Il 31 Ottobre 1975 il Marocco invadeva i territori dei Sahrawi, creando una ‘questione palestinese’

La Storia di un popolo ingannato dai colonizzatori, di una guerra tra una piccola striscia di terra di importanza strategica e l’ex territorio francese d’Oltremare del Marocco; ma soprattutto, la storia di una guerra infinita le cui ostilità sono riprese due anni fa, con un nuovo intervento della corona marocchina nei Territori Liberati, cioè i territori che dopo il cessate il fuoco del 1991 erano stati attribuiti al popolo Sahrawi. Questo l’evento che si commemora oggi, 31 Ottobre 1975, giorno della prima invasione marocchina nell’ex colonia spagnola del Sahara Occidentale.

Si tratta di un altro doloroso lascito del colonialismo europeo, molto simile per certi versi alla storia della Palestina. Il 1975 è l’anno della svolta: il colonialismo europeo è agli sgoccioli nel continente africano, sono iniziate le prime guerre di liberazione nelle ex colonie portoghesi e anche quelle spagnole danno segni di insofferenza. Il regime di Franco, allora al potere, assicura l’appoggio di Madrid alla rivendicazione, da parte della sua colonia il Sahara Occidentale, di poter indire un referendum di autodeterminazione. Quello che il popolo Sahrawi non sa, è che il governo spagnolo ha già preso accordi segreti con Mauritania e Marocco perché si spartiscano i territori del ‘Giardino del Diavolo’, come viene chiamato il tratto di Sahara in questione.

Una distesa di sabbia che nasconde però enormi ricchezze: sotto lo spesso manto delle dune infatti si cela una delle più ricche riserve di fosfati del pianeta (fondamentali per l’industria chimica e dei mangimi animali) mentre il tratto di oceano delle coste è tra i più pescosi dell’Africa. Così dopo un primo tentativo di invasione, il re marocchino Hassan II il 6 novembre 1975 organizza la ‘Marcia Verde’: 350.000 marocchini, tra cui molti civili ma anche diverse organizzazioni paramilitari, entrano nel territorio dell’ex colonia spagnola per impedire il referendum di autodeterminazione; la Mauritania, dopo un’iniziale tentativo di invasione, firmerà un trattato di pace con la resistenza sahrawi, coagulatasi per formare un governo di resistenza, la Rasd (Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi). Inizia così una guerra decennale, temporaneamente conclusasi nel 1991 con un cessate il fuoco e l’avvento della missione delle nazioni unite Minurso, che avrebbe dovuto verificare e certificare i presupposti per il referendum. Un intervento fallimentare, visto che nel 2020 si sono riaperte le ostilità senza che il Sahara Occidentale sia mai riuscito a organizzarlo.

Il Sahara Occidentale è diventato negli anni, ma soprattutto in questi ultimi due anni, epicentro di questioni geopolitiche e nodi diplomatici. Nel maggio 2021, come ritorsione per l’accoglimento e il ricovero in Spagna del leader del Fronte Polisario (la frangia partigiana più intransigente dei Sahrawi) Brahim Ghali, il Marocco ha lasciato che si riversassero migliaia di migranti verso le enclavi di Ceuta e Melilla, creando così pressione sui confini spagnoli e causando un disastro migratorio per decine di vittime. Ghali è figura controversa della resistenza della Rasd, considerato da alcuni un eroe di guerra, da altri un guerrigliero sanguinario. Nell’agosto del 2020 invece la questione Sahrawi è stata al centro, tra le altre cose, degli Accordi di Abramo nell’ambito della normalizzazione dei rapporti tra Israele e il Marocco: in cambio del riconoscimento della sovranità israeliana sulla Palestina e dell’apertura dei rapporti diplomatici, Rabat ha ottenuto lo stesso per quanto riguarda il Giardino del Diavolo. La collaborazione è sfociata in un trattato di intesa militare nel 2022. Sempre sulla tragedia umanitaria sahrawi si innescano ciclicamente, inoltre, attriti politici con la vicina Algeria, che sostiene e al confine di cui si trovano diverse wilayat (città-tendopoli) del popolo del deserto.

di: Caterina MAGGI

FOTO: EPA/ALBERTO MORANTE