In Colombia furono almeno seimila le vittime accertate di quello che lo stesso Petro ha definito un “genocidio”
«Riconosciamo che ci sono stati atti dolorosi commessi da membri dell’Esercito Nazionale che non sarebbero mai dovuti accadere». È con queste parole che il generale Luis Ospina, comandante dell’Esercito Nazionale protagonista della sanguinosa guerriglia colombiana, che prese le dimensioni di una vera e propria guerra civile, chiede scusa alle vittime.
Nella lotta armata contro la Farc e l’Esercito di Liberazione Nazionale, un numero imprecisato di vittime civili persero la vita proprio per mano dell’Esercito Nazionale. Oggi, mentre gli accordi di pace con le formazioni paramilitari sono ancora in corso, lo Stato e i vertici militari chiedono perdono.
L’occasione del discorso di Ospina è un evento a Bogotà, al quale partecipano i parenti di 19 civili uccisi. Durante la guerriglia, i civili erano stati chiamati “falsi positivi”. Si trattava, in effetti, di innocenti uccisi in via extragiudiziale e fatti passare per guerriglieri.
I parenti delle vittime avevano fornito testimonianze, poi in parte convalidate anche dalle ammissioni di soldati in pensione, secondo cui l’esercito fingeva di arruolare i giovani nell’esercito, per poi ucciderli a sangue freddo per fornire risultati tangibili della loro azione contro i guerriglieri.
Secondo il Tribunale Speciale per la Pace nato nel 2016 in seguiro all’accordo che disarmò le Farc, furono almeno 6.402 le vittime di questo genocidio.
«Offriamo le nostre più sentite e sincere scuse» e “chiediamo perdono“, dice Ospina pronunciando le prime scuse ufficiali da parte dell’Esercito. Già a luglio il ministro della Difesa Ivan Velásquez aveva chiesto perdono per un’esecuzione ingiusta, e lo stesso presidente Petro aveva definito la pratica dei “falsi positivi” un genocidio: «non si puntino mai le armi contro il popolo».
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/DM