Uno dei Paesi più poveri del mondo è dilaniato dalle bande criminali e da una crisi politica senza fine
Nelle strade di Haiti da settimane è in corso una crisi senza precedenti, determinata dalle bande criminali che hanno deciso di unirsi nella “Revolutionary Forces of the G9 Family and Allies” contro il governo, arrivando a far dimettere il primo ministro, Ariel Henry.
Dal 5 febbraio nel Paese iniziano numerose proteste antigovernative, i manifestanti hanno attaccato Henry chiedendone le dimissioni e da subito sono violenti gli scontri con la polizia. La crisi politica, però, ha radici più profonde, l’ultimo motivo in ordine di tempo ad incendiare gli animi è stata la decisione di Henry di non organizzare nuove elezioni (avrebbe dovuto farlo entro il 7 febbraio), decisione motivata con la necessità di ripristinare prima la stabilità nel Paese.
A giocare un ruolo principale nelle proteste, come anticipato, sono le bande di criminali. Alcune hanno attaccato le stazioni di polizia uccidendo diversi agenti e facendo evadere un “significativo” secondo la Gazette Haiti numero di detenuti dal carcere della Capitale (progettato per ospitare fino a 800 persone ma dove secondo alcune stime erano presenti oltre 3500 persone), alcune stime parlano dell’evasione di 3.597 detenuti. Le proteste hanno avuto un’accelerazione durante la visita del presidente haitiano in Kenya, dove si era recato per firmare un accordo per una missione di sicurezza sostenuta dall’ONU per contrastare proprio le bande criminali. Secondo quanto sancito dall’accordo circa mille agenti di polizia dal Kenya sarebbero dovuti andare ad Haiti.

Come detto le bande criminali hanno deciso di unirsi e alla guida della coalizione è stato posto Jimmy Chérizier (detto “Barbecue” a suo dire in riferimento al ristorante di pollo fritto della madre e non dalla sua fama di aver bruciato vive diverse persone), un ex ufficiale della polizia. Durante i suoi anni in polizia, secondo le Nazioni Unite, Chérizier avrebbe avuto un ruolo di spicco negli omicidi di almeno 71 persone (tra cui donne e bambini) nel 2018 quando vennero bruciate oltre 400 case nel quartiere La Saline. È inoltre accusato di essere coinvolto nel massacro di Grande Ravine del 2017 (dove sono morte almeno 9 persone) e in quello di Bel-Air del 2019. Secondo quanto riporta l’ONU Chérizier controllava l’80% della capitale (che conta 10 milioni di abitanti); il potere delle gang è forte anche perché le bande di criminali distribuiscono cibo e beni di prima necessità nella città e permettono di operare alle organizzazioni non governative. Alla luce di ciò sembra chiaro perché, nonostante sia un criminale, Chérizier goda di un certo apprezzamento – dato anche dalla sua abilità comunicativa – ed è percepito come un leader del popolo più che come il capo di una banda criminale. Nel 2020 Chérizier – che aveva dichiarato di ispirarsi al dittatore haitiano François Duvalier – ha annunciato di essere a capo della banda criminale “G9 an fanmi”.
Secondo quanto sostiene il sito di giornalismo investigativo InSight Crime Chérizier avrebbe creato la sua gang accordandosi con il presidente morto assassinato Jovenel Moïse, proprio durante gli anni della sua presidenza sarebbe infatti avvenuta la “gangsterizzazione” del Paese e i politici vicini al presidente avrebbero utilizzato le bande criminali per controllare il territorio (sedando proteste e ostacolando il voto democratico) in cambio di armi, munizioni, mezzi di trasporto e finanziamenti.

