Cosa è successo in Ecuador: la rivolta iniziata in carcere ha messo a ferro e fuoco il Paese
L’8 gennaio 2024 il più grande boss del narcotraffico ecuadoriano, Adolfo Macias detto “Fito”, è evaso dal carcere grazie ad alcune rivolte che hanno bloccato il sistema penitenziario. Da quel momento l’Ecuador è precipitato in una spirale di violenza trasformatasi rapidamente in un “conflitto armato interno” tra il Governo centrale, guidato dal giovane presidente Daniel Noboa, e i Narcos.
La rivolta carceraria a Guayaquil
La città costiera di Guayaquil, in Ecuador, è la più grande del Paese e, da qualche anno a questa parte, è considerata anche la più pericolosa. Sorgono qui la Penitenciaría del Litoral y la Regional, due carceri che si trovano all’interno dello stesso complesso e che sono le galere più popolate del Paese: dietro queste sbarre si trovano complessivamente 10mila detenuti, vale a dire più di un quarto dell’intera popolazione carceraria dell’Ecuador.
I porti di Guayaquil sono utilizzati come hub per il traffico di droga, ma i problemi qui sono svariati: la criminalità organizzata, i gruppi armati e gli attentati, la violenza nelle carceri stesse. Sì perché nelle galere della città sono i detenuti ad avere il controllo: gestiscono i 15 padiglioni, controllano il traffico di droga e sono a capo della mafia locale; le prigioni sono diventate roccaforti di sicurezza da cui gestire i loschi affari e sono i carcerati stessi a tenere le chiavi e a decidere chi può entrare e chi no all’interno del penitenziario.
Dai padiglioni del Regional è evaso Fito, a capo della banda più sanguinaria dei Narcos, Los Choneros: in seguito, il presidente Noboa ha disposto la “neutralizzazione” delle azioni criminali da parte delle bande e, per tutta risposta, i leader dei cartelli ecuadoriani hanno dato il via a un’ondata di rivolte che ha interessato 7 galere.
Lo stato di emergenza e le violenze
Per fronteggiare l’emergenza, Noboa ha dichiarato lo stato di emergenza, dando mandato all’esercito di mantenere l’ordine pubblico nelle strade tanto quanto nelle prigioni del Paese. È stato imposto il coprifuoco notturno tra le 23 e le 5 del mattino, e anche il vicino Perù ha disposto l’invio immediato di forze speciali al confine tra i due Stati.
La reazione dei cartelli ecuadoriani è stata violenta: almeno 17 persone, tra cui due agenti delle forze dell’ordine, sono state uccise negli scontri per strada. Un commando armato ha fatto irruzione in diretta tv nello studio di un canale pubblico sempre a Guayaquil: le immagini trasmesse in diretta hanno fatto il giro del mondo, con gli aggressori con indosso tute sportive che si sono mostrati con in mano fucili, mitragliatrici, granate. I narcos hanno preso in ostaggio diversi giornalisti e tecnici. Le riprese durano circa mezz’ora, dopodiché le luci si sono spente e dall’audio si evince che sono arrivate le forze speciali che hanno poi liberato gli ostaggi.
Daniel Noboa ha reagito dichiarando “guerra” alla criminalità e parlando di “conflitto armato interno” al Paese: Noboa ha identificato come “terroristiche” e “attori non statali” alcune delle più potenti organizzazioni criminali di narcotraffico attive sul territorio: Aguilas, AguilarKiller, AK47, Dark Knights, ChoneKiller, Choneros, Corvicheros, Cuartel de las Feas, Cubanos, Fatales, Gánster, Kater Piler, Lagartos, Latin Kings, Lobos, Los p .27, Los Tiburones, Mafia 18, Mafia Trébol, Patrones, R7 e Tiguerones.
Intanto, per le strade, ci sono stati scontri, saccheggi in negozi e centri commerciali e diverse auto sono state date alle fiamme.
L’intervento degli Usa e la liberazione degli ostaggi
Con la tensione nel Paese che ha raggiunto il parossismo, sono arrivati in Ecuador alti funzionari del dipartimento di Stato e dell’esercito americano per aiutare il Governo a far fronte alle minacce dei cartelli della droga.
Dopo una settimana di violenze, le forze armate hanno liberato sabato 13 gennaio tutti gli ostaggi rimasti nelle mani dei detenuti, 136 in tutto, e hanno ristabilito l’ordine in alcuni dei penitenziari coinvolti nella rivolta: Loja, El Turi, Machala, Esmeraldas e Tungurahua.
Secondo il bilancio ufficiale, più di 22mila soldati sono stati schierati per effettuare pattugliamenti terrestri, aerei e marittimi; inoltre, 859 sospetti sono stati arrestati, 25 detenuti evasi sono stati ricatturati e cinque presunti terroristi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco.
La delicata situazione dell’Ecuador
L’Ecuador sta vivendo il suo momento più drammatico. Una situazione estremamente delicata che richiama alla memoria quanto accaduto nella Colombia di Pablo Escobar, negli anni ’90.
Il Paese sorge tra i due maggiori produttori di cocaina al mondo, la Colombia appunto, e il Perù. Dal 2016, quando la Colombia ha siglato un accordo di pace con i guerriglieri delle FARC (organizzazione responsabile di molto del narcotraffico colombiano) molti vertici dei cartelli si sono spostati in Ecuador per acquisire maggiore libertà. Questo, unitamente ai tagli alla sicurezza operati dal Governo per imporre una maggiore stabilità economica dopo i danni del Covid e visto il venir meno del supporto americano, ha causato un aumento delle attività illegali nel Paese.
Secondo l’International Crisis Group, i detenuti sono aumentati dagli 11.000 del 2009 ai più di 31.000 attuali, gli omicidi all’anno sono arrivati in media a 40 ogni 100.000 abitanti, uno dei principali candidati alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2023 (Fernando Villavicencio) è stato ucciso in campagna elettorale e, dall’inizio del 2021 all’inizio del 2023, ci sono stati undici massacri su larga scala dentro le stesse carceri (il primo è quello del 23 febbraio 2021 quando vennero decapitati 79 prigionieri).
di: Micaela FERRARO
FOTO: EPA/Xavier Calvinagua











