Il ciclo si ripete: il dibattito internazionale chiede a gran voce un intervento sul debito pubblico africano che ancora una volta rischia di affossare il Continente. Questa volta, però, cancellare non basta
“Il battito d’ali di una farfalla in Brasile potrebbe generare un tornado in Texas?”, esordiva nel 1972 il matematico e meteorologo Edward Lorenz, tra i pionieri della teoria del caos, in uno dei suoi scritti più famosi dal titolo, appunto, L’effetto farfalla. Se di caos si parla, ma anche di sistemi complessi, di relazione causa-effetto e di variabili, nel Terzo Millennio lo stesso incipit – mettendo da parte la meteorologia – sarebbe potuto essere: “il rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve potrebbe causare il default di quattro Paesi africani?”. Lorenz non aveva risposta alla sua domanda, a differenza nostra: sì, potrebbe (anzi, ha potuto), ma non sarebbe (o meglio, non è) l’unico fattore in gioco.
Quello del debito africano non è un tema nuovo sull’enorme e variegato tavolo del dibattito internazionale, anzi, a più riprese nel corso degli ultimi decenni è tornato alla ribalta con toni dalle tinte sempre più nere, sempre più pessimistiche, portandosi dietro tutta una serie di altri temi correlati, in primis i possibili effetti per il resto del mondo. Per capirne la portata basta citare la corrispondente per il New York Times Patricia Cohen che solo poche settimane fa titolava “Africa’s Debt Crisis Has ‘Catastrophic Implications’ for the World”, e dubitiamo che le traduzioni siano necessarie. Facendo riferimento alle recenti proteste in Kenya, proteste nate dopo l’approvazione della Legge finanziaria che hanno portato il presidente Ruto prima a ritirare la suddetta legge e poi a fare a pezzi il suo governo, Cohen ci dice cose che già conosciamo (o che quantomeno possiamo immaginare) e che allo stesso tempo non comprendiamo abbastanza. Questi i numeri: 1.152 miliardi di dollari è il debito del Continente calcolato alla fine del 2023; secondo la Banca Mondiale, negli ultimi 10 anni in Nord Africa e in Africa Sub-Sahariana il debito estero è cresciuto rispetto al PIL rispettivamente del 99% e del 72%; secondo un rapporto pubblicato a febbraio scorso da Banca africana di sviluppo (ADB), nel 2024 i Paesi africani spenderanno circa 74 miliardi di dollari per pagare il servizio del debito (contro i 17 miliardi del 2010), di cui circa 40 miliardi (il 54%) andrà a creditori privati. A rendere l’attuale crisi del debito africano peggiore di quelle precedenti, infatti, secondo Cohen sarebbe proprio l’aumento del numero e della varietà dei creditori, tra cui si contano migliaia di obbligazionisti privati (in un ventennio, tra il 2000 e il 2021, 23 Stati africani hanno emesso oltre 125 eurobond per un valore che supera 1,51 trilioni di dollari) e il grande player geopolitico “venuto dall’Est”, la Cina. Cosa comporti la natura privata del debito è facilmente intuibile: non trattandosi di finanziamenti agevolati per lo sviluppo (sottolineando che nel 2022 l’Official Development Assistance per i Paesi in via di sviluppo è sceso del 2% a livello globale e di oltre il 3,5% in Africa), difficilmente le somme incriminate concorrono a qualsivoglia sviluppo dei Paesi interessati; l’effetto contrario è che per pagare gli interessi i governi locali devono tagliare la spesa pubblica in aree chiave della società civile (nel 2023, secondo il FMI, gli Stati dell’Africa Sub-Sahariana hanno destinato il 12% delle loro entrate fiscali al pagamento del servizio del debito, domestico ed estero, molto di più di quanto speso per istruzione e sanità). Neanche i prestiti cinesi, finanziamenti rivolti spesso alla costruzione di infrastrutture, hanno giovato molto alla causa, probabilmente perché viziati da un peccato originale, quello di avere tutt’altro scopo, in un colonialismo da Terzo Millennio che vede nuove dinamiche ma antiche prassi. Ci torneremo.