Chérizier, a seguito dei primi attacchi a commissariati e carceri ha spiegato che “se la comunità internazionale continua a sostenere Henry, andremo dritti verso una guerra civile che porterà al genocidio” aggiungendo di voler “liberare il Paese con le armi e con la gente”. Chérizier ha concluso con una frase esplicativa: «o Haiti diventa un paradiso per tutti, oppure un inferno per tutti».
Gli attacchi di Chérizier e sodali si sono concentrati nella capitale, Port-au-Prince, dove oltre alle stazioni di polizia è stato attaccato anche l’aeroporto ed è stato bloccato il principale scalo merci del porto.
Il criminale ha respinto il piano proposto da Stati Uniti e CARICOM che prevedeva, dopo le dimissioni di Henry l’istituzione di un consiglio presidenziale provvisorio, sostenendo che il suo obiettivo è quello di “liberare Haiti dai politici tradizionali e dagli oligarchi corrotti” perché “sono gli abitanti dei quartieri popolari e il popolo haitiano che devono prendere in mano il destino e scegliere i propri leader”.
Le vicende del 2021
Le vicende intorno al presidente haitiano Moïse sono centrali nella situazione attuale. Il 7 luglio del 2021 Jovenel Moïse viene assassinato da uomini armati non identificati che hanno attaccato “la residenza privata del presidente” a Port-au-Prince, secondo quanto dichiarato dall’allora primo ministro ad interim Claude Joseph.
Il presidente haitiano era una figura controversa, per la prima volta venne eletto nel 2015 con il partito di centrodestra Tèt Kale, ma le elezioni vennero annullate per brogli, alle elezioni successive venne rieletto e il suo mandato iniziò il 7 luglio 2017. Era stato accusato di aver represso gli oppositori politici e di voler rimanere in carica oltre il suo mandato, per questo già nel 2019 ad Haiti scoppiarono violente proteste e morirono decine di manifestanti che chiedevano le dimissioni del presidente; Moïse venne inoltre accusato insieme ad altri ministri e funzionari dello Stato di corruzione, per aver gestito illecitamente fino a due miliardi di dollari.

Alcuni analisti hanno ipotizzato che anche Henry possa essere coinvolto nell’omicidio del presidente dato che prese il potere promettendo di organizzare in fretta elezioni. Nei giorni successivi all’omicido di Moïse le bande criminali accusarono proprio i leader dell’opposizione e della polizia di aver organizzato l’omicidio del presidente.
La situazione haitiana
Haiti è il Paese più povero delle Americhe e uno dei più poveri del mondo, ad aggravare la situazione nel 2004 fu il violento uragano Jeanne, nel 2010 invece nel Paese avvenne uno dei terremoti più distruttivi di sempre che causò la morte di 200 mila persone, e 6 anni più tardi un altro uragano, Matthew, portò nuovamente morte e distruzione. Dal 2020 anche la pandemia da Covid-19 ha colpito duramente il Paese.
L’UNICEF denuncia in una nota che i “gruppi armati hanno preso d’assalto il porto principale della città, sottraendo uno degli ultimi mezzi di sussistenza rimasti nella capitale per cibo e rifornimenti sanitari essenziali, mentre il Paese è allo sbando”. Sono oltre 260 i container controllati dalle bande criminali nel porto della Capitale; Bruno Maes, rappresentante di UNICEF ad Haiti, ha dichiarato: «privare i bambini di forniture sanitarie vitali con il sistema sanitario al collasso è una grave violazione dei loro diritti». Secondo quanto riporta UNICEF anche gli ospedali hanno subìto attacchi.

Anche Save the Children ha posto l’attenzione su quanto accade nel Paese: «almeno 200.000 bambini sono stati costretti a fuggire dalle proprie case negli ultimi due anni, il 96% a causa di violenze o attacchi. E nelle ultime due settimane, la situazione è peggiorata per i minori: molte famiglie sono state costrette ad abbandonare le loro case e quelle intrappolate nell’area di Port-au-Prince hanno difficoltà a far fronte alla diminuzione delle scorte di cibo nel Paese. Quasi 277.000 bambini di età inferiore ai cinque anni ad Haiti stanno affrontando la malnutrizione – circa il 40% dei quali risiede nella regione metropolitana di Port-au-Prince – perché la violenza delle bande ostacola le forniture alimentari fondamentali, secondo gli ultimi dati dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC). Oltre all’impossibilità di accedere ai servizi fondamentali (cibo, servizi sanitari e sociali), i bambini sono a rischio di reclutamento armato e violenza sessuale. Ospedali e altre strutture sanitarie sono inaccessibili e chi ha bisogno di assistenza non sa a chi rivolgersi. Se già prima di questa nuova ondata di violenza e caos la situazione era molto grave, in queste ultime settimane si è trasformata in un vero e proprio incubo. Le strade delle città sono campi di battaglia e si vive in un sentimento di paura costante».

