Sono passati 25 anni dalla nascita dello smartphone, strumento che più di ogni altro ha cambiato la società: e nel 2024 l’introduzione dell’IA rivoluziona ancora una volta il mondo dei cellulari (e il nostro)
Il 17 gennaio 2024 l’azienda coreana Samsung ha rilasciato il primo smartphone dotato di intelligenza artificiale “potenziata”: si tratta del modello top di gamma Galaxy S24, studiato per essere un vero e proprio assistente virtuale, in grado di esprimersi ed interagire come un essere umano soddisfacendo uno spettro sempre più ampio di bisogni del suo proprietario. Non è la prima volta che l’IA viene inserita all’interno di un cellulare, ma dopo il boom dovuto al successo di ChatGPT le aziende di telefonia si sono concentrate su un nuovo concetto di intelligenza artificiale in grado di rendere più “interattiva” l’esperienza tra umano e macchina. Una novità che sembra essere destinata a rivoluzionare, ancora una volta, non solo il settore della telefonia ma anche quella che potremmo definire “Smartphone Society”, per citare il componente del Garante per la protezione dei dati personali Guido Scorza, che in un intervento del 6 gennaio scorso affermava che gli smartphone in circolazione sono “oltre 7,5 miliardi, per una popolazione globale di 8 miliardi di persone”, e vengono usati sempre di più, perché sono diventati “la babysitter più gettonata […] la nostra instancabile segretaria, il nostro ufficio portatile […] Lo smartphone sta sostituendo i nostri documenti di identità, le nostre carte di credito, le nostre chiavi di casa e della macchina e sta diventando il telecomando universale attraverso il quale controlliamo e controlleremo tutto quello che ci sta attorno”.
La rivoluzione che gli smartphone hanno apportato nella vita quotidiana degli esseri umani è innegabile, in “appena” 25 anni di vita. Se è vero, infatti, che sono passati 41 anni da quando il primo telefonino senza fili è stato messo in vendita (si trattava di un DynaTac 8000X prodotto da Motorola, soprannominato “The Brick”, “il mattone”, che raggiunse gli scaffali e il grande pubblico il 6 marzo del 1983), per parlare di smartphone si dovette attendere il 1999, quando la Ericsson lanciò il modello R380, che aveva un lungo display in bianco e nero con funzione touchscreen, coperto parzialmente da uno sportellino che celava i tasti “classici”. Da quel momento in avanti lo smartphone è diventato uno strumento indispensabile nelle nostre vite e le sue “trasformazioni” – basti pensare al terremoto che è stato il primo iPhone di Apple nel 2007 – hanno imposto cambiamenti sempre più netti alla società stessa. Oggi, con l’introduzione di un’intelligenza artificiale generativa, vale a dire in grado di esprimersi come farebbe un essere umano appunto, come quella creata da OpenAI, gli smartphone compiono un ulteriore passo avanti.
Ma cosa comporta, nella pratica, l’introduzione dell’IA nella nostra vita quotidiana? Lo abbiamo chiesto a Luca Oneto, professore associato in Sistemi di elaborazione delle informazioni all’Università di Genova e premiato come “miglior giovane ricercatore italiano in Intelligenza Artificiale” nel 2019. «Partiamo da una considerazione: l’intelligenza artificiale non è stata inserita negli smartphone negli ultimi anni, era presente fin dagli albori attraverso le app. Basti pensare a Facebook, che nel momento in cui si posta una foto è in grado di riconoscere i volti e suggerire le persone da taggare. Ma anche Netflix, Amazon, tutte quelle applicazioni che usano un algoritmo per studiare i contenuti che ti piacciono di più e suggerirtene di simili: l’obiettivo è aumentare l’engagement, tenere l’utente il più possibile davanti allo schermo in modo da “vendere” più pubblicità. Perciò quello che abbiamo imparato a chiamare “algoritmo” è già un primo esempio di intelligenza artificiale nei nostri telefoni, nella nostra vita quotidiana. Quello che è cambiato, rispetto a qualche anno fa, è che adesso le cose funzionano meglio e nei telefoni tipo il Samsung è stato inserito un tipo di IA “nuovo” che, banalmente, sa fare più cose. Non è realmente una “novità”, ma una volta immessa sul mercato grazie al suo stesso utilizzo fuori dai laboratori si è raffinata ed è stata migliorata, perché sono emersi dei bug che vengono corretti e di volta in volta, il tutto funziona sempre meglio».
