Anche un pessimista come Schopenhauer ha trovato una chiave per la felicità, godendo del qui e ora. Perché anche un intervallo fugace può contenere in sé il mondo intero
“Di fronte al mare la felicità è un’idea semplice” scrive nel suo romanzo del 1996 Chourmo. Il cuore di MarsigliaJean-Claude Izzo. Ma è davvero così?
La felicità e la ricerca stessa della felicità sono, da sempre, alla base delle speculazioni filosofiche. Moltissimi pensatori si sono interrogati su quel sentimento capace di rendere un essere umano irrimediabilmente gioioso.
Secondo la cultura greca, alla base della felicità è posto il celebre responso dell’Oracolo di Delfi: γνῶθι σεαυτόν, “gnōthi seautón”, e il concetto di κατὰ μέτρον, “katà métron”. I greci per indicare la felicità utilizzavano la parola εὐδαιμονία, “eudaimonìa”, che si compone di bene (εὖ, èu) e spirito guida/demone (δαίμων, “dàimōn”) che può essere tradotto in “buona riuscita del tuo demone”. Come spiega Umberto Galimberti i greci per “tuo demone” intendono “la tua capacità, quella specifica tua, la tua vocazione, la tua arte, il per che cosa sei nato”, è quindi imprescindibile conoscere se stessi (“gnōthi seautón”) dato che è necessario conoscere “cos’è che ti spinge a fare qualcosa”. Una volta conosciuto il proprio demone l’individuo deve realizzarlo, ma secondo misura (“katà métron”); sempre Galimberti sottolinea che “se scopri il tuo demone e lo realizzi arrivi alla felicità, e lo scopri conoscendo te stesso. Bisogna capire chi sei. Una volta scoperto il demone deve essere realizzato, ma realizzato secondo misura: se sei un attore e non sei bravo come Mastroianni, esamina le tue capacità, collocati, non oltrepassare la misura, altrimenti prepari la tua rovina”.
Tra i grandi a interrogarsi circa il concetto di felicità spicca il nome di un pessimista del calibro di Arthur Schopenhauer. Il filosofo di Danzica ha esaminato lungamente la possibilità di essere felici e nel suo Eudemonologia o Eudemonica – che Adelphi dà alle stampe con il titolo L’arte di essere felici nel 1997 – vengono radunati 50 aforismi intorno alla felicità che sono stati scritti durante tutta la vita del pensatore in diversi appunti e taccuini.
Nella prima massima si legge: «siamo tutti nati in Arcadia, tutti veniamo al mondo pieni di pretese di felicità e di piaceri, e nutriamo la folle speranza di farle valere. Poi viene l’esperienza e ci insegna che la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali, e si annunciano direttamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa». Nella penultima massima Schopenhauer riconosce: «com’è noto, alla domanda se la vita umana corrisponda, o possa corrispondere, a questo concetto di esistenza [felice], la mia filosofia dà una risposta negativa», ma il filosofo, ben conscio dei limiti propri dell’essere umano in quanto tale e della sua filosofia, pone l’accento sull’unica cosa che effettivamente l’individuo può utilizzare a proprio vantaggio, cioè lo strumento che la Natura ha dato agli esseri umani: l’ingegno.
Schopenhauer esorta l’individuo a non rinunciare alla felicità, che se pure non può essere ottenuta in maniera compiuta, sia almeno una felicità come assenza di dolore. Proprio dal pessimismo schopenhaueriano nasce una sottile, sottilissima, via ottimistica che vede possibile rintracciare la felicità. Perché come detto nella prima massima non bisogna avere una pretesa di felicità, come se fosse qualcosa che la vita deve agli individui dato che proprio “il pretendere di essere molto felici, è il mezzo più sicuro per diventare molto infelici”.
Torna così l’Oracolo di Delfi. Secondo Schopenhauer il concetto di giusta misura legato alla felicità è duplice, da un lato l’individuo deve evitare di rimanere accecato dai desideri e dall’altro di rimanere paralizzato dai dolori e imparare, così, a godere delle piccole felicità che si hanno, qui e ora. Godere, insomma, di quell’“intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia”. È un intervallo ed è illusorio, ma in quell’intervallo c’è il tutto. Così insieme alla giusta misura torna a essere imprescindibile anche il conoscere se stessi dato che “un uomo deve pur sapere ciò che vuole e sapere ciò che può: solo così mostrerà carattere, e solo così potrà compiere qualcosa di buono”.
Schopenhauer sostiene che la vita sia un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia e a questo proposito è interessante notare, come sottolinea Salvatore Natoli, che l’opposto della felicità non è il dolore, ma proprio la noia. Come spiega il filosofo di Patti intervistato da Rai Cultura, infatti, chi è felice vive il “sentimento della propria illimitata espansione, cioè chi è in uno stato di felicità si sente in una condizione in cui il mondo non è da ostacolo, è suo” e la felicità perdura fintanto che il mondo non diviene un ostacolo, ma quando ciò succede “questo sentimento di felicità espansivo trova una contraddizione nella realtà” e per questo “gli uomini normalmente dicono che la felicità non è di questo mondo, che si è felici per attimi, per momenti, e quindi per un verso cercano una felicità piena per l’altro vanno incontro a una disillusione perché la felicità non può essere mai piena”. Natoli giunge così a dichiarare che “l’opposto della felicità non è il dolore. L’opposto è la noia. Cioè quando il mondo non ha per te alcun significato. La noia si sviluppa dal fatto che tu sei sempre attento a te stesso e rivolto verso di te, ciò che ti offre il mondo lo riduci a te e lo depotenzi, mentre la dimensione della felicità è l’apertura, guardare nella cosa la sua novità”.
Cosa imparare dunque circa la felicità da un maestro del pessimismo quale Schopenhauer? Che la felicità dipende da noi e, per citare il Nanni Moretti di Caro Diario: “tutto dipende da me. E se dipende da me sono sicuro che non ce la farò”. Ma ci è concesso provare. Magari guardando il mare, pensando che in fondo, forse, “di fronte al mare la felicità è un’idea semplice”.
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