La corona degli Oscar va ad “Anora”, film di Sean Baker con protagonista una sex worker americana che si innamora del figlio di un oligarca russo. E la politica, volente o nolente, sale sul palco del Dolby Theatre

Se non per acume e originalità, la notte degli Oscar 2025 sarà senz’altro ricordata per la rivincita del cinema indipendente. A trionfare senza se e senza ma è Anora, pellicola di Sean Baker che si è portata a casa cinque statuette su 6 nomination: la più ambita, quella di Miglior film, ma anche quelle per la Miglior regia a Baker stesso, la Miglior attrice protagonista per Mikey Madison e poi ancora Migliore sceneggiatura originale e Miglior montaggio. L’unica candidatura rimasta senza vittoria è quella a Miglior attore non protagonista per Jurij Borisov, superato da Kieran Culkin per il suo ruolo in A Real Pain.

Anora e Sean Baker sono dunque i grandi vincitori di un’edizione che ha visto trionfare gli indipendenti: Baker, oggi 54 anni, è non solo regista ma anche autore e montatore del film ed è la seconda persona a vincere quattro Oscar per lo stesso titolo (prima di lui Bong Joon-Ho nel 2020 con Parasite). Agli esordi della sua carriera Baker ha iniziato a farsi conoscere proprio per la capacità di fare ottimi film con bassi budget e ha mantenuto questo stile, anche avendo a disposizione finanziamenti più consistenti come nel caso di Anora: lavora con grande cura della fotografia, dimostra talento nel gestire attori e attrici esordienti (nel suo discorso di ringraziamento Baker ha ringraziato Quentin Tarantino perché ha avuto  modo di notare Madison per il piccolo ruolo che ha avuto in C’era una volta… a Hollywood del 2019), e la sua penna è acuta e divertente nel raccontare temi anche delicati come per esempio il sesso e chi con il sesso lavora. Anora è infatti la storia di una sex worker (interpretata da Mikey Madison) che lavora in un locale di spogliarelli di New York e che inizia a frequentare il figlio di un ricco oligarca russo (interpretato da Mark Eydelshteyn) che dapprima le paga un’intera settimana di lavoro e poi se ne innamora. I due si sposano ma quando la famiglia di lui viene a saperlo iniziano i problemi. Una storia drammatica raccontata in modo ironico e profondo che attraversa trasversalmente i temi del sesso a pagamento, della ricchezza, dei sentimenti, di chi è abituato a comprare tutto e di cose che non hanno invece un prezzo, di riscatto sociale e disillusione.

Il regista statunitense Sean Baker con in braccio le quattro statuine vinte con la pellicola “Anora” alla 97esima edizione degli Academy Awards: Miglior film, Miglior regista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior montaggio. Crediti: Billy Bennight/ZUMA Press Wire

Anora ha avuto un budget di 6 milioni di dollari, è stato realizzato dalla società cinematografica indipendente FilmNation e distribuito negli Stati Uniti da Neon, piccola società newyorkese fondata nel 2017. Un successo così planetario – Anora ha vinto anche la Palma d’oro a Cannes e ha incassato 40 milioni di dollari in tutto il mondo dopo il debutto – non era scontato, soprattutto al Dolby Theatre, dove si scontrava con colossi la cui vittoria sembrava scontata come Emilia Pérez che aveva 13 candidature, The Brutalist che ne contava 10, Conclave che arrivava a 8.