Quali sono i pregi e i limiti di questa tecnologia?
«Come qualunque altro strumento, l’IA è ambivalente: se viene usata a scopi benevoli può aiutare tantissimo, basti pensare alla ricerca sul cancro, agli studi sulle proteine, alla medicina di precisione. Ma gli ambiti sono infiniti: a livello scolastico può essere usata per supportare gli studenti nei percorsi di studio, cercare di capire i punti di fragilità e proporre esercizi mirati; nell’industria può servire a migliorare le condizioni di lavoro degli operai, a fare discovery anticipato per comprendere eventuali pericoli. È uno strumento però, e come tale può essere usato anche per fare del male: per esempio per rendere una persona dipendente da una certa piattaforma, per fargli cambiare idea su un certo argomento politico o ambientale, o ancora per aumentare le vendite di un prodotto a scapito di un altro. Il fatto è che questo si potrebbe dire di qualunque strumento: la differenza è che mentre tutti sanno che una bomba è una cosa che fa male, l’IA essendo intangibile è più pericolosa perché quel “male” può essere nascosto».
È uno strumento che ancora si conosce poco?
«Sì, anche noi ricercatori ancora non riusciamo a capire esattamente come funzioni e a volte addirittura ci sorprendiamo di quanto funzioni bene. Per questo si può parlare di “pericolosità”: come ogni miglioria tecnologica può nascere per fare del bene ma non significa che le conseguenze non possano essere dannose».
Esiste il rischio che uno smartphone dotato di IA diventi più intelligente non solo del suo utente ma addirittura del suo creatore?
«Se guardiamo dal punto di vista dell’applicazione pratica, è già così. ChatGPT riesce a scrivere testi qualitativamente superiori al 90% della popolazione. Però non stiamo parlando di “Terminator”: l’IA moderna, almeno per il momento, non è cosciente, non prende decisioni in maniera propria. Viene programmata dall’uomo quindi certo, può fare cose buone, cose cattive o cose improprie, ma sempre e comunque seguendo l’ordine che le viene dato. Ciò che distingue la macchina dall’uomo è l’essere senzienti. Questo non significa che non sia fortemente impattante sulla società ma no, escluderei l’ipotesi di un cyborg, almeno per adesso».
Cosa possiamo aspettarci dagli smartphone del futuro, dopo l’introduzione dell’IA potenziata?
«È difficile dirlo. Probabilmente si continuerà a studiare un’interfaccia diversa, è ancora difficile superare il touchscreen e il concetto di “mouse e tastiera”. Si sono provati gli occhiali, i visori, ma si torna sempre al vecchio paradigma. Questo non tanto perché manca la capacità tecnica, quanto perché è ancora difficile per l’essere umano interagire con una macchina secondo paradigmi che non sono ben codificati. In certi casi, l’uomo preferisce un’interazione grezza ma sicura piuttosto che una migliore dal punto di vista tecnologico ma più incerta. Un esempio su tutti: quando salviamo un file sul pc vogliamo controllarlo, vogliamo vederlo, per essere certi di averlo salvato. Quando chiediamo ad Alexa di salvarlo per noi ci rimane sempre il dubbio che non sia andato a buon fine. Manca l’illuminazione, l’idea per costruire un’interfaccia diversa che porti il concetto stesso di “smartphone” a un altro livello. Serve la genialità che ha trasformato la musica in cassetta – con 20 track per cui bisognava andare avanti veloce per ascoltare la canzone che si desiderava – nell’iPod».
Nell’attesa che questo avvenga, non resta che sperimentare tutte le potenzialità che i nuovi cellulari offrono ai loro legittimi proprietari. Con la speranza ultima che non arrivi mai quell’unico smartphone in grado, per citare Tolkien, “di domarci tutti”.