Domani si terranno le quinte elezioni in tre anni e mezzo, in uno stallo politico difficile da superare

Martedì primo novembre Israele torna al voto: si tratta del quinto appuntamento alle urne in tre anni e mezzo, un unicum nella storia del Paese.

Il “governo del cambiamento” costituitosi un anno fa, che riuniva sotto la sua ala un vasto spettro di partiti dalla destra al centro alla sinistra, compreso per la prima volta un partito arabo-israeliano, non ha dunque retto le pressioni interne ed esterne.

Questa tornata elettorale, però, non necessariamente traghetterà il Paese verso la stabilità ed è facile che si riproponga l’impasse nella formazione del nuovo, quinto Governo, dal 2018.

Le frizioni fra i partiti partono proprio nel novembre di quell’anno, quando la nuova formazione politica di Benny Gantz sfida la leadership indiscussa da un decennio di Netanyahu e del suo Likud. I due si trovano, per due tornate consecutive, in sostanziale parità e con questi numeri è difficile formare un Governo stabile.

A smuovere ulteriormente le acque nel 2019 è l’incriminazione di Netanyahu per corruzione, frode e abuso di fiducia in tre casi. Una novità assoluta per un leader politico che il segretario del Likud addita come un tentato golpe.

Anche grazie a questo, nella terza tornata Gantz riesce ad ottenere un vantaggio rispetto a Netanyahu che però non gli consente comunque di raccogliere attorno a sé una coalizione stabile. Sarà il Covid in questa occasione a spingere le due parti in un esecutivo di unità nazionale con lo scopo di fronteggiare la pandemia e una premiership a rotazione di 18 mesi ciascuna. Un progetto che naufraga già a dicembre del 2020.

A questo punto è un’inedita alleanza fra il centrista Yair Lapid e il leader della destra ultra-nazionalista Naftali Bennett, con l’appoggio del leader di un partito arabo-israeliano Mansour Abbas. Una coalizione litigiosa che si sfalda definitivamente nel giugno del 2022.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/ABIR SULTAN EPA