A causa della situazione il rischio di una migrazione massiccia ha messo in allarme gli Stati Uniti. In Florida il governatore Ron DeSantis ha per questo inviato ai confini meridionali oltre 250 persone, tra militari e agenti, temendo “una possibile invasione” di haitiani. Anche il ministro della Difesa del Panama, Juan Manuel Pino, si è detto preoccupato sottolineando che “nei primi mesi di quest’anno abbiamo già registrato più di 85 mila migranti arrivati attraverso la rotta del Darien. Panama non può assorbire questo impatto, siamo un Paese molto piccolo” aggiungendo la preoccupazione dell’arrivo di criminali, dato che nei mesi scorsi 7 persone ricercate dall’Interpol sono state arrestate.
La parola all’esperto
Abbiamo parlato di Haiti con Roberto Codazzi, educatore e cooperante autore del libro “Haiti: l’isola che non c’era” e curatore del volume “Haiti: il terremoto senza fine”, inoltre nel 2008 ha fondato l’associazione ColorEsperanza per creare ponti tra Italia e isola caraibica promuovendo viaggi di scambio e progetti di cooperazione.
Le notizie che arrivano da Haiti sono drammatiche, secondo Lei cosa succederà nelle prossime settimane?
«I prossimi giorni saranno fondamentali per Haiti almeno su quattro fonti:
Quello politico, si tratterà di capire se il Consiglio presidenziale di transizione riuscirà effettivamente ad insediarsi. Inizialmente avrebbe dovuto essere composto da 7 membri votanti e due osservatori, ma sono scaduti i tempi per presentare i nomi e il partito Pitit Desalin ha declinato l’offerta, così come la Conferenza episcopale haitiana, mentre la piattaforma Accord du 21 décembre, che raggruppa partiti politici e diverse realtà della società civile, dopo molte discussioni e disaccordi, ha scritto a CARICOM di aver trovato il nome di un candidato. Il Consiglio si insedia così già mutilato.
Quello della sicurezza, poiché le bande non vedono assolutamente di buon occhio un processo transitorio, faranno di tutto, e in parte lo stanno già facendo, per riuscire a destabilizzare quel poco che rimane dello stato prima dell’arrivo di forze di polizia internazionale. Mentre scriviamo si registrano scontri diffusi in tutta la capitale con assalti alle case private del capo della polizia nazionale e di rappresentanti del sistema giudiziario.
Quello dei finanziamenti, gli Stati Uniti rimangono infatti il principale finanziatore della futura missione internazionale ma, al momento, la posizione dei repubblicani al congresso sta bloccando l’autorizzazione all’esborso economico che potrebbe dare il via alla missione stessa.
Infine, quello militare. Il Kenya si era impegnato ad ottobre a guidare una forza internazionale di polizia statica, ovvero, che potesse presidiare gli snodi strategici della capitale haitiana. La missione è stata bloccata dalla Corte Suprema del Kenya che aveva imposto la firma di un accordo di reciprocità tra i due Paesi, ragione per la quale il primo ministro haitiano si trovava a Nairobi quando si sono intensificati gli scontri (viaggio dal quale non ha più potuto fare ritorno ad Haiti). Ora il Kenya ha comunicato che la missione partirà solo dopo che il Consiglio presidenziale di transizione avrà confermato la volontà di accettare polizia straniera in territorio haitiano e gli Stati Uniti sbloccato i fondi necessari per coprire i costi. I tempi sembrano allungarsi e per il momento non c’è una data prevista per l’avvio delle operazioni».