Eppure, il cinema indipendente ha vinto anche nel settore dell’animazione. La statuetta di Miglior film animato è andata al “piccolo” Flow, del regista lettone Gintz Zilbalodis, che ha battuto colossi del calibro di Inside Out 2 dei Pixar Animation Studios e Il robot selvaggio di DreamWorks Animation. Racconta la storia di un gatto che cerca di sopravvivere in un mondo post-apocalittico in compagnia di un gruppo di animali ed è distribuito in Italia da Teodora. È una vittoria storica per più di un motivo: fino a oggi i vincitori di questa categoria – fondata nel 2001 dopo il clamoroso successo della pellicola animata Shrek – sono stati piuttosto scontati e le aspettative sono sempre state realizzate; in 23 edizioni di Oscar, Pixar ha vinto 11 statuette, Disney quattro, DreamWorks due; le uniche eccezioni sono state Hayao Miyazaki, unico non americano a portarsi a casa l’Oscar (nel 2003 con La città incantata e nel 2024 con Il ragazzo e l’airone) e, negli ultimi anni, Sony Animation con Spider-Man: un nuovo universo e Netflix con Pinocchio di Guillermo del Toro. Ma è la primissima volta che vince un vero indipendente. Flow è stata interamente finanziata e prodotta in Europa dal Dream Well Studio in Lettonia con un budget di 3,5 milioni di euro (per dare un’idea: le avversarie, Inside Out 2 e Il robot selvaggio sono costate rispettivamente 300 milioni e 78 milioni); il team che ha lavorato sul progetto era composto da 20 animatori e complessivamente non ci sono state al lavoro più di 45 persone (Pixar e DreamWorks contano oltre mille dipendenti). Non solo: Flow è il primo film muto a vincere l’Oscar per l’animazione e il primo ad essere animato con il software 3D open source Blender. Parliamo anche del suo concepitore: Zilbalodis ha 30 anni ed è il più giovane vincitore dell’Oscar nella sua categoria. Flow è disponibile dal 6 marzo in streaming su CGtv.it e sulle principali piattaforme: Prime Video, Apple Tv+, Google Tv, Youtube, Tim Vision, Infinity e Chili, grazie a CG Entertainment e a Teodora Film.

Il regista lettone Gints Zilbalodis (a sinistra) insieme a Matīss Kaža, Ron Dyens, Gregory Zalcman, vincitori dell’Oscar per il Miglior film d’animazione con “Flow – Un mondo da salvare”. Crediti: Billy Bennight/ZUMA Press Wire

Naturalmente in ogni gara di fianco ai vincitori ci sono anche gli sconfitti. Quest’anno la grande disfatta è stata senz’altro quella del musical Emilia Pérez, il film che ha ricevuto più candidature di questa edizione, già vincitore del premio della giuria a Cannes, pellicola non in lingua inglese con più nomination nella storia dell’Academy: un destino che sembrava già scritto, e invece Netflix torna a casa con solo due statuette, quella per Miglior attrice non protagonista a Zoe Saldana e quella per la Miglior canzone originale. Secondo molti critici cinematografici, Emilia Pérez aveva la vittoria in tasca: ma a pochi giorni dall’annuncio sono saltati fuori dei tweet controversi della star Karla Sofia Gascòn, prima donna trans a essere candidata all’Oscar. Sono frasi polemiche, razziste, che costringono Netflix a fare un passo indietro e il regista Jacques Audiard a prendere le distanze. Gascòn si scagliava quattro o cinque anni fa contro l’Islam (“un focolaio di infezione per l’umanità”), i musulmani, i cinesi (“il vaccino cinese viene fornito con il chip obbligatorio”), George Floyd (“truffatore tossicodipendente”) e anche contro gli Oscar che definiva “un brutto galà”. Insomma: Gascòn poteva fare la storia, invece si è giocata la sua nomination e ha finito per affossare il film. Ne è uscita bene, meritatamente, Saldana, che nel suo discorso post vittoria ha commosso il mondo ricordando le sue origini: «sono una figlia orgogliosa di genitori immigrati con sogni, dignità e mani laboriose. E sono la prima americana di origine dominicana a ricevere un Academy Award. Ma so che non sarò l’ultima».

Il film “Emilia Pérez” sembrava il grande favorito di questa edizione degli Academy Awards con 13 candidature, tra cui quella come Miglior attrice protagonista a Karla Sofía Gascón, prima donna transessuale ad essere candidata all’Oscar. Crediti: EPA/SASHENKA GUTIERREZ

Un’altra sconfitta, se tale vogliamo chiamarla, è stata Demi Moore che è apparsa tesa al momento dell’assegnazione del premio alla Miglior attrice protagonista, andato come abbiamo visto a Madison. Ma ci sono tanti modi di essere vincitori e per questo a lei, che ha mostrato di aver ancora così tanto da dire con il body horror The Substance, è dedicata la nostra copertina di questo mese. Perché, a prescindere da chi abbia impugnato quella statuetta, “è stato il viaggio di una vita e siamo solo all’inizio”.

In copertina: Crediti: EPA/ALLISON DINNER