EPA/CLEMENS BILAN

Il fenomeno della restituzione del patrimonio artistico saccheggiato dai colonizzatori ha radici profonde e si trova a giocare una nuova partita

I Bronzi del Benin sono al centro di una disputa tra un gruppo di attivisti africani e lo Smithsonian Museum di Washington DC. Gli attivisti hanno intentato causa al museo, chiedendo che le sculture africane non vengano riportare in America, in quanto sono sottratte alla Nigeria dai colonialisti britannici nel XIX secolo e che restituirle negherebbe l’opportunità di studiare la propria cultura e storia.

David Edebiri, 93enne parte del gabinetto dell’attuale Oba del Benin sostiene sia un “argomento molto interessante” e che “i manufatti non sono solo per l’Oba. Sono per tutta la gente del Benin, che tu sia in Benin o nella diaspora“.

Deadria Farmer-Paellmann, fondatrice e direttrice esecutiva del Restitution Study Group ha spiegato che “i discendenti delle persone barattate con questi manillas hanno il diritto di vedere i bronzi dove vivono“. Il RSG è stato fondato da Farmer-Paellmann nel 2000 proprio per studiare gli “approcci innovativi per curare le ferite delle persone sfruttate e oppresse“.

Per compare un essere umano nell’800 venivano pagate circa 50 manille (braccialetti di ottone), i Bronzi del Benin venivano creati proprio fondendo questi bracciali, per questo Farmer-Paellmann sostiene l’importanza di lasciare le sculture in Nigeria e permettere di vederle ai discendenti delle persone deportate. A sostenere la tesi anche l’artista nigeriano Victor Ehikhamenor che si dice convinto che i bronzi debbano essere restituiti al luogo in cui sono stati realizzati. Per la storica dell’arte nigeriana Chika Okeke-Agulu, professoressa alla Princeton University e attivista per la restituzione delle opere d’arte saccheggiate “la mancanza di sicurezza sembra un’altra versione dell’afro-pessimismo che sentiamo da molto tempo“.

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: ANSA/EPA/CLEMENS BILAN