Le dimissioni di Henry porteranno a una presa del potere di Chérizier? O ci saranno altri attori rilevanti nella scena politica del Paese?
«Jimmy Chérizier alias Barbecue, è sicuramente il leader più visibile e social tra i capi banda presenti oggi ad Haiti anche se la sua effettiva forza militare non è chiara. Nelle ultime settimane ha tentato più volte di prendere il controllo del porto e dell’aeroporto, cosa che è avvenuta ma solo per poche ore. In un’operazione speciale della polizia nel fine settimana la sua casa, posta al centro di una delle comunità più povere di Port-au-Prince è stata incendiata e diversi membri della banda sono rimasti uccisi. È una figura importante perché ai crimini di cui si macchia ha associato anche una retorica rivoluzionaria antiimperialista che lo rende particolarmente interessante per i media occidentali ma non è probabilmente il leader più pericoloso. Johnson André alias Izo è a capo della banda Unité Village de Dieu, responsabile delle evasioni di oltre 5.000 detenuti nelle carceri di Haiti, e probabilmente ha una capacità operativa superiore. Lo scontro tra loro è anche mediatico con quest’ultimo che ha pubblicato sui social un video dove mostra il proprio arsenale militare.
Un’altra figura da tenere d’occhio è quella di Guy Philippe, un ex agente di polizia, politico e condannato per riciclaggio di denaro haitiano, che guidò il colpo di stato haitiano del 2004 contro il presidente Jean-Bertrand Aristide. Nel 2017 fu arrestato ed estradato negli USA prima che potesse giurare come senatore e fu condannato a 9 anni per narcotraffico. Nel novembre 2023 è stato rimpatriato e si è subito proposto come interlocutore politico tra le bande non nascondendo le sue aspirazioni presidenziali.
Tra gli interlocutori più istituzionali ci sono Mirlande Manigat, vedova dell’ex presidente Leslie Manigat, deposto da un golpe militare nel 1988 e già candidata alla presidenza nel 2010, il partito Fanmi Lavalas dell’ex presidente Aristide e di Lesly Voltaire e Jean-Charles Moise, leader del partito nazionalista Pitit Dessllines, già arrestato negli USA nel 2022 per i suoi presunti rapporti con Diosdado Cabello, uno dei capi dei cartelli venezuelani del narcotraffico».

Per la popolazione, già messa in ginocchio dai disastri ambientali, una via percorribile è quella della migrazione: quanto impatterà questo fattore sulle elezioni presidenziali statunitensi?
«La diaspora haitiana è iniziata diversi decenni fa. Il terremoto che nel gennaio 2010 ha colpito la capitale Port-au-Prince ha dato un impulso aggiuntivo. Inizialmente l’emigrazione si è concentrata verso la Repubblica Dominicana (dove vivono circa due milioni di haitiani) e il sud America con Brasile e Cile come principali destinazioni. Durante gli anni di Bolsonaro gli haitiani presenti in Brasile hanno iniziato a risalire il continente lungo la rotta del Darién fino al confine tra Messico e USA. Sono di qualche anno fa le scene delle guardie statunitensi che a cavallo inseguono gli immigrati nei pressi di El Paso, Texas. La Florida dista pochi chilometri da Haiti e la rotta migratoria tramite barche di fortuna è spesso battuta, soprattutto in periodo primaverile ed estivo. Il governatore della Florida Ron DeSantis ha già dato ordini per intensificare il blocco navale davanti alle coste e rimpatriare tutte le persone che dovessero tentare di raggiungere il suolo americano. Le Bahamas, altro Paese fortemente colpito dall’immigrazione via mare, ha dato la disponibilità a partecipare alla missione di polizia internazionale con lo scopo di evitare un intensificarsi del flusso. Dal punto di vista elettorale, negli USA Haiti non è un tema rilevante, tanto che le deportazioni dagli USA ad Haiti non si sono mai fermate nonostante nel 2021 l’inviato speciale ad Haiti Dan Foote si dimise dall’incarico proprio in dissenso con questa pratica. Non esiste negli USA un movimento di sensibilizzazione in grado di portare Haiti all’attenzione del grande pubblico».
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA/EPA/Johnson Sabin