Quello che si crea nei Paesi africani affossati dal debito è un cortocircuito di potenza letale: i mancati investimenti pubblici rendono l’economia stagnante e instabile (la stabilità che al contrario servirebbe per ripagare i debiti), fattore che combinato a corruzione e cattiva gestione rende i territori vulnerabili a disordini sociali e politici, guerre civili e prese di potere. Aggiungiamo la minaccia del cambiamento climatico e delle sempre più frequenti emergenze epidemiche (di Covid-19, Ebola, Mpox) e quello che otteniamo è il perfetto scenario da cui la popolazione africana, la più giovane e in più rapida crescita del pianeta, continua a scappare verso luoghi apparentemente più sicuri, come l’Europa – che nel frattempo sembra investire molte energie per tenerla lontana -, finendo nelle maglie di chi su questa fuga vuole solo lucrare. A chi resta non va meglio. “Una spirale perversa di aggravamento delle condizioni di povertà, disuguaglianze e degrado ambientale”, scriveva nel 2021 Marco Zupi, direttore scientifico del Centro Studi di Politica Internazionale – CeSPI, un castello di carte, fragile, a cui basta un lieve sospiro da altri Continenti per crollare. Nel 2020, annus horribilis della storia dell’umanità, la Fed e la BCE stringono sui tassi di interesse; due anni più tardi l’invasione russa ai danni dell’Ucraina fa schizzare verso l’alto i prezzi delle materie prime. Tutto il mondo ne subisce le conseguenze ma gli echi in Africa sono devastanti: quattro Paesi – Zambia (già nel novembre del 2020), Ghana, Etiopia e Ciad – dichiarano default, avviando le pratiche per negoziare la ristrutturazione del debito nell’ambito del Common Framework del G20; nel 2023, secondo i dati della Banca Mondiale, 19 su 35 Paesi dell’Africa Sub-Sahariana sono in sofferenza debitoria o a rischio di entrarci. I processi di nation-building e state-building si indeboliscono ulteriormente, insieme alle politiche di welfare, mentre i conflitti armati aumentano e così i colpi di Stato, con 8 golpe nell’Africa centro-occidentale in tre anni (in ordine: Mali nel 2020; Guinea, ancora Mali e Sudan nel 2021; due in Burkina Faso nel 2022; in Niger e Gabon nel 2023), nella cosiddetta Cintura dei Golpe.
Questo 2024 è dunque iniziato e sta proseguendo al ritmo di un appello globale che risuona sempre più forte, sempre più incessante: il debito africano richiede un intervento urgente, immediato e profondo. Lo scorso giugno è stato Papa Francesco a parlarne nel corso del simposio Affrontare la crisi del debito nel Sud del mondo, organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze. In vista del Giubileo 2025, il Pontefice ha auspicato – insieme al condono o all’alleggerimento del debito tout court – la creazione di “una nuova architettura finanziaria internazionale audace e creativa”, un meccanismo multinazionale “basato sulla solidarietà e sull’armonia tra i popoli”, e soprattutto un ripensamento delle modalità di finanziamento poiché “ai popoli non serve un finanziamento qualsiasi, ma quello che implica una responsabilità condivisa tra chi lo riceve e chi lo concede”. Le parole di Bergoglio vanno lette tra le righe poiché nel corso dei secoli, e il ventunesimo non fa eccezione, in Africa troppo spesso la parola finanziamento si è confusa con la parola sfruttamento. Quella a cui stiamo assistendo da ormai due decenni a questa parte è una nuova “Great scramble for Africa” che punta a una ripartizione del Continente per accaparrarsi soprattutto materie prime minerarie e idrocarburi. In prima fila troviamo, come detto, la Cina che dal 2000 al 2018 ha investito circa 150 miliardi di dollari; anche la Russia svolge un ruolo rilevante, insieme agli Stati Uniti che, dopo un decennio di declino delle relazioni commerciali con l’Africa, sembra voglia riprendere i rapporti soprattutto per contrastare l’azione di Mosca e Pechino, e l’Arabia Saudita. L’Europa, poi, mantiene il suo posto tra i principali finanziatori, con Francia, Gran Bretagna e Paesi Bassi a fare da apripista, ma non si tira indietro neanche l’Italia che negli ultimi anni ha lanciato numerose iniziative di investimento (secondo uno studio della ong ONE Campaign, il Belpaese vanta un credito con l’Africa di circa 3,3 miliardi di dollari tra accordi bilaterali e creditori privati) e partnership con i Paesi africani – tra questi il Piano Mattei – allo scopo, neanche troppo celato, di assicurarsi l’accesso alle forniture di gas. Questi interventi stranieri nell’economia africana producono risultati tutt’altro che incoraggianti. In parte si traducono nella barbara pratica del land grabbing, che toglie ai Paesi e ai popoli che li abitano le terre e i diritti di sfruttamento su quelle terre (pratica che secondo le stime è cresciuta del 1000% dalla crisi finanziaria del 2008), in parte indirizzano all’estero i proventi dell’estrazione delle terre rare – tanto necessarie per la transizione energetica verde e la trasformazione digitale – di cui l’Africa è ricca, risorse che, al contrario, potrebbero giovare alle economie interne. A cosa vengono destinati i soldi ricevuti in cambio di questo depauperamento del Continente? A ripagare il debito stesso, abbiamo visto, ma anche ad aumentare la spesa militare (un rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute ci dice che nel 2023 i Paesi africani hanno destinato 51,6 miliardi di dollari alla spesa militare, con un aumento del 22% rispetto al 2022), mentre welfare, diritti, agricoltura e via dicendo restano indietro. Così come restano indietro le tanto auspicabili politiche di lotta al cambiamento climatico su cui forse, mano sulla coscienza, l’Occidente dovrebbe intervenire in modo diretto: se è vero che l’Africa ne soffre le conseguenze quanto e più del resto del mondo, è anche vero che ne è responsabile in minima parte, cosicché il debito economico del Continente nei confronti del mondo è solo una faccia di una medaglia che dall’altro lato presenta il conto del debito ecologico del resto del mondo nei confronti del Continente.

