Economia e filosofia possono sembrare due materie lontane tra loro, ma hanno radici comuni e l’una non dovrebbe prescindere dall’altra
Mentre si consuma l’annuale dibattito intorno all’economia e alla Legge di Bilancio, è utile ribadire i concetti di una filosofa, non squisitamente economista, quale Martha C. Nussbaum. La filosofa statunitense – esperta di filosofia greca e romana, analitica, politica, etica, femminismo e diritti degli animali – già nel 2017 lanciava un monito sull’importanza, per l’economia, della filosofia.
Nell’articolo La filosofia al servizio dell’umanità pubblicato nella rivista Vita e Pensiero, la studiosa parte proprio dalla domanda “perché abbiamo bisogno della filosofia?”, analizzando come se per le teorie filosofiche della giustizia ci sia stato un ascolto più forte da parte di politici ed economisti, lo stesso non si può dire per le “discussioni sul welfare, i diritti umani, e su come paragonare i risultati e la qualità della vita di diverse nazioni”. In questo campo, scrive, “gli economisti occupano il centro della scena e i filosofi, fino a poco tempo fa, erano del tutto ignorati”. Un’esclusione “dovuta anche all’insofferenza degli economisti verso un lavoro discorsivo e non-matematico” e “una certa arroganza diffusa tra gli economisti, incoraggiati dalla deferenza con cui sono trattati dai governi, per cui non sentono il bisogno di cooperare con altre discipline, e meno che mai con una disciplina di tipo umanistico come la filosofia”.
Se i primi economisti – quali Adam Smith – erano dei filosofi, le due discipline sono andate via via sempre più allontanandosi e ne è dimostrazione il fatto che, degli ultimi vincitori del Premio Nobel, solo Amartya Sen (Nobel per l’Economia nel 1998) è anche un filosofo.
L’economia dello sviluppo, prima di avvalersi della filosofia, puntava l’attenzione unicamente alla crescita economica e la qualità della vita era dedotta dal Pil pro capite, senza dare il minimo risalto alla distribuzione della ricchezza e “l’approccio basato sul Pil non contemplava il prendere coscienza di altri aspetti della qualità della vita non chiaramente collegati col beneficio economico, come salute, educazione, giustizia di genere e razziale. E, anzi, dando l’idea che le cose erano ben fatte quando il Pil delle nazioni aumentava, distoglieva l’attenzione dai suddetti fattori. Il Pil, in breve, eclissava ciò che è davvero importante per le persone, vale a dire la possibilità di vivere una vita di valore”.
Non solo il concetto di giustizia deve essere al centro delle riflessioni economiche, ma anche “la natura della libertà; il senso e il significato del pluralismo etnico e religioso; la natura del benessere e della felicità; i concetti di desiderio, preferenza ed emozione. L’economia però ha la malaugurata tendenza a cercare di liquidare prematuramente queste enormi questioni, lasciando che la sofisticatezza matematica intraprenda il suo felice corso”.
In questo senso nel 2010 Nussbaum era già particolarmente critica – e preoccupata – della “crisi mondiale dell’istruzione”. Nel suo libro Non per profitto metteva in guardia sulle ripercussioni della decisione – post crisi economica del 2008 – di tagliare sia nell’istruzione primaria e secondaria sia in quella universitaria in molti Paesi del mondo le ore di lezione dedicate a studi umanistici e artistici. «Attirati dal profitto, molti Paesi, e i loro sistemi scolastici, stanno escludendo alcuni saperi indispensabili a mantenere viva la democrazia. Se questa tendenza continuerà, gli Stati di tutto il mondo produrranno generazioni di macchine docili, utili e tecnicamente qualificate, invece di cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da soli, mettere in discussione le consuetudini, e comprendere le sofferenze e i successi degli altri», sostiene Nussbaum. La scelta dei governi è di “eliminare il superfluo per rimanere competitivi sul mercato globale, le lettere e le arti, considerate accessorie dai politici” e porta al rischio concreto di dimenticare “le capacità di pensiero e immaginazione che ci rendono umani, e che ci permettono di avere relazioni umanamente ricche invece di semplici legami utilitaristici. Se non siamo educati a vedere noi stessi e gli altri in questo modo, immaginando le reciproche capacità di pensiero ed emozione, la democrazia è destinata a entrare in crisi perché si basa sul rispetto e sull’attenzione per gli altri. Questi sentimenti a loro volta si basano sulla capacità di vedere le altre persone come esseri umani e non come oggetti”.
Così “la capacità di pensare e argomentare in modo autonomo può sembrare superflua se si cercano risultati quantificabili da sfruttare dal punto di vista commerciale” e “l’istruzione finalizzata alla crescita economica richiede conoscenze di base, come scrivere e fare di conto. In seguito, alcune persone dovranno acquisire saperi più complessi, in informatica e nuove tecnologie. La parità di accesso all’istruzione non è importante: un Paese può crescere anche se i contadini poveri rimangono analfabeti, come succede in molti Stati dell’India. Questo è sempre stato il problema del modello di sviluppo basato sul Pil: trascura la distribuzione della ricchezza e finisce per valutare positivamente Paesi dove esistono disparità allarmanti. Questa situazione si riflette anche nella scuola: una volta formata un’élite competente in termini tecnologici e commerciali, alcuni Paesi possono far crescere il loro Pil senza preoccuparsi della distribuzione della conoscenza”.
Dunque, tornando alla domanda “perché abbiamo bisogno della filosofia?”, è evidente l’idea di Nussbaum: «la libertà di pensiero degli studenti è pericolosa quando quello che si vuole è un gruppo di lavoratori obbedienti e professionalmente preparati, in grado di realizzare i progetti di un’élite che punta tutto sugli investimenti stranieri e sullo sviluppo tecnologico. Gli educatori che hanno come obiettivo solo la crescita economica non vogliono che si studi la storia delle ingiustizie di classe, casta, genere e appartenenza etnica o religiosa, perché questo spingerebbe a riflettere in modo critico sul presente. Non vogliono nemmeno una riflessione seria sul diffondersi del nazionalismo, sui danni prodotti dalle ideologie nazionaliste o sul modo in cui la dimensione etica rimane in secondo piano rispetto alla presunta superiorità della tecnica».
Pare dunque evidente perché abbiamo bisogno della filosofia: perché libera, mostrando chi opprime. In senso economico, ma non solo.