacy, al 25% in numeracy, al 29% in APS e al 18% nei tre domini congiuntamente, e ci pongono molti passi indietro rispetto ad altri Paesi europei (in primis Finlandia, Svezia e Norvegia) e non europei (in particolare il Giappone, il Paese con i migliori risultati in assoluto, con solo il 7% della popolazione al Livello 1 nei tre domini congiunti).

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L’OCSE mette in relazione i dati sulle competenze ai risultati economici e sociali, in particolare occupabilità e retribuzioni da un lato e benessere individuale e impegno civico individuale dall’altro. Il risultato, com’è facile immaginare, è che a competenze più elevate corrispondano un maggiore tasso di attività, una maggiore retribuzione, maggiore soddisfazione e una migliore salute nonché una più alta efficacia politica; è facile dunque comprendere che le competenze degli italiani vanno migliorate. Come farlo? La risposta, univoca, è agire sull’istruzione, migliorandone la qualità e soprattutto allineandola al mercato del lavoro, ripensare quella scuola che 100 anni fa ha portato l’Italia fuori dal fosso dell’analfabetismo “tout court” e che oggi è chiamata a traghettare gli italiani al traguardo dei prossimi 100 anni.