L’appello a intervenire, dicevamo, viene da più fronti. Ad aprile oltre 40 tra leader di pensiero, economisti, scienziati ed esperti di sostenibilità internazionali firmavano una lettera aperta, coordinata da Power Shift Africa ed Earth4All, invitando i leader politici di tutto il mondo “ad adottare misure coraggiose e urgenti per affrontare la crisi del debito dei Paesi a basso reddito, in particolare quelli del Continente africano”. Un primo passo imprescindibile è “riconoscere che i catastrofici livelli di debito dell’Africa sono un fallimento sistemico nell’architettura finanziaria globale”, poiché il debito africano va ascritto all’interno di un sistema che António Guterres ha definito “obsoleto, disfunzionale e ingiusto”, prosegue la missiva, prima di proporre un piano di intervento per il FMI e la Banca Mondiale in 10 punti in cui la cancellazione del debito è solo il primo passo. Una strada di questo tipo, infatti, è già stata battuta – le prime politiche di riduzione del debito estero risalgono agli anni Ottanta, con l’apice nel 1996 ai tempi dell’Heavily Indebted Poor Countries (HIPC) – con scarsi risultati; è arrivato invece il momento di chiedersi perché “l’Africa non riesca a uscire dalla spirale dell’indebitamento eccessivo” e “perché i debiti africani tornano di continuo nel dibattito internazionale come esempio della compassione del resto del mondo verso l’Africa”, e agire di conseguenza. A proporre questi quesiti era nel 2020 l’economista ed ex ministro togolese Kako Nubukpo in un articolo pubblicato su Le Point dal titolo, tradotto, Perché i Paesi africani tornano sempre a indebitarsi. Pressione fiscale, livello strutturalmente elevato dei tassi d’interesse reali e ridotta base produttiva erano (e sono), secondo Nubukpo, i tre fattori da tenere in considerazione nel valutare la reale entità dell’emergenza africana, fattori su cui la “semplice” cancellazione del debito non interviene: insomma, “una ricetta vecchia per affrontare un mondo nuovo”.
Se davvero si volesse elaborare una ricetta nuova, poi, c’è un altro aspetto da tenere a mente, ovvero la tendenza alla narrazione vittimistica dell’Africa. Ce ne mette in guarda l’accademico nigeriano-americano Ebenezer Obadare il quale, intervistato da Federico Rampini per il Corriere della Sera, definisce “intrise di condiscendenza”, seppur “animate da buone intenzioni”, le critiche rivolte dagli appelli per la cancellazione del debito agli Stati creditori: «partono dal presupposto che il debito è il problema, mentre in realtà esso è un sintomo di altri problemi. Partendo da un presupposto sbagliato se ne deduce che se soltanto le nazioni africane non fossero oberate dai debiti, starebbero investendo massicciamente in istruzione, salute, infrastrutture. Non è così. Chi dipinge questo quadro dimentica che proprio l’incapacità di investire nelle giuste priorità è la ragione stessa per cui tante nazioni africane sono diventate delle debitrici croniche». Forse dimentichi del proprio passato da colonialisti, in molti (gli stessi, nota Obadare, che non molto tempo fa consideravano i prestiti l’unico modo per contribuire allo sviluppo dei Paesi africani) oggi puntano il dito contro la Cina: «l’idea che le condizioni dei prestiti sono truccate a sfavore dei debitori africani implica che questi ultimi non sono abbastanza intelligenti per capirlo; o non sono abbastanza saggi per sottrarsi», sostiene l’accademico, rilevando come questo atteggiamento compassionevole (termine che utilizzava anche Nubukpo) non nasconda altro che un profondo razzismo, esplicitato anche nell’infantilizzazione dell’Africa e degli africani.
Cosa fare, dunque? Come risolvere questo enorme impasse? La risposta, purtroppo, non la troveremo su queste pagine. La troveranno altre menti in altri luoghi. Quel che possiamo al contrario affermare con certezza è che per risolvere il nodo del debito africano è richiesto un cambio rivoluzionario e repentino di paradigma che coinvolga non solo l’Africa ma l’economia mondiale tutta.